Verona, Vinitaly a bocce ferme: il consuntivo di una fiera che non somiglia più a ieri

Large white 'Italy' sign on a red carpet at an outdoor expo, with three purple circles and two people posing nearby.

Se pensate che il Vinitaly sia solo una fiera dove si sorseggia vino siete decisamente fuori strada. O meglio, siete rimasti fermi al decennio scorso. Per capire cos’è oggi questa kermesse che ogni anno anima Verona, bisogna partire da un concetto fondamentale, ovvero: “quello che il Vinitaly non è …”. Non è una fredda lista di etichette da spuntare su un catalogo, non è una semplice vetrina e, fortunatamente, non è più quel raduno esclusivo per soli “uomini in grigio”.

Io questo mondo l’ho respirato vent’anni fa, durante i miei anni universitari, quando vivevo il Vinitaly “dall’interno”, strizzata in quel completo rosso d’ordinanza che era la divisa delle hostess. Me lo ricordo bene: il sorriso doveva essere impeccabile anche quando i piedi imploravano pietà e i corridoi dei padiglioni sembravano spesso il set di un congresso di banchieri. 

In vent’anni di vino sotto i ponti dell’Adige ne è passato tantissimo e vederlo oggi fa un certo effetto. Il cambiamento non è solo evidente, è profondo. Oggi ogni stand è un’anima che si espone: c’è un design ricercato e una narrazione che trasforma una bottiglia in un pezzo di cultura viva.

Oggi tutto è immagine, ma nel senso più bello del termine. C’è una ricerca meticolosa che si riversa nelle etichette, diventate veri capolavori grafici, e in quel marketing fatto di frasi d’effetto. Nulla è lasciato al caso: i colori sono studiati, la musica e i suoni accompagnano ogni calice, creando un’esperienza che ti avvolge completamente.

Ogni padiglione non è più soltanto il confine di una regione, ma un modo di pensare e di vivere. È come se il vino avesse deciso di dialogare con l’arte, con il cinema e con la poesia. Entri in uno spazio e non senti solo il profumo dell’uva, ma percepisci un’idea di bellezza. 

La vera rivoluzione, però, è nelle persone. Anni fa la fiera era il regno incontrastato dei “signori ingessati”, invece oggi quel muro di formalità è crollato. Oggi vedi una marea di giovani. Ragazzi informali, appassionati, che arrivano qui per la curiosità di scoprire, non per lo status di esserci. Ma costoro non sono interessati all’ebbrezza, alla gioiosità a cui il vino può portare, sono i discendenti, gli eredi, di quei “signori ingessati” di un tempo. Questi si sono ritirati, guidano, ma lasciano spazio ai giovani che, con le loro idee possono innovare il settore.

Vedere questa evoluzione, da quel mio tailleur rosso così rigido ai ragazzi di oggi che girano in sneakers, liberi e curiosi, mi fa capire che abbiamo vinto noi. Il vino è tornato ad essere di tutti. È diventato un grande caleidoscopio di sorrisi e vita vera. E allora, con un pizzico di nostalgia per quella ragazza in rosso, ma tanta felicità per quello che vedo oggi, non posso che brindare ai nuovi inizi.

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Elisa Oliosi
Nasce il 28 febbraio 1985 e risiede a San Giorgio in Salici da sempre. Si è laureata in Lingua e Letteratura Moderna e Contemporanea per poter insegnare: ciò che ha sempre sognato. Ora insegna Letteratura e Storia presso l'Istituto Tecnico di Bussolengo. E' sposata con Carlo, un collega di università, e ha due bambini.