Nelle stanze dove il tempo si ferma a meno centoquaranta gradi, la parola “attesa” cambia significato. Non è un rinvio, non è una pratica, non è burocrazia: è la differenza tra una possibilità e un’occasione persa. A Borgo Roma, nel Centro di Criopreservazione delle cellule staminali emopoietiche e dei linfociti dell’Uoc Medicina trasfusionale dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona, è arrivata una donazione che pesa come una promessa mantenuta: 71 mila euro in strumenti e contenitori di ultima generazione messi a disposizione da ADOCES.
La scena, oggi 22 aprile, ha il ritmo delle cose concrete: dispositivi che non fanno rumore, ma decidono la qualità di un trapianto dall’altra parte del pianeta. Perché qui non si lavora per “tenere in ordine” un laboratorio: qui si raccolgono cellule, si lavorano, si mettono in sicurezza e si spediscono dove il Registro internazionale indica un paziente compatibile. E non è una formula: nell’ultima settimana, da Verona sono partite sacche verso Nuova Zelanda, Canada e Australia; mediamente, una volta alla settimana un contenitore dedicato prende la rotta dell’America. La donazione di cellule staminali, ricorda il documento, è un gesto “salvavita” con una traiettoria mondiale: finisce nelle mani di malati di tutti i continenti.
Il dato che colpisce, e che racconta una città molto più grande della sua mappa, è questo: la Medicina Trasfusionale dell’AOUI è da anni riferimento per Veneto e Trentino Alto Adige e raccoglie circa il 25% delle cellule staminali donate in Italia dal registro dei donatori non consanguinei. In generale, il Veneto pesa per circa il 30% delle donazioni nazionali: una fetta che passa in buona parte da qui, da Borgo Roma. È un primato che non si misura in medaglie, ma in compatibilità trovate e trapianti resi possibili.
La tecnologia donata serve a fare una cosa apparentemente semplice e in realtà delicatissima: criopreservare senza stressare il campione, stoccare e conservare a bassissima temperatura per lunghi periodi, e poi trasportare in sicurezza. Il cuore del nuovo assetto è un dispositivo di ultima generazione chiamato “Ice Cube”: controlla in modo preciso e graduale la discesa di temperatura con l’utilizzo di azoto, portando le cellule fino a -140 °C. A quel punto le sacche vengono trasferite nei tank, grandi contenitori con azoto in fase gassosa, dove la conservazione avviene a -180 °C. Non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori: la gradualità evita i danni di un congelamento troppo rapido, come la formazione di cristalli di ghiaccio dentro le cellule, e preserva integrità e funzionalità nel tempo. In altre parole: rende più affidabile ciò che deve restare vivo anche quando viene “fermato”.
Poi c’è il viaggio, che è la parte più cinematografica e più rischiosa. Entrano qui i contenitori “Voyageur”, pensati per portare a destinazione sacche di cellule staminali o linfociti già criopreservati mantenendo temperature criogeniche fino a circa -180 °C con un principio che aumenta la sicurezza: l’azoto liquido viene usato in fase assorbita, senza liquido libero, riducendo il rischio di fuoriuscite durante movimentazione e trasporto. Insieme ai contenitori arrivano anche allestimenti per lo stoccaggio: colonne metalliche a ripiani e scatole metalliche progettate per l’alloggiamento delle sacche nei tank. È l’infrastruttura silenziosa che permette al sistema di reggere, senza improvvisazioni.
Dentro questa storia c’è anche un pezzo di città che non sta in corsia ma che, di fatto, sostiene le corsie. ADOCES è attiva sul territorio veronese da molti anni e collabora con l’AOUI, in particolare con l’Uoc Medicina trasfusionale dove ha sede il Registro IBMDR per Veneto e Trentino Alto Adige. L’associazione lavora su informazione e reclutamento, con un’attenzione forte ai giovani: nella giornata di ieri, alcuni studenti maggiorenni dell’istituto tecnico industriale Marconi sono stati accompagnati dai volontari per la tipizzazione e l’ingresso nel registro. Un gesto che, nel lessico dei laboratori, significa ampliare il bacino di potenziali donatori e aumentare le possibilità di trovare un profilo compatibile per chi ha come prospettiva terapeutica un trapianto.
Alla cerimonia di consegna erano presenti, tra gli altri, il direttore Giorgio Gandini e la responsabile del Registro donatori Anna Rosa Gandini, con i tecnici e i professionisti del laboratorio; per ADOCES, il presidente Paolo Zoppi, il tesoriere Alberto Zerminian e i volontari. Le parole, qui, non sono di circostanza: servono a fissare il senso di un’operazione che non abbellisce, ma rafforza. Giorgio Gandini ha detto: “Oggi celebriamo un traguardo importante. Adoces, da sempre partner fondamentale del Servizio Trasfusionale nel reclutamento e nella fidelizzazione dei donatori di cellule staminali, ha voluto testimoniare ancora una volta la propria vicinanza a questa attività. Oltre all’impegno quotidiano nel portare qui i donatori, l’associazione ha scelto di sostenerci con una donazione significativa di macchinari: strumentazioni estremamente importanti per il nostro lavoro e dal notevole valore economico. Per questo, esprimiamo il nostro più sincero ringraziamento”.
Dal lato dell’associazione, Paolo Zoppi ha legato la donazione a una richiesta precisa e a una missione: “L’Azienda ospedaliera, e in particolare il Centro Trasfusionale di Verona, ci ha chiesto supporto per l’acquisto di alcuni macchinari essenziali alla conservazione delle cellule staminali emopoietiche. Come associazione presente sul territorio da trent’anni, abbiamo accolto con entusiasmo questa richiesta. Gli strumenti aiutano il sistema di conservazione di quelle cellule fondamentali per il trapianto di midollo e per salvare i pazienti affetti da gravi patologie del sangue. Come associazione facciamo questo, con grande piacere, perché è uno dei compiti istituzionali che abbiamo e da sempre scendiamo in campo per aiutare la sanità in questo senso”.
In controluce, resta un’immagine potente: Verona come snodo, come porto criogenico da cui partono “piccoli carichi” che valgono più di qualunque merce. Dietro i numeri — 25% delle donazioni nazionali che passano da qui, 71 mila euro di strumenti — c’è un lavoro che non concede margini: temperatura, tempi, curve di raffreddamento, sicurezza del trasporto. Perché in quel viaggio verso un paziente sconosciuto, in un ospedale dall’altra parte del mondo, ogni grado e ogni procedura sono parte della cura.
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