L’immagine più significativa della finale mondiale tra Spagna e Argentina non è stata soltanto quella di Rodri che sollevava la Coppa. Poco distante, i giocatori argentini gli voltavano le spalle, rivolti verso la propria curva. Era già scoppiata una rissa, con spinte e aggressioni che hanno trasformato il dopopartita in una coda amara e indegna della manifestazione sportiva più importante del mondo.
Non si è trattato, quindi, di un gesto isolato o di una semplice scelta coreografica, ma dell’ultimo atto di una sconfitta che alcuni protagonisti non erano riusciti ad accettare.
Non serve però processare un’intera nazionale né immaginare che negli altri sport regnino sempre correttezza e nobiltà. Anche il rugby conosce scorrettezze, il baseball le risse, il tennis le sceneggiate e le arti marziali comportamenti antisportivi. La differenza più profonda non sta nella presunta superiorità morale degli atleti, che sono uomini e donne come tutti gli altri. Sta nei riti con cui ogni disciplina insegna a entrare nel conflitto e, soprattutto, a uscirne.
Nel baseball scolastico giapponese, prima e dopo la partita, le due squadre si dispongono ai lati del piatto di casa base e si inchinano l’una di fronte all’altra. Non è un dettaglio folkloristico destinato alle fotografie. Quel saluto stabilisce che, per quanto accesa sia stata la partita, l’avversario non è un nemico da umiliare. È colui che ha reso possibile la competizione e che, proprio opponendosi a noi, ci ha consentito di misurare il nostro valore.
Nel judo questo principio è ancora più esplicito. Ci si inchina prima del combattimento e ci si inchina nuovamente alla fine. La Federazione internazionale ricorda le parole attribuite al fondatore Jigoro Kano: attraverso quel gesto si ringrazia l’avversario per averci dato la possibilità di migliorare la nostra tecnica. Si può essere appena stati proiettati a terra, aver perso una finale o aver visto svanire anni di sacrifici, ma il saluto rimette entrambi i contendenti sullo stesso piano umano.
Il rugby ha inventato qualcosa di ancora più sorprendente: il terzo tempo. Dopo essersi affrontate duramente, le due squadre si ritrovano per mangiare, bere e parlare insieme. È un rito nato per sciogliere il rancore prodotto dalla battaglia sportiva e ricordare che il confronto termina insieme alla partita. Il terzo tempo non nega l’aggressività del rugby, anzi, la riconosce e le assegna un confine. Prima si lotta, poi si torna persone.
Questi rituali raccontano qualcosa che il calcio sembra avere progressivamente smarrito. Il fair play non consiste soltanto nel restituire un pallone o nel non simulare un fallo. È la capacità collettiva di trasformare nuovamente il nemico in avversario, una volta conclusa la gara. Senza questo passaggio, la competizione non termina davvero: continua nelle proteste, nelle provocazioni, nelle interviste, nei social network e nel risentimento dei tifosi.
Forse è proprio per questo che nel calcio le sconfitte vengono così spesso vissute come torti da vendicare. Attorno a una partita si accumulano identità nazionali, interessi economici, narrazioni televisive e milioni di persone convinte che il successo della propria squadra rappresenti una conferma del proprio valore. L’avversario non è più soltanto chi porta un’altra maglia. Diventa colui che ci sottrae qualcosa che sentivamo nostro.
Voltargli le spalle durante la premiazione significa allora rifiutare non soltanto la sua vittoria, ma anche la funzione stessa dello sport. Perché senza la Spagna non ci sarebbe stata una finale da disputare, così come senza l’Argentina il trionfo spagnolo avrebbe avuto un valore completamente diverso. Il vincitore e lo sconfitto non sono due storie separate. Sono i due autori dello stesso racconto.
Ed è proprio qui che quella scena diventa più grave. Non perché un calciatore debba mostrarsi sorridente dopo aver perso un Mondiale. Le lacrime, la rabbia e persino il desiderio di non assistere alla festa altrui sono sentimenti comprensibili. Ma tra provare un’emozione e trasformarla in un gesto pubblico esiste uno spazio chiamato educazione sportiva. È lo spazio nel quale si insegna che non tutto ciò che sentiamo deve necessariamente diventare un comportamento.
L’EDITORIALE DEL BACOBrian May dice basta ai tour. Ma la magia dei Queen non va in pensioneDal calcio più seguito e celebrato del pianeta sarebbe lecito aspettarsi molto di più. Non la perfezione morale, ma almeno un rito semplice e universale: restare, guardare, applaudire. Non per partecipare alla gioia di chi ha vinto, ma per riconoscere che quel giorno è stato migliore.
Ci preoccupiamo spesso di insegnare ai ragazzi come inseguire una vittoria. Li alleniamo alla fatica, alla disciplina e all’ambizione. Molto più raramente insegniamo loro come abitare una sconfitta senza lasciarsi distruggere o avvelenare da essa. Eppure è una lezione ben più utile, perché nella vita perderemo molto più spesso di quanto alzeremo una coppa.
Il baseball giapponese conclude la partita con un inchino. Il judo ringrazia l’avversario. Il rugby invita il rivale a sedersi allo stesso tavolo. Il calcio, nella sua notte più importante, ci ha invece mostrato una squadra di spalle.
Forse il problema non è soltanto che alcuni giocatori non abbiano saputo perdere. È che lo sport più potente del mondo non ha ancora imparato a costruire un rito abbastanza forte da ricordare loro che, dopo la battaglia, bisogna tornare a guardarsi negli occhi. Perché la più bella lezione che lo sport possa insegnare non è come alzare una coppa, è come applaudire chi, quel giorno, l’ha meritata.
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