Veronica da Lugagnano: “Vi racconto la mia esperienza di studio in Nuova Zelanda”

Si dice che chi parte per un viaggio non è mai la stessa persona una volta tornata. In tutta sincerità non so se dall’esterno traspare, ma io questa cosa l’ho verificata sulla mia pelle. Trascorrere l’estate effettivamente dall’altro lato del mondo, in Nuova Zelanda, ha avuto una forte influenza su di me. Ricordo ancora il venerdì che sono arrivata. La prima cosa che la mia Host Mum, Julie, ha fatto è stato portarmi in un Take Away per cena (eh beh, che vi aspettavate?). Ero ancora totalmente immersa nell’osservazione del posto in cui ero stata catapultata, dall’interno di una sfera di silenzio imbarazzante bucherellata ogni tanto da qualche yes e no. Julie parlava ma la sua voce era un rumore sordo, o meglio attutito da quella sfera che mi avvolgeva.

Osservavo quelle strane persone che guidavano nel lato sbagliato della macchina e della strada o che camminavano scalze sull’asfalto, o peggio, in pigiama! Solo un punto fu quel che mi vinse, come dice Dante nell’Inferno, a pensare la fatidica domanda: “Chi me lo ha fatto fare?”, e fu proprio vedere quella donna oversize, con la tenuta da notte intera, con una cerniera dietro la schiena, rosa shocking a macchie di leopardo nere.

Nonostante delle premesse – come definirle? – particolari, quella domanda non mi sfiorò più per tutti i due mesi. Forse per la collocazione del posto, distante da tutto e tutti. Forse per l’ambiente meraviglioso in cui ero immersa: una natura nata per essere ammirata da chiunque, mai toccata dalla mano dell’uomo. Forse perché, nonostante loro abbiano a disposizione la stessa superficie che abbiamo noi italiani, sono quindici volte meno di noi e quindi non hanno bisogno di costruire centri abitati in ogni dove.

Forse perché non c’è la frenesia che si vede da noi, e nell’aria si respira relax. Forse perché tutti sono più cordiali, più sorridenti anche con persone che nemmeno conoscono. Il loro è un approccio diverso, un modo diverso di vedere la vita. Ed è ciò che mi ha aiutato a non sentire più di tanto la nostalgia di casa.

L’approccio diverso emergeva anche a scuola. Il sistema scolastico è simile a quello americano: ci si sceglie le materie da soli, cinque in totale con due obbligatorie, inglese e matematica. Per ogni materia ci sono più corsi che approfondiscono un campo particolare, e cinque livelli, uno per ogni anno. Tra un’ora e l’altra ci sono 5 minuti di pausa per spostarsi tra un padiglione e l’altro. I padiglioni sono denominati dalla A alla P, ognuno per un campo di studi diverso (Matematica, Scienze, Studi Sociali, Studi Letterari, Tecnologia, Arti Drammatiche, Arti Musicali, Arti Raffigurative, Sport e così via…), e hanno in media quindici aule più una stanza per i professori del dipartimento, gli stanzini degli attrezzi e un cucinino. Ogni aula è attrezzata per la materia  che si svolge al suo interno ed è assegnata ad un solo insegnante, un po’ come un ufficio. Le lezioni iniziano alle 8.45 e finiscono alle 15.20 del pomeriggio, con venti minuti di ricreazione e un’ora di pausa pranzo (il relax si riconferma).

L’anno scolastico è suddiviso in 4 bimestri con due settimane di vacanze a cavallo tra uno e l’altro. Durante questi bimestri, chiamati term, i ragazzi possono sottoporsi a prove scritte che permettono loro di guadagnare crediti che serviranno prevalentemente per l’ammissione all’università. Ciò che invece permette loro di passare l’anno è l’esame alla fine del terzo term, a settembre. Se non passano questi possono riprovare alla fine dell’ultimo, a novembre. Se non riescono, devono ripetere solo il corso in cui sono stati bocciati. La vita sociale dei ragazzi è all’interno della scuola, per il semplice fatto che praticamente tutti i residenti in quel quartiere vengono iscritti lì. E soprattutto tutte le attività si svolgono lì dentro: se suonano uno strumento, prendono lezioni a scuola, se praticano uno sport, lo fanno nella squadra del college. E questo alimenta ancora di più i rapporti sociali con i compagni, cosa più difficile in Italia per la varietà di studenti da tutte le parti della città e della provincia.

Questa diversità anche a scuola e nei rapporti sociali mi ha permesso di vedere pro e contro dell’istruzione italiana, che è sempre più rigida perché ci deve preparare ad un mercato del lavoro più competitivo. Forse uno dei primi valori che ti lascia questa esperienza non è solo apprezzare il posto dove si va, ma anche il posto da cui si viene!

Oltre al fatto che scoprire nuove culture apre la mente e fa crescere dentro. Si impara a sapersi arrangiare, a saper prendere decisioni senza l’aiuto dei genitori, si impara ad essere responsabili e a sapersi gestire. Si impara a sapersi arrangiare con la cultura che si ha, con quel poco di lingua che si impara a scuola. E soprattutto si  creano nuovi rapporti, conoscendo persone che lasciano qualcosa dentro nonostante la diametrale distanza, e si rafforzano quelli vecchi, tenendo un legame solido nonostante il periodo di lontananza. Quindi questo è stato il risultato. Un cambiamento quasi radicale della visione del mondo in cui viviamo, quel piccolo universo intorno a noi e ce lo conferma anche Marcel Proust, che diceva che “L’unico vero viaggio non consiste nella ricerca di nuovi paesaggi, ma nell’avere nuovi occhi.”

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Veronica Posenato

About Veronica Posenato

Nata nel 1996, risiede a Lugagnano. Diplomata presso il liceo scientifico Messedaglia a Verona nel 2015, si è laureata in infermieristica presso l'Università di Verona nel dicembre 2018. Scrive per il Baco dal 2010, alla ricerca di persone del Comune di cui raccontare le storie, per valorizzare ulteriormente il nostro territorio.