Zverev padrone di New York: Shelton si spegne sul più bello

Alla fine New York incorona Alexander Zverev. Il tedesco batte Ben Shelton 6-3, 7-6(2), 5-7, 6-2 e conquista il suo primo US Open, secondo Slam della carriera e secondo di una stagione che lo aveva già visto trionfare al Roland Garros. Una finale non memorabile per qualità e spettacolo, ma giocata da Zverev con la lucidità di chi sapeva esattamente cosa avrebbe dovuto fare.

Shelton, invece, sembra quasi la versione sbiadita del giocatore ammirato nelle due settimane newyorkesi. Quello capace di eliminare Carlos Alcaraz in cinque set e poi Frances Tiafoe in semifinale lascia il posto a un giocatore spesso passivo, troppo dipendente dal servizio e incapace per lunghi tratti di incidere realmente negli scambi. Il primo set lo racconta già bene: 11 errori non forzati contro appena 3 di Zverev, con due doppi falli arrivati proprio sulle palle break. Forse il peso della prima finale Slam, forse le energie lasciate per strada. O, molto più semplicemente, Zverev oggi è stato nettamente migliore.

Perché il tedesco ha avuto soprattutto una cosa che al suo avversario è mancata: un’idea precisa di tennis. Zverev sapeva dove giocare, quando accelerare e soprattutto come togliere campo a Shelton. Il risultato è stato a tratti quasi plastico: l’americano trasformato in un tergicristallo sulla linea di fondo, costretto a correre continuamente da una parte all’altra mentre Zverev occupava quasi sempre il posto giusto nel momento giusto.

La differenza più evidente si è vista però in risposta. Shelton possiede uno dei servizi più devastanti del circuito e proprio con quella prima palla è riuscito a rimanere aggrappato alla partita anche quando il resto del gioco funzionava poco. Ma quando gli scambi cominciavano davvero, la sensazione era spesso che Zverev avesse già un vantaggio. Dall’altra parte della rete, Shelton ha invece faticato enormemente a fare pressione sui turni di battuta del tedesco. E forse non è un caso che il bilancio dei confronti diretti sia adesso 6-0 per Zverev: il tennis del tedesco sembra togliere all’americano proprio ciò di cui ha più bisogno, tempo e campo per poter comandare.

Il terzo set, strappato da Shelton 7-5, ha illuso per qualche minuto l’Arthur Ashe Stadium. Finalmente l’americano ha alzato l’aggressività, finalmente Zverev ha concesso qualcosa. Poteva essere l’inizio di un’altra finale, ma è durato pochissimo. Nel quarto il tedesco ha rimesso immediatamente le mani sulla partita e Shelton è definitivamente crollato, fino al 6-2 che ha chiuso una finale rimasta in equilibrio più nel punteggio che nelle sensazioni.

E forse proprio qui si è vista maggiormente la distanza fra i due. Per Shelton era la prima finale Slam. Zverev, a ventinove anni, ne ha attraversate ormai abbastanza da conoscere il peso di certe giornate. Ha perso finali, ha subito rimonte, ha conosciuto infortuni e sconfitte pesantissime. Ha incrociato la racchetta con Roger Federer, Rafael Nadal, Novak Djokovic, Carlos Alcaraz e Jannik Sinner. Tutto questo, nel bene e nel male, lascia qualcosa.

Anche perché Zverev a New York non era partito passeggiando. Era stato trascinato al quinto set da Lorenzo Sonego e Quentin Halys, prima di cambiare completamente marcia. Da lì sono arrivate quattro vittorie consecutive senza perdere un set prima della finale. Non è stato il torneo perfetto di un dominatore incontrastato: è stato quello di un giocatore che ha saputo aggiustarsi mentre il torneo andava avanti.

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Qualcuno farà inevitabilmente notare che nel 2026 Zverev ha trovato Flavio Cobolli nella finale del Roland Garros e Ben Shelton in quella dello US Open. Vero. Ma gli Slam non vengono assegnati in base al nome che avremmo voluto vedere dall’altra parte della rete. Le coppe, i trofei e la storia non aspettano nessuno. Chi c’è deve vincere, chi non c’è può soltanto guardare. E Shelton, oltretutto, il diritto di essere su quel campo se lo era guadagnato eliminando proprio Alcaraz dopo una battaglia di cinque set.

