Verona, nel cervello 16 contatti contro il Parkinson: Borgo Trento primo in Veneto

Sedici piccoli punti di contatto per dirigere con maggiore precisione impulsi elettrici dentro il cervello. Dietro un’immagine che sembra arrivare dalla medicina del futuro c’è invece un intervento già eseguito a Verona, all’ospedale di Borgo Trento, dove è stato portato a termine uno dei primi impianti in Italia, e il primo in Veneto, dei nuovi elettrocateteri direzionali a 16 contatti per la stimolazione cerebrale profonda in un paziente affetto da malattia di Parkinson.

Non cambia il principio della terapia, conosciuta come Deep Brain Stimulation, DBS, ma aumenta la capacità di indirizzare la stimolazione esattamente dove serve. Un passaggio tecnologico che, per chi affronta una malattia capace di trasformare gesti quotidiani come camminare, vestirsi o prendere in mano un bicchiere in ostacoli sempre più pesanti, può significare una terapia costruita con maggiore precisione sulla singola persona.

L’intervento nasce dal lavoro congiunto dell’Uoc Neurochirurgia B, diretta dal professor Francesco Sala, dell’Usd Stereotassi, diretta dal dottor Antonio Nicolato, e dell’Uoc Neurologia A, diretta dal dottor Bruno Bonetti. In sala operatoria l’équipe era composta dai neurochirurghi Michele Longhi, Alberto Feletti e Antonella Lombardo, insieme al neurologo Giorgio Tommasi.

La stimolazione cerebrale profonda non è una terapia sperimentale. È ormai una delle possibilità terapeutiche più importanti per alcuni disturbi del movimento, soprattutto Parkinson, tremore essenziale e distonia. Attraverso elettrodi collocati in precise strutture cerebrali vengono inviati impulsi elettrici in grado di intervenire su sintomi come tremore, rigidità e lentezza dei movimenti.

A Verona questa strada viene percorsa da circa vent’anni, e i numeri raccolti sui pazienti con Parkinson danno la misura del suo peso clinico. Nei casi trattati è stato registrato un miglioramento medio del 65-70% della sintomatologia motoria globale attribuito alla sola DBS, insieme a una riduzione del 75% delle fluttuazioni motorie e dell’80% delle discinesie, cioè dei movimenti involontari. La terapia farmacologica è stata inoltre ridotta mediamente del 70%.

Percentuali importanti, che però raccontano soltanto una parte del lavoro necessario. Prima di arrivare all’intervento serve infatti una selezione rigorosa dei pazienti. Neurochirurghi e neurologi lavorano insieme, con il contributo anche di psichiatri e neuropsicologi, per individuare le persone che possono realmente beneficiare della DBS. Durante l’operazione il posizionamento degli elettrocateteri viene definito attraverso imaging avanzato ed esplorazione neurofisiologica intraoperatoria. Dopo l’impianto comincia poi un altro percorso: la regolazione nel tempo della stimolazione elettrica e della terapia farmacologica.

Ed è proprio qui che i nuovi elettrocateteri a 16 contatti aprono possibilità ulteriori. Il dato più netto è un incremento di oltre il 200% dell’ampiezza direzionale della stimolazione rispetto alla generazione precedente.

In termini concreti significa poter distribuire il campo elettrico con maggiore libertà e precisione attorno alla zona cerebrale individuata come bersaglio. Non semplicemente stimolare di più, quindi, ma soprattutto stimolare meglio: cercando l’area nella quale ottenere l’effetto terapeutico e, nello stesso tempo, evitare quelle vicine che potrebbero essere responsabili di effetti indesiderati.

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È una differenza tutt’altro che teorica. Il cervello non offre margini larghi e indistinti nei quali muoversi: pochi millimetri possono separare il bersaglio terapeutico da strutture che non devono essere coinvolte. Avere a disposizione più contatti e una maggiore capacità di orientare l’impulso permette quindi ai medici di affinare sia il posizionamento sia, successivamente, la programmazione della stimolazione.

Michele Longhi e Alberto Feletti spiegano così il significato del nuovo dispositivo: “Dal punto di vista neurochirurgico, questa nuova generazione di elettrocateteri ci permette di raggiungere una precisione di stimolazione superiore in tempi più rapidi. Questo ci consente di ottimizzare la durata della procedura, migliorandone la qualità complessiva e con ricadute positive sia sul comfort del paziente sia sull’organizzazione delle attività di sala operatoria”.

La DBS, naturalmente, non è indicata per ogni persona con Parkinson. Giorgio Tommasi chiarisce che nei pazienti con età pari o inferiore ai 70 anni rappresenta una delle principali possibilità terapeutiche nella fase avanzata della malattia quando, nonostante una buona risposta ai farmaci, compaiono importanti fluttuazioni motorie o discinesie capaci di compromettere la qualità della vita. Può essere presa in considerazione anche quando il tremore non viene controllato in maniera adeguata dai farmaci antiparkinsoniani.

La valutazione riguarda però anche le condizioni generali di salute e la situazione cognitiva e comportamentale.

“Il candidato ideale al trattamento con DBS deve, inoltre, essere in buone condizioni generali di salute, e non deve presentare importanti disturbi in ambito cognitivo-comportamentale”, spiega Tommasi, che sottolinea come l’obiettivo vada ben oltre la sola riduzione del tremore: “Le evidenze scientifiche e la nostra esperienza dimostrano che la DBS migliora significativamente la qualità di vita, permettendo a molti pazienti di recuperare autonomia e di riprendere una vita sociale e, in alcuni casi, anche lavorativa”.

È questo il punto nel quale l’innovazione tecnologica esce dalla sala operatoria e incontra la vita quotidiana. Più precisione nella stimolazione significa poter disegnare meglio la terapia intorno alla persona, intervenendo sui sintomi che ne limitano l’autonomia e cercando contemporaneamente di contenere gli effetti collaterali.

E il traguardo raggiunto a Borgo Trento arriva mentre il Parkinson assume dimensioni sempre più pesanti anche dal punto di vista sociale e sanitario. In Europa le persone che convivono con la malattia sono oltre 1,2 milioni e le stime riportate indicano un possibile raddoppio dei casi entro il 2030.

Dentro questa crescita c’è una sfida che non si gioca soltanto sulla quantità delle cure disponibili, ma sulla loro precisione. A Verona, quei 16 contatti impiantati nel cervello di un paziente segnano esattamente questa direzione: trasformare una tecnologia già consolidata in uno strumento sempre più capace di seguire le caratteristiche di ogni singolo malato.

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