Il vino veronese non è soltanto una bottiglia che parte per l’estero, una cantina sulle colline o un’etichetta che racconta un territorio. È una corrente economica che attraversa campi, imprese, trasporti, ristoranti, turismo, lavoro, redditi familiari e perfino entrate fiscali. Se quella corrente rallenta, la scossa non resta chiusa dentro le cantine: corre lungo tutta la provincia e arriva molto più lontano del vigneto.
È il cuore dello studio presentato il 6 luglio alla Camera di Commercio di Verona, nell’ambito del forum “L’economia del vino a Verona: strategie per sostenere la filiera e governare il cambiamento”. L’analisi, realizzata da Economics Living Lab, spin-off dell’Università di Verona, misura l’impatto che una contrazione della domanda di vino potrebbe avere sull’economia veronese. E i numeri, letti in fila, compongono un quadro netto: anche lo scenario meno pesante apre una crepa da 261 milioni di euro.
La simulazione parte da un dato semplice e durissimo. Con un calo dell’export di vino del 5%, pari a una riduzione delle vendite per 53 milioni di euro, l’effetto complessivo sull’economia provinciale arriverebbe a 261,66 milioni di euro. Di questi, 186,11 milioni riguardano gli input intermedi, cioè la rete di beni e servizi che alimenta direttamente e indirettamente la filiera; altri 75,55 milioni colpiscono il valore aggiunto, quindi la ricchezza prodotta, il lavoro e il capitale. In altre parole, il danno non si ferma all’azienda vinicola che vende meno: si allarga ai fornitori, ai servizi, ai redditi, alle imprese che ruotano attorno a uno dei comparti più identitari della provincia.
Lo strumento utilizzato è una matrice di contabilità sociale della provincia di Verona, una fotografia dei rapporti economici interni al territorio. Dentro questa matrice sono stati inseriti due conti specifici, Uva e Vino, per leggere con maggiore precisione il peso della filiera agricola e dell’industria alimentare. Non una previsione secca, quindi, ma una griglia di scenari: quattordici ipotesi, costruite combinando riduzioni dell’export, calo della domanda interna e aumento dei costi di produzione.
La soglia meno severa, quella del -5% di export senza altri shock, porta a una perdita di 261,66 milioni. Con un export giù del 15%, il conto sale a 784,98 milioni. Se alla flessione delle vendite estere si somma un calo della domanda interna del 5%, l’impatto cresce ancora: 434,45 milioni nello scenario con export a -5%, 957,77 milioni con export a -15%, fino a 1.219,44 milioni con export a -20%.
Il punto più critico arriva quando alla contrazione dei mercati si aggiunge l’aumento dei costi di produzione del 15%. In quel caso, lo scenario peggiore, con domanda interna a -5% ed export a -20%, porta la perdita complessiva a 1.302,22 milioni di euro. È quasi cinque volte lo scenario meno pesante. Una distanza enorme, che racconta quanto il sistema sia esposto quando più fattori negativi si sommano nello stesso momento.
Il dato che più pesa è l’export. A parità di domanda interna, passare da un calo del 5% a uno del 15% triplica quasi l’impatto totale: da 262 milioni a 785 milioni. Ogni punto di flessione delle vendite all’estero si traduce in circa 52 milioni di euro di effetto negativo sul sistema economico veronese. La domanda interna funziona da ulteriore moltiplicatore, ma resta meno decisiva rispetto alla spinta dei mercati esteri. Il messaggio economico è chiaro: Verona è forte perché esporta, ma proprio per questo sente con violenza ogni scricchiolio della domanda internazionale.
La fotografia del territorio spiega perché il tema sia così delicato. Verona è uno dei poli vitivinicoli principali del Paese, con oltre 7mila vitivinicoltori, più di 24mila ettari di superficie vitata, 15 Doc e 5 Docg. Il vino vale il 7,9% delle esportazioni provinciali e pesa per oltre il 10% sull’export nazionale del settore. Non è un comparto laterale, non è una nicchia dorata: è una struttura portante dell’economia scaligera.
Nel quadro illustrato dal professor Francesco Pecci, la contrazione della domanda genera effetti diretti, ma soprattutto indiretti e indotti. Lo ha sintetizzato così: “Una contrazione della domanda che genera impatti rilevanti non solo diretti ma soprattutto indiretti e indotti, con effetti significativi sul Pil, e destinati a ripercuotersi sui redditi delle famiglie e sulle entrate fiscali”. È qui che lo studio abbandona il linguaggio astratto dei modelli e diventa cronaca economica concreta: se il vino rallenta, non perde solo chi imbottiglia. Perdono pezzi interi della catena produttiva.
Il presidente della Camera di Commercio di Verona, Paolo Arena (nella foto qui sopra), ha richiamato il primato veronese per export e valore della produzione, legandolo anche all’enoturismo, capace di generare lavoro e benefici aggiuntivi. Il punto politico ed economico, però, è nella necessità di leggere la crisi non come una parentesi passeggera, ma come un cambiamento da governare. “Le difficoltà strutturali che oggi sconta il comparto a livello globale, nazionale e locale ci impone – ognuno per propria competenza – l’analisi e lo studio di soluzioni che possano salvaguardare uno dei comparti chiave di Verona. È questa la call to action che la Camera rivolge alle istituzioni e alle categorie interessate”.
