Verona, l’ambulatorio Onco-Liver fa la differenza nel tumore al fegato

Group of doctors and medical staff in white coats standing together in a hospital hallway, smiling at the camera.

Nelle corsie e negli ambulatori, certe svolte non arrivano con un macchinario nuovo o con una molecola dal nome impronunciabile. Arrivano con un gesto più semplice, ma decisivo: sedersi allo stesso tavolo, guardare lo stesso paziente da due lati diversi e prendere una decisione unica, non a compartimenti stagni. È la promessa – misurata con numeri netti – del modello Onco-Liver nato in Aoui Verona e oggi applicato anche in altri quattro ospedali italiani. E i dati, appena pubblicati sulla rivista internazionale Liver Cancer, raccontano un impatto concreto sul carcinoma epatocellulare.

Il lavoro nasce dalla pratica clinica su 146 pazienti con HCC trattati in centri di eccellenza: Aoui Verona, IOV di Padova, CRO di Aviano, Niguarda e Humanitas di Milano. Per sei mesi, una parte di loro è stata seguita con un’organizzazione diversa dal consueto: un ambulatorio multidisciplinare integrato, dove epatologi e oncologi valutano insieme, in modo globale, la storia clinica e la fragilità del fegato, non solo l’andamento del tumore. L’altra parte ha proseguito nel percorso standard delle unità oncologiche.

Il cuore del problema, nel carcinoma epatocellulare, sta tutto in una frase che i clinici ripetono da anni e che spesso si traduce in difficoltà quotidiane per chi cura e per chi si cura: è un tumore che cresce “su un fegato già malato”. Nella maggioranza dei casi c’è una cirrosi alle spalle, con un equilibrio delicatissimo, e il rischio che terapie salvavita possano essere limitate o interrotte da eventi avversi legati proprio alla funzione epatica. In questi anni, l’arrivo di nuove terapie mirate e dell’immunoterapia, compresi gli inibitori dei checkpoint immunitari, ha allargato le opzioni. Ma ha anche reso più evidente una verità: senza una regia che tenga insieme oncologia e medicina del fegato, il percorso può diventare una corsa a ostacoli.

Il progetto veronese, avviato nel 2022, porta la firma di Andrea Dalbeni, della Uoc Medicina generale C e presidente della sezione Triveneto SIMI, e di Alessandra Auriemma della Uoc Oncologia, responsabile dell’ambulatorio multidisciplinare. Attorno a loro un gruppo che include, tra gli altri, Michele Milella, direttore della Uoc Oncologia, David Sacerdoti, direttore della Liver Unit, e professionisti sanitari e giovani ricercatori coinvolti nella raccolta e nella gestione dei dati clinici.

I risultati, però, sono quelli che interessano prima di tutto ai pazienti e alle famiglie. Nel campione totale, il 53% dei pazienti (77) è stato seguito con il modello integrato, mentre il 47% (69) ha avuto la gestione standard. La sopravvivenza libera da progressione (PFS) è stata 13,6 mesi nel gruppo multidisciplinare contro 7,7 mesi nel gruppo di controllo. Il tasso di controllo di malattia (DCR) è salito al 70,1% rispetto al 60,3%. E poi il dato che, in un tumore “appoggiato” su un fegato fragile, pesa come un macigno: gli eventi avversi epatici sono crollati dal 40,6% al 10,4%.

Dietro quelle percentuali c’è una differenza che si vede anche fuori dalle tabelle: più possibilità di continuare le cure, meno interruzioni forzate, un percorso più “tenuto insieme”. Non è soltanto una questione di protocolli, ma di tempi e di sguardo clinico: riconoscere prima i segnali di scompenso, gestire meglio le comorbidità, impostare una terapia che tenga conto della biologia del tumore e, allo stesso tempo, della funzione epatica. In altre parole, evitare che il fegato – già in sofferenza – diventi l’anello che spezza la catena delle cure.

Nelle dichiarazioni dei protagonisti emerge anche l’ambizione del modello: estendere l’esperienza alle neoplasie primitive delle vie biliari e, più in generale, proporre l’ambulatorio integrato come schema replicabile in altre aree oncologiche complesse. Dalbeni e Auriemma sintetizzano così l’origine di questa scelta organizzativa: “L’ambulatorio multidisciplinare Onco-Liver nasce nella nostra Azienda nel 2022… La complessità di questa malattia… ha stimolato noi specialisti… ad unirci per fornire ai pazienti una gestione integrata più efficace e rapida”.

Milella lega i risultati a una visione più ampia di innovazione organizzativa, richiamando i principi dell’Healthcare 5.0: “Questi risultati confermano che l’innovazione organizzativa è altrettanto importante quanto l’introduzione di nuovi farmaci…”.

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E Sacerdoti mette il punto clinico più delicato, quello che spesso decide l’esito del percorso: “La terapia dell’HCC è solo in parte una terapia oncologica… la gestione della ‘quota non-tumorale’ consente al paziente di affrontare meglio la terapia oncologica, di proseguirla più a lungo”.

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