Verona, il grano vale sempre meno: nei campi cresce la paura di doverlo svendere

Golden wheat stalks in a sunlit field under a bright blue sky.

Nei campi veronesi il grano è stato raccolto, i silos cominciano a riempirsi e sui tavoli degli agricoltori tornano i conti. Sono numeri che, questa estate, lasciano poco spazio alla soddisfazione: il prezzo riconosciuto a chi produce continua a scendere, mentre gasolio, fertilizzanti, macchinari e lavorazioni mantengono costi pesanti. Il rischio, denunciato da Coldiretti, è che migliaia di tonnellate di frumento vengano vendute a valori incapaci persino di coprire le spese sostenute per coltivarle.

La crisi cerealicola nazionale investe direttamente anche la provincia di Verona, dove il grano non rappresenta una presenza marginale nel paesaggio agricolo. Tra frumento tenero e duro, la superficie coltivata supera infatti i 25mila ettari. Di questi, 1.730 ettari sono destinati al grano duro. La produzione complessiva oltrepassa le 150mila tonnellate, con rese medie comprese tra 60 e 70 quintali per ettaro, secondo i dati di Veneto Agricoltura elaborati su rilevazioni Istat del 2024.

Dietro queste cifre ci sono aziende, famiglie, investimenti e mesi di lavoro. Ma il valore della materia prima si sta assottigliando proprio nel momento in cui il prodotto arriva sul mercato. In due anni la quotazione del grano duro è scesa da circa 35 euro al quintale agli attuali 27 euro. In alcune zone della Sicilia sarebbe precipitata fino a 19 euro al quintale. Livelli che Coldiretti considera largamente inferiori ai reali costi di produzione.

La forbice diventa ancora più evidente quando si passa dai campi agli scaffali. Il prezzo pagato agli agricoltori diminuisce, mentre pane e pasta continuano a essere venduti a cifre elevate. Il valore che si perde all’inizio della filiera non si traduce quindi automaticamente in un vantaggio per chi fa la spesa. A restare schiacciati sono da una parte i produttori, costretti a lavorare con margini sempre più ridotti, e dall’altra i cittadini, che non vedono calare in modo proporzionato il costo dei prodotti finiti.

Per affrontare questa situazione, Coldiretti ha inviato al Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste una serie di richieste. La principale riguarda lo stanziamento immediato di 40 milioni di euro, attraverso il disegno di legge Coltiva Italia, destinati a rafforzare i contratti di filiera. L’obiettivo è rendere più stabile il rapporto tra agricoltori, trasformatori e industria, evitando che il prezzo venga determinato soltanto dalla pressione del mercato nel momento della raccolta.

Accanto al sostegno economico viene chiesto un piano straordinario per modernizzare le strutture di stoccaggio. Oltre il 60 per cento dei centri di raccolta italiani ha più di quarant’anni. Magazzini e silos insufficienti o superati riducono la possibilità di conservare il cereale e obbligano molte aziende a venderlo subito, proprio quando l’offerta è più abbondante e le quotazioni rischiano di scendere.

Su questo punto interviene Massimo Marcomini, componente della commissione cereali della Camera di commercio di Verona per Coldiretti Verona, che invita gli agricoltori a non avere fretta.

“La raccomandazione agli agricoltori è di non vendere il grano in questa fase di avvio della campagna, ma di attendere l’autunno e di sfruttare la nostra capacità di stoccaggio trattenendo il prodotto nei magazzini. Rimuovendo temporaneamente l’offerta dal mercato e riducendo così la disponibilità immediata ci attenderemmo l’aumento della domanda da parte dell’industria e delle centrali d’acquisto, e una risalita dei listini che, secondo le analisi di mercato, teoricamente non dovrebbero subire ulteriori ribassi rispetto ai livelli minimi attuali”.

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È una strategia che punta a sottrarre il raccolto alla pressione delle prime settimane, quando la necessità di liberare i depositi o recuperare liquidità può spingere le aziende ad accettare prezzi particolarmente bassi. Una possibilità, però, legata alla disponibilità concreta di spazi adeguati e alla capacità economica di attendere diversi mesi prima di incassare.

Nel mirino di Coldiretti finiscono anche le importazioni di cereali dall’estero, aumentate proprio in coincidenza con la raccolta italiana. Secondo l’analisi dei dati Eurostat presentata dall’organizzazione agricola, nel mese di maggio gli arrivi di grano dal Canada sono cresciuti del 55 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Ad aprile l’incremento aveva raggiunto il 200 per cento.

L’immissione di grandi quantità di prodotto straniero nelle settimane della mietitura può contribuire a comprimere ulteriormente i prezzi riconosciuti ai cerealicoltori italiani. Coldiretti solleva inoltre il problema delle differenti regole produttive applicate nei Paesi di origine. In Canada, denuncia l’organizzazione, il glifosato viene utilizzato anche nella fase precedente alla raccolta per favorire l’essiccazione del grano in campo, una pratica vietata in Italia e nell’Unione europea.

Il nodo è quello della reciprocità: chi importa e vende sul mercato europeo dovrebbe rispettare condizioni produttive e standard equivalenti a quelli imposti agli agricoltori italiani. In caso contrario, le aziende locali si trovano a sostenere obblighi più severi e costi maggiori, competendo con prodotti ottenuti attraverso tecniche che qui non sarebbero consentite.

Per verificare con maggiore precisione provenienza e caratteristiche dei cereali, Coldiretti propone l’utilizzo di strumenti scientifici avanzati, tra cui risonanza magnetica, mappatura genomica e analisi isotopica. Tecnologie che potrebbero rendere più difficile alterare o nascondere l’origine della materia prima lungo i diversi passaggi commerciali.

L’organizzazione chiede anche controlli più stretti sui tentativi di aggirare le quotazioni ufficiali stabilite dalla Commissione unica nazionale, attraverso la diffusione di listini paralleli, e sulle possibili pratiche commerciali sleali. In particolare, viene sollecitato l’intervento degli organismi di vigilanza contro chi acquista il grano a prezzi inferiori ai costi sostenuti dalle aziende agricole.

La partita non riguarda soltanto questa campagna di raccolta. Tra le richieste presentate al Ministero compaiono anche un piano nazionale per gli invasi destinati all’irrigazione di precisione e maggiori investimenti nella ricerca sulle Tecniche di evoluzione assistita, con l’obiettivo di ottenere colture più resistenti alla siccità, alle alte temperature e agli effetti sempre più evidenti dei cambiamenti climatici.

Nei campi veronesi, intanto, il prodotto c’è. Le quantità confermano il peso della cerealicoltura nell’economia agricola provinciale. Quello che manca è un prezzo capace di riconoscere davvero il lavoro necessario per arrivare alla mietitura. Conservare il grano fino all’autunno potrebbe attenuare la pressione immediata, ma non può essere l’unica risposta. Senza regole trasparenti, controlli sull’origine, strutture moderne e rapporti più equilibrati nella filiera, ogni raccolto rischia di trasformarsi nello stesso paradosso: magazzini pieni e aziende sempre più povere.

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Giulio Braggio
Abita a San Giorgio dalla nascita (14 marzo 1960). Sposato con Paola, è attivo da sempre nel mondo del volontariato. Ha fatto anche un’esperienza politica a livello locale come Consigliere comunale dal 1990 al 1998. Da una decina d’anni lavora nel sindacato Cisl. E’ appassionato di fotografia, informatica, automobilismo e amante dei cani. Collabora con il Baco da Seta dal 2002.