Verso Campostela: l’esperienza di Silvio, Giampaolo e Bruno

Un sogno preparato da quasi dieci anni per compiere più di ottocento chilometri di cammino in un mese e mangiarsi ventunomila metri di dislivello. Questo sogno si è tramutato in realtà lo scorso Giugno, quando Silvio Spada, Giampaolo Zerpellon e Bruno Rossignati di Lugagnano hanno deciso che sì, quello sforzo fisico ma anche e soprattutto mentale e spirituale era maturo per loro.

 

Assaporare in silenzio ogni centimetro di quell’infinito percorso verso Compostela è il risvolto più intimo del cammino che hanno voluto raccontare. E’ quel tipo di solitudine in ogni frazione di secondo di quelle centinaia ore che passi da solo che ti obbliga a guardare in te stesso perché là fuori il mondo è distante. E’ la solitudine che ti invita ad ascoltare il pellegrino che viene-da-chissà-dove e parla una lingua sconosciuta ma che, lungo il cammino, ascolti e comprendi.

 

“Da soli avevamo il tempo per riflettere – comincia a raccontare Bruno e io personalmente mi sono dato delle spiegazioni esegetiche all’esperienza, e la mia mente faceva spesso paragoni con la Bibbia. Era dal 2000 che pensavo di fare il cammino di Compostela: ma più che il cammino esteriore ero interessato ad un cammino interiore. Il vero cammino per me è partito dal fondo, da Santiago più che dall’inizio, da St. Jean” conclude.

 

Basti solo pensare che dall’inizio di questa diramazione del cammino da St. Jean (non c’è un’unica strada ed un unico inizio) si sono radunati per il cosiddetto “avvio” pellegrini di ben diciotto nazionalità diverse. “E’ un vero e proprio popolo che cammina – afferma Silvio -. E ti rendi conto che quando sei là, rallenti tutto: capisci che corriamo troppo e non ci godiamo la vita… basta solo camminare lungo le strade che fai di solito in macchina per scorgere dettagli che non vedresti mai. Non c’è strada che porta alla felicità, ma la felicità è la strada. Come quando prepari una festa: la preparazione è bella come se non di più della festa in sé. La bellezza sta anche nel condividere con altri 15/20 pellegrini i posti degli alberghi, meditando assieme in modi che tutti comprendono. E’ quasi come se ci fosse una lingua comune, un comune modo di rispettarsi e di accogliersi”.

 

Ma ci sono pellegrini che prendono il cammino come esperienza meno religiosa e più spirituale, come quella di Giampaolo: “mi sono accodato al gruppo perché avevo tempo libero e volevo fare un’esperienza di cammino, come le tante altre che ho fatto in centr’america. I miei pensieri erano spirituali più che religiosi: è una spiritualità data dalla grazia e dalla bellezza dei volti che incontri e dei luoghi che vedi. Quando cammini capisci meglio i luoghi e comprendi meglio le fatiche e le vere cose prioritarie della vita. Ero convinto di fare una cosa laicamente, misurandomi con la tenacia di concluderlo: è un impegno di testa, soprattutto. Perché è un mese via dalle certezze, da tutto quello che conosci: dolori, problemi fisici, il tempo. Ogni giorno è una sfida.”.

 

E molte sono i problemi che capitano, senza preavviso, quasi sincronizzati apposta con la sfida da compiere come afferma Bruno: “la sera prima mi si è rotto un ponte in bocca e ho fatto i primi quindici giorni del cammino con un terribile dolore. Anche il cibo diventava un problema: non si riescono a mangiare panini, servirebbero cibi diversi, ma non è detto che si riesca trovarli lungo il cammino. E così mi sono aggiustato tutto da solo con una pinza”. Lungo tutto il cammino, comunque, ci sono molti servizi: medici, servizi, assistenza. Un’ottima organizzazione a servizio dei quasi 150 mila pellegrini che ogni anno lo solcano, senza distinzione di stagione o tempo. Lì si capisce l’essenzialità delle cose partendo dallo zaino che, in media, pesa tra gli 11 e 12 chili. “E non usi nemmeno tutto! – ironizza Silvio – In ogni caso per chi ha un peso eccessivo, o vuole liberarsi di qualcosa, lungo il cammino c’è un servizio invidiabile: si può spedire qualsiasi cosa a Compostela. Io personalmente ho spedito circa due chili di materiale a Santiago poco dopo l’inizio: a Santiago li ho ritirati appena arrivati e pensate che 700 chilometri di spedizione, e circa 30 giorni di fermo posta, mi sono costati poco più di 6 euro…”.