Per il tennis americano resta così aperta una ferita che dura dal 2003, anno dell’ultimo Slam maschile vinto da uno statunitense, Andy Roddick. Non mancava da ventitré anni un americano nella finale di New York, come sarebbe facile pensare: Taylor Fritz ci era arrivato appena nel 2024. Mancava, e continua a mancare, un americano capace di portarsi finalmente a casa uno dei quattro tornei più importanti del mondo.

Zverev, del resto, lo sapeva benissimo di aver giocato praticamente in casa dell’avversario. Nella premiazione ha ammesso con franchezza che il pubblico avrebbe preferito vedere alzare la coppa a Shelton, ringraziando comunque l’atmosfera vissuta all’Arthur Ashe. Un piccolo gesto di consapevolezza che pesa, in una serata in cui le tribune erano quasi tutte dalla parte dell’avversario.

Anche Shelton, dal palco della premiazione, ha mostrato una maturità che va oltre l’età. Rivolgendosi direttamente al rivale, gli ha riconosciuto di essere tra i migliori al mondo, probabilmente il migliore di questa stagione, aggiungendo che lui e il suo staff fanno le cose nel modo giusto. Parole che dicono molto della persona, prima ancora che del tennista, pronunciate a caldo, a pochi minuti da una sconfitta che farà male per un po’.

E così Alexander Zverev, quello che per anni sembrava destinato a essere ricordato come il campione incompiuto della propria generazione, chiude una stagione straordinaria nei Major. Dopo la semifinale all’Australian Open, ha raggiunto la finale in tutti e tre gli Slam successivi: Roland Garros, Wimbledon e US Open, conquistando due titoli. Diventa così appena il quarto uomo nell’Era Open a vincere i primi due Slam della carriera nella stessa stagione, dopo Jimmy Connors nel 1974, Guillermo Vilas nel 1977 e, più recentemente, il nostro Jannik Sinner nel 2024.

E New York, per lui, non era solo un altro Slam da conquistare. Nel 2020 questo campo gli aveva già spezzato il cuore: avanti due set a zero in finale, si era visto rimontare e battere al quinto da Dominic Thiem. Sei anni dopo, quella ferita si è finalmente chiusa. Ha davvero compiuto il salto definitivo? È presto per dirlo. Le prossime ATP Finals ci offriranno già qualche risposta. Ma intanto New York è sua, e dopo anni passati a bussare alla porta dei grandi oggi è difficile negargli almeno una cosa: Zverev ha imparato a entrare senza chiedere permesso.

E naturalmente non possiamo lasciare Flushing Meadows senza passare dalla nostra Tribuna VIP del Divano. Cominciamo con un sorriso: sul match point decisivo, Zverev ha chiuso sul proprio turno di servizio ma, per qualche istante, è tornato quasi automaticamente verso la riga di fondo come se la partita dovesse continuare. Solo pochi secondi dopo si è reso conto di aver vinto, alzando le braccia al cielo con un ritardo quasi comico.

Il 13 settembre, poche ore prima della finale, Mats Wilander aveva dichiarato a SuperTennis: “Credo che Sasha Zverev sia il leggero favorito. Ma penso che Ben Shelton potrebbe giocare la sua miglior partita del torneo proprio in finale.” Poche ore dopo è arrivata probabilmente una delle prestazioni meno convincenti dell’intero torneo di Shelton.A questo punto il sospetto è legittimo: l’AutoGufo deve avere uno zio in America. Si chiama Mats, di cognome faceva Wilander, ma da questa sera per gli amici sarà semplicemente Mats Gufander. La scuola internazionale del gufaggio, evidentemente, non conosce confini. Forza Sinner sempre!

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Davide Rudari
Nato a Bussolengo nel 1974, risiede da sempre a Corte Salvi, tra Lugagnano e Verona. Sposato con Chiara ha un figlio di nome Emanuele. Analista programmatore presso il Banco BPM. E’ appassionato di tecnologia, computer, fotografia, di manga/anime. Nel tempo libero gioca (male) a tamburello e segue con passione la squadra della propria contrada A.T. Salvi per la quale è segretario fotografo e reporter. Amante del freddo e dell’inverno, della buona cucina e delle persone che ridono di gusto.