Villafranca, la promessa al padre e Woodstock: due notti dentro il concerto mito del 1969 per Giuliana Angeleri

Older woman seated at a table with Woodstock books and vinyl records, smiling at the camera.

Nell’immaginario collettivo il festival di Woodstock – soprattutto quello del 1969 – continua a esercitare una forza suggestiva e un fascino che sembrano sospesi e perdurare nel tempo, quasi avvolti nel mito. Non per tutti. Certamente per molti. Sicuramente per me. Attorno a quell’evento sono nati libri, film; ci sono fotografie, video e innumerevoli sono i riferimenti e le testimonianze di quello che viene considerato l’apice della cultura hippie.

Il 1969 fu un anno straordinariamente denso: appena un mese prima Neil Armstrong aveva posato il piede sulla Luna, per dire. Intanto però l’America di Nixon era tutt’altro che tranquilla, attraversata com’era da fortissime tensioni sociali, culturali e razziali: massicce proteste contro la guerra in Vietnam, i movimenti per i diritti civili, i Black Panthers, scontri tra studenti e istituzioni. Solo l’anno precedente erano stati assassinati Martin Luther King e Robert Kennedy (fratello di John Fitzgerald, anch’egli ucciso) e sempre nel ’69 avvenne il massacro compiuto dalla “famiglia” Manson.

Si potrebbe considerare quel periodo come una linea di confine: da un lato i sogni e la conquista dello “spazio” – non solo in senso astrofisico ma quasi escatologico – con la musica come linguaggio universale; dall’altro, tensioni, violenza e disillusioni.

Non posso sapere se un ventenne qualunque dell’epoca avesse davvero piena consapevolezza di quello che oggi chiameremmo Zeitgeist. Non so nemmeno se, tra vent’anni, i nostri figli ci chiederanno conto di quello che siamo riusciti a combinare nel 2026 e se ne fossimo davvero consapevoli.

Tuttavia, invece di addentrarsi troppo in dinamiche socio-politiche, abbiamo bensì l’occasione di ascoltare il semplice punto di vista di una donna, una veronese, che nell’agosto del ’69 non aveva ancora compiuto diciannove anni e che un giorno, passeggiando per New York, si imbatté in una locandina insolita: “An Aquarian Exposition: 3 Days of Peace & Rock Music”. In esclusiva per i lettori del Baco, conosciamo Giuliana Angeleri.

Come è nata l’idea di andarci?
Mi trovavo a New York con mio padre, che all’epoca era pilota dell’Aeronautica militare in forza alla Nato e lo avevo accompagnato perché doveva partecipare ad una riunione. All’hotel dove alloggiavamo ho conosciuto altri ragazzi e ragazze, figli di militari arrivati per la stessa riunione. Eravamo più o meno tutti della stessa età. In città vedevamo questi enormi poster: annunciavano tre giorni di musica in una località a circa novanta chilometri da New York. Io ero appassionata di musica, sia americana che inglese quindi l’idea mi attirava moltissimo. Ho fatto il diavolo a quattro per convincere mio padre, che non era convintissimo specie per il trasporto. Però c’erano dei pullman organizzati che portavano i ragazzi al festival. Alla fine, gli ho detto: “Papà dai, andiamo e torniamo”. Mio padre era un militare e quindi molto rigoroso ma devo dire che mi ha sempre dato fiducia e spronato a inseguire i miei sogni nel corso della mia vita.

Come è stato il viaggio?
All’inizio tranquillo. Poi a un certo punto ci siamo completamente bloccati. Presso la contea di Sullivan, dove si svolgeva il festival, le strade erano già completamente prese d’assalto. Non si muoveva più nulla. È stato lì che abbiamo capito che stava succedendo qualcosa di enorme.

Avevi già la percezione che sarebbe stato un evento storico?
No, quello no. In Italia non si era sentito praticamente niente. Non c’erano i media di oggi. Io ero arrivata a New York solo il giorno prima. Sapevo solo che era un festival legato alla cultura hippie. Ma nessuno immaginava quello che sarebbe diventato.

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Giuliana pesca nei ricordi finché racconta: è una signora minuta ma energica, non smette mai di sorridere e il suo caldo timbro di voce, sarà la suggestione del racconto, mi arriva danzante, calmo, quasi musicale. Ci troviamo nel suo soggiorno, a Villafranca di Verona, pieno di libri, vinili e ricordi di una vita. Cerco di immaginarla: un’italiana di 19 anni che scorrazza per la cittadina di Bethel. Prima volta in America, un viaggio nel viaggio. 

Two people stand on a city sidewalk with tall buildings behind them; 'IL BACO DA SETA' text appears in the lower-left corner.
Giuliana a New York

Cosa hai trovato quando siete arrivati?
Un campo immenso pieno di gente. Gli organizzatori si aspettavano circa 50 mila persone. Alla fine ne arrivarono quasi 500 mila. Una cosa incredibile. Molti avevano piantato tende, ma erano poche rispetto alla quantità di gente. Noi trovammo riparo per la notte in una specie di fattoria mezza abbandonata. Pioveva tantissimo, c’era fango dappertutto. Dormivamo poco, mangiavamo quello che capitava. Per due giorni praticamente panini e Coca-Cola che i ragazzi prendevano nei negozietti attorno.

