Verona, traffico illecito di oro verso l’Austria: due fermati e sequestri per 1,3 milioni

Un controllo della polizia stradale e, a cascata, un’indagine che porta a ricostruire un presunto traffico illecito di oro tra Veneto e Austria. I Finanzieri del Comando Provinciale di Verona e Vicenza, al termine delle attività investigative dirette dalla Procura della Repubblica di Verona, hanno smantellato un’organizzazione ritenuta dedita al trasferimento di oro 24 carati oltreconfine in cambio di ingenti somme di denaro contante.

L’operazione ha portato al fermo di due cittadini vicentini accusati di riciclaggio transnazionale e al sequestro di 6 kg di oro, oltre 1 milione di euro in contanti, oltre a beni immobili, autovetture e conti correnti. Il valore complessivo dei sequestri viene quantificato in circa 1,3 milioni di euro.

L’origine dell’inchiesta risale a maggio, quando la polizia stradale ha fermato un cittadino austriaco di origini turche che viaggiava a bordo di un’auto di grossa cilindrata. All’interno del veicolo sono stati trovati oltre 660 mila euro in denaro contante. Da quell’episodio sono partite le verifiche successive, coordinate dal Procuratore Aggiunto Reggente Rita Caccamo e dal Sostituto Procuratore Gennaro Ottaviano.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’organizzazione avrebbe operato con un metodo stabile: il trasferimento di oro purissimo dall’Italia all’Austria lungo la rete autostradale, con consegne e pagamenti in contanti. I corrieri avrebbero utilizzato soprattutto l’asse dell’A22, con compravendite che, sempre secondo gli accertamenti, avvenivano in prossimità dei caselli vicini al confine oppure direttamente in Austria.

Le indagini tecniche avrebbero consentito di documentare una cadenza regolare degli scambi: cessioni settimanali con partite d’oro tra 3 e 5 kg per incontro. Contatti, ordinativi e pianificazione degli appuntamenti tra la componente austriaca, indicata come acquirente, e quella italiana, indicata come venditrice, sarebbero stati gestiti tramite applicazioni di messaggistica istantanea configurate con sistemi di autoeliminazione dei messaggi e ritenute non immediatamente intercettabili.

Gli investigatori riferiscono inoltre che i lingotti destinati alla vendita erano privi di documentazione e di segni identificativi: niente fatture, punzonature, sigle o marchi di fonderia. L’unica incisione riportata sul metallo era l’indicazione della purezza 999‰, elemento che, secondo quanto evidenziato nell’indagine, avrebbe reso l’oro non tracciabile e più facilmente collocabile nei circuiti clandestini di fusione e lavorazione.

Tra gli elementi richiamati nell’attività investigativa ci sono anche riscontri sull’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, contabilizzate — secondo la ricostruzione — per coprire acquisti “in nero” di oro. Un passaggio che, per gli inquirenti, rafforza l’ipotesi della provenienza delittuosa del metallo oggetto di rivendita.

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Con i fermi e i sequestri, la Guardia di finanza indica di aver interrotto il canale di traffico illecito e di aver colpito disponibilità economiche e beni riconducibili al presunto sistema.

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