Vittorio Zerpelloni: come girare l’Italia giocando a calcio

Amichevole Juventus-Cuneo. Zerpelloni è il secondo da sinistra in alto abbracciato a Marocchi
Amichevole Juventus-Cuneo. Zerpelloni è il secondo da sinistra in alto abbracciato a Marocchi

Lugagnanese doc, ha vestito 16 casacche. Lo incontriamo nella sua elegante casa, in centro a Lugagnano, dove è sempre ritornato dai suoi giri per l’Italia. Ad accoglierci anche la moglie, con uno spiccato accento toscano. “L’ho conosciuta quando giocavo nell’Empoli – interviene Vittorio – e da allora mi ha sempre seguito, 13 traslochi e due figli da crescere. Devo riconoscere che se ho raggiunto certi traguardi sportivi un po’ lo devo anche a lei.”

Partiamo dall’inizio.

Ho cominciato nelle giovanili del Lugagnano, con Giancarlo  Apostoli, mio primo allenatore; dai pulcini fino ai giovanissimi. Poi a 13 anni, sempre grazie ad Apostoli, ho fatto vari provini in grandi club, tra cui quello con la Juventus. Lo superai, divenni così un tesserato della Juventus e finii in prestito al Chievo.

Zerpelloni con la maglia del Bologna
Zerpelloni con la maglia del Bologna. Nella foto sopra è il secondo in alto abbracciato a Marocchi durante un’amichevole con la Juventus

Ma eri veramente bravo?

Avevo grinta, ero veloce, facevo anche atletica, corsa, salto in lungo, salto in alto, insomma ero portato per lo sport. E il calcio mi piaceva!

Torniamo al tuo provino alla Juventus.

C’era come allenatore Trapattoni, ma mi visionò il dottor Brolis, molto competente anche se anziano. Ricordo ero molto agitato, non mi sembrava vero. Ma, grazie anche alla mia grande passione, andò tutto bene e finii così in prestito al Chievo. Contemporaneamente, anche per volere della società, frequentavo l’istituto tecnico per geometri a Verona.

Lasciasti così Lugagnano…

Sì, disputai due campionati con le giovanili del Chievo, vincendo tutto. A 15 anni debuttai, in serie “D”, con la prima squadra del Chievo. Nel 1978 metà della mia squadra fu girata all’Avellino (allora in serie A) in comproprietà. Disputai così due anni ad Avellino nella squadra Primavera arrivando sempre secondi dopo la Fiorentina.

Qual era il tuo ruolo?

Ero centrocampista alla Tardelli, ma ero molto duttile, mi adattavo alle esigenze della squadra, potevo coprire tutti i ruoli: dal terzino al centravanti arretrato. In quel periodo disputai anche il torneo di Viareggio, ebbi così modo di conoscere molti giocatori importanti, come Tacconi, Vignola, Juary…  I miei allenatori furono Vinicio e Marchesi, di loro ho un bellissimo ricordo.

Però ad Avellino, a 17 anni…

Subito è stata dura, pesava la lontananza. Non c’erano telefonini allora, comunicare con la mia famiglia non era semplice, scrivevo lunghe lettere e alla sera spesso ci scappava il piantino. Pensa che la prima volta sono tornato a casa a Natale, dopo tre mesi che ero partito.

Hai cominciato a vedere i primi soldi?

Non avevo un contratto. Ma sì, girava qualche soldo.

Poi cosa successe?

Il terremoto! Mi spaventai moltissimo, per tre mesi dormii vestito. Chiesi di essere ceduto. Dovetti così scegliere tra Mantova o Empoli. Scelsi la seconda,  perché lì vivevano dei parenti di mio padre. In quel periodo conobbi mia moglie e dopo due anni la sposai, a 20 anni. Poco dopo nacque Matteo, il mio primogenito, che pochi mesi fa mi ha reso un felicissimo nonno (NdR lo confermano i suoi occhi che brillano in modo speciale quando ne parla) con l’arrivo della nipotina Emma.

Ad Empoli come andò?

Benissimo, disputai un ottimo campionato, anche la squadra andò bene tanto che vincemmo il campionato e fummo promossi in serie B. A fine campionato mi contattò il Bologna offrendomi un ottimo contratto biennale, a malincuore lasciai l’Empoli e la serie B. Ma in un anno anche col Bologna ritornammo in serie B. Fu un’ottima esperienza, la piazza era importante, quando si giocava in casa c’era una media di 30-35.000 spettatori.

E Lugagnano? L’avevi dimenticata?