 

Ognuno va avanti con il proprio passo: è una regola non scritta del cammino. E così “per circa 600 Km ognuno di noi è stato da solo” racconta Silvio, magari incontrando qualche volta altri pellegrini e scambiando qualche discorso con loro. Non c’è dubbio, e concordano tutti, che la maggior parte del tempo ognuno è solo con se stesso, anche se, ironizzando un pochino, Giampaolo ricorda come “io e Bruno, comunque, concedevano il vantaggio a Silvio perché doveva raggiungere l’albergo per tempo per fissare i nostri letti negli alberghi e fare le fotografie…” . “Si, ma a mezzogiorno comunque ci si aspettava per pranzare assieme al sacco” irrompe Silvio che riceve una replica immediatamente da Giampaolo: “sicuramente, ma per starti dietro mi sono venute le vesciche alle mani da tanto che usavo il bastone per aiutarmi nel camminare…” provocando un risata da parte dei tre. “Comunque – affermano Bruno e Giampaolo – arrivando all’albergo alle 14 abbiamo sempre trovato un posto per noi tre e la doccia sempre calda, quindi un sentito ringraziamento va a Silvio, sicuramente”.

 

I tre erano vincolati dagli orari stringenti: “con Silvio come organizzatore non si scherza” ironizza Bruno. Alle 6 di mattina si alzavano e se non c’era la colazione nell’albergo del pellegrino si doveva andare a farla nel primo paesino che incontravano. Una tappa media era di 30/31 Km. La più lunga è stata di 39 Km. Tra salita e discesa sono stati fatti 21 mila metri di dislivello. Il loro cammino è stato lungo precisamente 818 Km, pari a 28 giorni di cammino e 31 in totale compresi gli spostamenti iniziali e finali in treno. La prima tappa da St. Jean a Roncisvalle si compie un dislivello in salita di circa 1300 metri, arrivando a 1600 di altitudine: si arriva proprio in cima ai Pirenei. La seconda tappa misura 1200 metri di discesa mentre la tappa più calda ha avuto un tratto di 17 Km sotto il sole a 35° e a 850 metri di altezza, senza l’ombra di pianta come riparo. Sono le Mesetas, fino a Calzadilla de la Cueza: un ameno villaggio di 75 abitanti da cui transita la maggior parte di quei centocinquantamila pellegrini.

 

Il tempo ha aiutato i tre, con 18 giorni di sole e solo 6 di piaggia “anche se questi hanno coinciso con le tappe più difficili” afferma Giampaolo. “E se poi incappi in un paese che è gemellato con il nostro Fumane – afferma Silvio – ti viene da sentirti veramente a casa: ricordo l’ospitalità di quel sindaco e il mio orgoglio nell’avergli mostrato la mia carta d’identità: nato a Marano di Valpolicella, proprio a due passi da Fumane…”. Non ci sono mai state tensioni tra i compagni di viaggio: “se c’è la fatica – afferma Bruno – tensioni e altri fronzoli si lasciano da parte. La fatica ci ha uniti davvero” conclude.

 

I tre pellegrini sono poi stati raggiunti da altri 13 di Lugagnano, nell’ultima settimana di cammino: “è stata una botta di vita e una passeggiata rispetto alle prime tre settimane! – afferma Silvio – e non si poteva non parlare di calcio, visto chi era con noi e il fatto che eravamo proprio nel mezzo del campionato del mondo. Meno male che siamo ritornati in Italia prima che la Spagna vincesse il mondiale… sennò sarebbero stati guai: li avevamo presi in giro perché la Spagna aveva perso la partita di esordio con la Svizzera…” conclude.

 

Il ricordo va ad altri compagni di viaggio che con loro hanno condiviso il cammino (Luigina e Mariarosa di San Giovanni Lupatoto) e non mancano i ringraziamenti: alle famiglie “e anche al datore di lavoro – conclude Silvio – perché 4 settimane via non sono cosa consueta”. Un cammino fatto di terra e pietre, fatto di pensieri e di sensazioni, di spirito e di religione. Questo cammino non terminerà mai per chi l’ha iniziato.