Che atmosfera c’era tra le persone?
Bellissima. Tutti erano gentili, disponibili. Non ho mai avuto la sensazione di pericolo. Forse anche perché eravamo giovani ma davvero c’era un clima di fraternità. Eravamo quasi tutti coetanei: i più “vecchi” avranno avuto venticinque o ventisette anni. La cosa che mi colpì subito erano i capelli lunghi dei ragazzi, dei veri “capelloni”. Le ragazze invece indossavano collane, pendagli, vestiti molto colorati. Però la cosa che mi ricordo di più è che erano simpatici, aperti. Quando scoprivano che eravamo italiani erano incuriositi e molto cordiali con noi. Certo, girava parecchia droga e quello un po’ mi metteva a disagio. Io non avevo mai provato nulla e non volevo certo iniziare proprio lì. Pensavo sempre: “se succede qualcosa, mio padre mi ammazza!”. 

Quali esibizioni ricordi di più?
Ne ho viste tante. Santana, i Grateful Dead, i Creedence Clearwater Revival, Janis Joplin, Joe Cocker. Io ero molto affezionata ai Creedence. E mi piacquero tantissimo anche i Ten Years After. Il mio grande dispiacere è non aver visto Jimi Hendrix, che poi sarebbe morto l’anno dopo. Si esibì alla fine, ma io ero già partita perché mio padre mi stava aspettando a New York. Pensa che data la mole di persone e le strade bloccate, molti artisti arrivavano quando riuscivano e diverse esibizioni capitava che le eseguissero anche di notte. Fu molto suggestivo. Richie Havens suonò per tre ore per riempire i buchi della scaletta perché gli altri artisti non arrivavano.

Durante il festival vi rendavate conto di vivere qualcosa di storico?
Non proprio. Ma il secondo giorno dal palco iniziarono a dirci che l’evento stava avendo un riscontro incredibile anche alla radio. Dicevano: “Forse non ve ne rendete conto, ma state vivendo qualcosa di straordinario”. Ma noi, in realtà, pensavamo soprattutto a divertirci. Ce la siamo goduta e basta.

Nei racconti degli anni successivi Woodstock è stato molto mitizzato. Secondo te com’era davvero?
La disorganizzazione era reale, questo sì. Servizi igienici scarsi diciamo… sporcizia. Ma non era pericoloso come qualcuno ha raccontato. Non c’era aggressività. Era più un enorme raduno di ragazzi che volevano ascoltare musica e stare insieme. Certo, pioveva, c’era fango, si dormiva poco. Però quando usciva il sole e iniziava la musica era uno spettacolo.

C’è un ricordo che ti è rimasto più degli altri?
Una telefonata a mio padre. Trovai una cabina telefonica e lo chiamai per dirgli che stava andando tutto bene. Lui mi chiedeva: “Quando torni?”. Io gli dicevo: “Tra poco”. Alla fine, sono rimasta due notti. Poi sono tornata a New York. Mi venne a prendere alla Grand Central Station e mi guardava un po’ sospettoso: ero tutta infangata… ma gli dissi che era andato tutto benissimo. 

Ripensandoci oggi, cosa rappresenta per te quell’esperienza?
All’epoca era solo un’avventura. Anni dopo, quando è uscito il documentario mi sono resa conto di essere capitata dentro un pezzo di storia quasi per caso. Avevo diciannove anni, ero alla mia prima volta in America e mi sono trovata in mezzo a quasi mezzo milione di ragazzi che volevano cambiare il mondo con la musica. 

Saluto Giuliana. All’ingresso di casa sua mi aveva accolto una bandiera americana. Per lei fu quasi un amore a prima vista: tanto che, anni dopo quel viaggio, negli Stati Uniti ci ritornerà per lavoro, finendo per viverci dieci anni, girando e conoscendo l’America. Ho la sensazione, infatti, che quella di Woodstock sia solo una delle tante storie che potrebbe raccontare.

Dietro di noi, mentre ci salutiamo, campeggia su una parete un’enorme stampa originale del 1883 che raffigura l’inaugurazione del ponte di Brooklyn. E penso che Woodstock fu, ed è tutt’ora, anche questo: un ponte inatteso lanciato tra generazioni e continenti diversi, tra una ragazza di diciannove anni, un pezzo di mondo che stava cambiando e un giornalista del Baco che ne parla cinquantasette anni dopo.

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Alberto Lonardi
Classe '83, residente a Lugagnano dal 2022. Dopo la maturità scientifica consegue a Padova la laurea triennale in Economia Territoriale e Reti d'Impresa, presso la facoltà di Scienze Politiche. Lavora presso una società IT operante nei servizi bancari. Appassionato di montagna, musica e cinema, frequenta dal 2023 il Gruppo Lettura della Biblioteca di Sona.