IL PUNTO DEL DIRETTOREPalazzolo e quelle radici che possono ancora tenerci insiemeIl contesto internazionale, presentato dall’Osservatorio del vino di Unione Italiana Vini con Carlo Flamini, conferma che il problema non nasce soltanto a Verona. Dal 2019 al 2025 i consumi mondiali di vino sono diminuiti del 16%, scendendo a circa 2,2 miliardi di casse da 9 litri. Dietro questo arretramento ci sono pandemia, inflazione e dazi statunitensi, ma soprattutto cause più profonde: nuovi stili di vita, attenzione alla moderazione, concorrenza di altre bevande, difficoltà nel ricambio generazionale dei consumatori.
Il vino resta fortemente concentrato nei mercati occidentali: Europa occidentale e Nordamerica assorbono l’86% dei volumi. È una forza, perché sono mercati storici e ad alto valore, ma anche una fragilità. Se quelle società invecchiano, cambiano abitudini, bevono meno ogni giorno e scelgono più spesso consumi saltuari, l’intero settore ne risente. In Asia, e in particolare in Cina, la crescita attesa non ha mantenuto le promesse. Le piazze mature come Giappone e Corea del Sud mostrano segnali di involuzione. Gli aumenti registrati in Sudamerica e nell’Europa centro-orientale restano troppo piccoli e frammentati per compensare le perdite dei grandi mercati.
Le previsioni al 2029 non parlano di rimbalzo, ma di caduta più lenta. Il totale vino è atteso a un -0,7% annuo, con i vini fermi a -1,1% e gli spumanti a +1,8%. Anche dentro il mercato si allarga una frattura: la fascia Popular, che rappresenta circa l’80% dei volumi, dovrebbe continuare a scendere, mentre i segmenti Super Premium e Ultra Premium mostrano prospettive positive, attorno all’1% annuo. Il vino che resiste meglio non è necessariamente quello che costa meno, ma quello che riesce a dare identità, esperienza, valore percepito.
Il nodo generazionale aggiunge un’altra linea di complessità. In Italia i consumatori quotidiani diminuiscono, con un saldo negativo di 4,3 milioni tra 2006 e 2025, mentre crescono i consumatori saltuari. I giovani, però, non sono assenti. La quota di Gen Z che consuma vino è salita dal 40% del 2015 al 44% del 2025. Bevono in modo diverso, cercano gusto, condivisione, sperimentazione. Sono più aperti a formati piccoli, occasioni informali, aperitivi, feste, packaging alternativi. Non sostituiscono numericamente le generazioni mature, perché sono meno numerosi, ma indicano un terreno possibile: parlare a chi non vive il vino come abitudine quotidiana, bensì come scelta, esperienza, linguaggio sociale.
Dentro questo scenario, al forum veronese sono emerse anche alcune scelte politiche e di filiera. L’assessore all’Agricoltura della Regione Veneto, Dario Bond, ha annunciato il lavoro sulla legge regionale sull’enoturismo, con l’obiettivo di portarla all’esame del Consiglio regionale tra settembre e ottobre. “Dobbiamo lavorare per valorizzare le nostre aziende, riducendo la burocrazia e dando loro la possibilità di offrire un’accoglienza sempre più completa ai visitatori. L’enoturismo rappresenta un’opportunità importante per il territorio e va sostenuto con strumenti adeguati”. Il passaggio è rilevante perché sposta il vino oltre la vendita della bottiglia: accoglienza, territorio, esperienza, relazione con il visitatore.
Il presidente di Federdoc, Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi, ha posto invece il tema dell’equilibrio produttivo. La domanda centrale riguarda le autorizzazioni ai nuovi impianti, oggi legate a un aumento annuo dell’1% del potenziale vitato. “Dobbiamo chiederci se sia ancora sostenibile continuare ad aumentare ogni anno dell’1% il potenziale vitato o se non sia arrivato il momento di sospendere questo meccanismo per ristabilire l’equilibrio tra domanda e offerta”. Sugli estirpi, il richiamo è stato alla coerenza: non possono diventare una soluzione temporanea finanziata con risorse pubbliche se poi il sistema torna pochi anni dopo ad aumentare superfici e produzione. Al tempo stesso, sottrarre fondi alla promozione internazionale per destinarli agli estirpi rischia di indebolire la presenza del vino italiano sui mercati che ancora possono aprire spazi.
Le conclusioni di Alex Vantini, componente di giunta della Camera di Commercio di Verona e presidente di Coldiretti Verona, hanno allargato la riflessione a tutta la filiera. “Il vino non è soltanto un comparto agricolo, ma un motore economico che genera occupazione, turismo, servizi, commercio e valore per tutto il territorio veronese”. Da qui la richiesta di fermare l’aumento dell’1% delle autorizzazioni ai nuovi impianti e di affrontare anche il tema dei ricarichi nella ristorazione, che in alcuni casi superano il 400% e rischiano di allontanare il consumatore dal vino.
La partita, dunque, non si gioca su un solo tavolo. C’è il fronte dei mercati esteri, decisivo per una provincia che vive di export. C’è quello dei costi, che amplifica ogni shock. C’è il tema della domanda interna, più debole ma non irrilevante. C’è la trasformazione dei consumi, con una quotidianità che arretra e nuove occasioni che avanzano. C’è infine la necessità di distribuire meglio il valore lungo la filiera, perché un sistema sbilanciato diventa più fragile proprio quando il vento gira.
Il vino veronese resta una potenza economica e simbolica. Ma i numeri presentati in Camera di Commercio dicono che la leadership non basta più a proteggere il territorio. Anzi, più una filiera è centrale, più ogni sua contrazione diventa un fatto collettivo. La sfida non è difendere il passato in bottiglia, ma scegliere come tenere insieme produzione, valore, turismo, giovani consumatori e mercati internazionali. Perché nel bicchiere di Verona, oggi, non c’è solo vino: c’è una parte consistente del futuro economico della provincia.
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