VIDEO Verona, cocaina rubata ai rivali e minori usati come depositi

A muoversi, secondo l’indagine, non era soltanto la droga. Si muovevano le auto di lusso prese a noleggio, i messaggi criptati, le consegne affidate a ragazzi ancora minorenni, le cantine trasformate in nascondigli e l’idea, sempre più spavalda, che nel mercato della cocaina e dell’hashish si potesse fare un salto di qualità anche con la violenza. È dentro questa trama, tra Verona e la provincia, che la Squadra mobile ha eseguito un’ordinanza di misure cautelari personali emessa dal tribunale di Verona nei confronti di 10 giovani indagati per rapina e detenzione ai fini di spaccio di grossi quantitativi di sostanze stupefacenti.

Il quadro tracciato dagli investigatori è pesante. Le misure comprendono 5 custodie cautelari in carcere, 3 arresti domiciliari, 1 obbligo di dimora e 1 obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Uno dei destinatari della custodia in carcere risulta ancora ricercato. Non si tratta, dunque, di un intervento isolato su un singolo episodio, ma di un’indagine che punta a ricostruire un gruppo, le sue abitudini, i suoi contatti e il modo in cui avrebbe occupato uno spazio nel traffico di droga sul territorio veronese.

Gli investigatori sono arrivati agli indagati attraverso servizi di osservazione e attività tecniche mirate, tra cui intercettazioni telefoniche e intercettazioni ambientali audio-video. Un lavoro che ha permesso di individuare i componenti di un gruppo ritenuto attivo nella compravendita di cocaina e hashish, con spostamenti e contatti tra città e provincia. Il linguaggio asciutto degli atti racconta però una realtà molto concreta: passaggi di stupefacente organizzati, precauzioni per evitare i controlli, ruoli distribuiti e una rete capace di usare anche giovanissimi come ingranaggi operativi.

Dalle indagini emerge un tratto che colpisce: la spregiudicatezza. Secondo quanto ricostruito, i giovani indagati avrebbero mostrato una familiarità crescente con dinamiche tipiche della criminalità organizzata di strada: ostentazione, intimidazione, progettazione di reati gravi, disponibilità alla violenza. Non solo compravendita di droga, quindi, ma una mentalità costruita attorno al controllo, al prestigio e alla capacità di incutere timore. In questo contesto, gli investigatori riferiscono che il gruppo sarebbe arrivato persino a ipotizzare sequestri di persona pur di accaparrarsi grossi quantitativi di stupefacente.

A rendere riconoscibile il profilo del gruppo c’erano anche i mezzi usati per muoversi. Auto di lusso, noleggiate periodicamente attraverso contratti societari fittizi, diventavano lo strumento per attraversare il territorio, presentarsi con un’immagine di forza e al tempo stesso rendere più complessa la ricostruzione dei movimenti. Accanto alle macchine, i canali di messaggistica social criptati, utilizzati per concordare i dettagli dei passaggi di droga e provare a sottrarsi all’attenzione delle forze dell’ordine.

Il cuore dell’inchiesta porta al febbraio 2025, quando alcuni degli indagati avrebbero pianificato e messo in atto una rapina ai danni di fornitori di droga rivali. La scena ricostruita dagli investigatori è quella di un falso acquisto: i membri del gruppo avrebbero simulato l’interesse per un chilo di cocaina e chiesto di testare una piccola dose all’interno di un appartamento. Una volta ottenuto l’accesso e avvicinati i fornitori, li avrebbero aggrediti, impossessandosi con la violenza dell’intera borsa contenente lo stupefacente. Poi la fuga, a bordo di auto di supporto, e la spartizione del bottino.

È un passaggio decisivo, perché mostra il livello di rischio raggiunto. La droga non sarebbe stata solo comprata, venduta o custodita: sarebbe diventata il bottino di un’azione violenta studiata in anticipo, contro altri soggetti inseriti nello stesso mercato illegale. Un salto che, nella lettura investigativa, rivela la volontà del gruppo di muoversi non da semplice terminale dello spaccio, ma da soggetto capace di imporsi anche con metodi predatori.

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Un altro elemento centrale riguarda il coinvolgimento di ragazzi minorenni. Secondo l’indagine, il gruppo li avrebbe utilizzati in modo sistematico, non soltanto per le consegne materiali della droga, ma anche per custodire lo stupefacente. Cantine e garage delle abitazioni familiari sarebbero stati trasformati in depositi logistici, spazi ordinari della vita domestica piegati a una funzione criminale. È uno degli aspetti più inquietanti dell’inchiesta: la frontiera tra casa e strada che si assottiglia, con minorenni collocati in ruoli di servizio dentro un traffico di sostanze pesanti.

L’operazione della Squadra mobile di Verona mette così in fila più livelli dello stesso fenomeno: la circolazione di grandi quantitativi di droga, l’uso della violenza per conquistare partite di stupefacente, la ricerca di strumenti per eludere i controlli, l’ostentazione di un potere costruito anche attraverso auto costose e comunicazioni criptate, fino al coinvolgimento dei minori come manodopera e custodi.

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