No. Tornavo a Lugagnano una volta al mese, il lunedì. Ricordo andavo sempre a trovare Giancarlo (Ndr Apostoli) e lui voleva sempre sapere come andava, come mi trovavo, poi mi dava sempre consigli. Mi diceva che l’importante era essere umili, che bisogna ascoltare gli allenatori…

Come mai finisti al Padova?

In quel periodo il Padova era allenato da Di Marzio che mi volle a tutti i costi. Sfortuna volle però che appena dopo aver firmato il contratto il Padova Calcio per la nota vicenda del “calcioscommesse” fu retrocesso in C1. Quindi ancora C1 ! Ma al secondo anno vincemmo il campionato, ritornando in B.

Complimenti!

Si, in 4 anni vinsi tre campionati di C1 con tre squadre diverse. Una bella soddisfazione. Ma in questo modo mi ero fatto la fama del giocatore che riesce a portare la squadra dalla serie C1 alla serie B. E così fui richiesto dal Livorno. Altra grande piazza, in quel periodo giocai, e strinsi una particolare amicizia, con Protti, Allegri e altri. Allegri era tecnicamente molto valido, ma era una “testa matta”, amava gli scherzi e divertirsi, mai avrei pensato arrivasse ad allenare squadre come Milan e Juventus.

Zerpelloni con la maglia del Livorno. In alto a sx Massimiliano Allegri ora allenatore della Juventus
Zerpelloni con la maglia del Livorno. In alto a sinistra Massimiliano Allegri ora allenatore della Juventus

Poi?

Poi cambiai mare! Dal mar Tirreno andai al mar Adriatico, a Pesaro. Nell’89, lo ricordo bene perché nacque Simone, il mio secondogenito. Giocai con Delio Rossi, con Spalletti. Tuttora mi sento con loro.

Come mai, dopo un anno, ritornasti a Livorno?

Il Livorno, allora, era allenato da Giampaglia (poi allenatore delle giovanili nazionali) che mi conosceva perché era stato allenatore in seconda quando io giocai per la prima volta al Livorno. Non seppi dire di no, perché ero molto affezionato alla città, alla tifoseria. Mi amavano perché ero un combattente, sopperivo alle mie carenze tecniche con la grinta. E a Livorno amano i “guerrieri”! Ritrovai così Allegri, e altri amici. Purtroppo però, in uno scontro, mi ruppi i legamenti del ginocchio, ma riuscii dopo operazioni e riabilitazione a disputare l’ultima partita di campionato, davanti a 20.000 tifosi che mi osannavano. Che ricordo! Poi fallisce la società, passo al Montevarchi. Poi a Cuneo dove mi rompo  il quadricipite, brutto infortunio. Ma riesco a recuperare e firmo col Catania un buon contratto, ma il presidente Massimino non  presenta le credenziali, quindi società retrocessa in promozione ed io libero da ogni contratto.

Allora, cosa fai?

Mi allenavo con Malesani al Chievo, ma la famiglia cominciava a richiedere la mia presenza, un  figlio a Lugagnano, il ristorante di mia moglie a Volterra, mio suocero che non stava bene. Apostoli mi chiese se avevo voglia di dare una mano alla squadra del Lugagnano che in “eccellenza” non andava troppo bene, accettai. Da penultimi vincendo 7 partite su 8 arrivammo a metà classifica.

Quindi hai chiuso con il Lugagnano? Mi guarda e ride.

No, poi ho giocato col S. Bonifacio in promozione, con il Thiene in eccellenza, col Valeggio in seconda categoria e poi in prima categoria col Quaderni dove ho chiuso con il calcio.

Possiamo dire che il tuo sogno di ragazzino l’hai realizzato

Si, certamente, ma ne avrei un altro.. .

E quale sarebbe?

Mi piacerebbe giocare in squadra assieme ai miei due figli (NdR Matteo e Simone, anche loro partiti dal Lugagnano ora nel Somma-Custoza) credo sarebbe un record, ma purtroppo quest’estate per prepararmi al campionato mi sono rotto un menisco ed ora mi devo operare. Vediamo…

Vittorio, posso dirtelo? Avevano ragione i tifosi del Livorno: sei un guerriero!

Franco Fedrigo
Nato a Isola della Scala il 5 agosto 1961 e residente a Sona dal 1975. Sposato con tre figli. Appassionato di sport è componente del Comitato per la gestione del Teatro Parrocchiale e con alcuni amici organizza una rassegna di film sulla montagna. Fa parte della redazione del Baco dal 2002.