Le ferite non fanno rumore. Si infilano nei corridoi, nei gruppi WhatsApp, nei commenti lasciati lì “per scherzo” e invece capaci di restare addosso per mesi, a volte per anni. A scuola, soprattutto, il bullismo femminile si muove così: sottile, relazionale, spesso invisibile. Eppure è diffusissimo. A Verona, il 15 maggio, la prima indagine nazionale dedicata a questo tema ha messo numeri e parole su una realtà che tante ragazze riconoscono al volo, mentre gli adulti, frequentemente, la vedono tardi.
La ricerca, promossa da sei università italiane, è confluita nel volume “Il bullismo femminile in Italia. Indagine nazionale sulla violenza in adolescenza”, curato da Antonia De Vita (Università di Verona) e Giuseppe Burgio (Università di Enna “Kore”). La presentazione veronese è diventata anche un punto d’incontro tra università, scuole e città: una mattinata che ha tenuto insieme dati, racconti, e l’idea che prevenzione e contrasto non siano solo “progetti”, ma un modo diverso di stare nelle relazioni.
Ad aprire l’incontro, i saluti di Michela Rimondini, Valentina Moro, Roberto Fattore, Carla Vertuani ed Elisa La Paglia, assessora ai Servizi Formativi dell’Istruzione del Comune di Verona. A moderare, Elena Chemello. Poi la ricerca è entrata nel vivo: Francesco Vittori ha ricostruito le tre fasi dell’indagine, Irene Dora Maria Scierri ha presentato i dati quantitativi, mentre Paola Dusi, Stella Rita Emmanuele, Maria Gabriella Landuzzi, Anna Grazia Lopez e Andrea Traverso hanno approfondito il materiale qualitativo raccolto con i focus group.
Il cuore del lavoro nasce da un vuoto: in Italia mancavano dati e indagini mirate sul bullismo femminile. Dal 2019 al 2023 il progetto ha coinvolto 25 scuole e 2.800 tra studentesse e studenti. L’impostazione è netta: per capire l’aggressività tra ragazze serve una prospettiva di genere e una lettura intersezionale, capace di far emergere quanto contino stereotipi, ruoli assegnati, provenienze, orientamento sessuale e classe sociale. Non è un dettaglio teorico: è la lente che permette di interpretare perché certe dinamiche scattino proprio lì, dentro un gruppo, e perché certe prese di mira colpiscano sempre gli stessi punti del corpo e dell’identità.
I 49 focus group realizzati nelle sette città campione (Verona, Milano, Genova, Arezzo, Perugia, Foggia e Palermo) hanno chiesto alle ragazze di raccontare cosa intendono per bullismo, quando “parte”, che emozioni lascia e quali strategie hanno provato per uscirne. Da quei racconti emerge una costante: il bullismo femminile, nella percezione delle adolescenti, è fatto soprattutto di parole che feriscono, di esclusione dal cerchio delle amicizie, di stigma verso le diversità che si appiccicano ai corpi e alle etichette: troppo magre, troppo grasse, troppo belle, troppo brutte, troppo “secchione”, oltre a orientamento sessuale, provenienza culturale e condizione sociale. Ed emerge anche un altro punto che pesa: “Gli adulti arrivano tardi”. Genitori e insegnanti, spesso, capiscono quando la sofferenza è già diventata un nodo duro.
Il quadro quantitativo conferma quanto il fenomeno sia esteso. I 2.481 questionari, somministrati alle e agli studenti del primo biennio delle scuole secondarie di II grado di Verona, Genova, Arezzo, Perugia, Foggia e Palermo, rilevano un’incidenza dell’8,4% per il bullismo sistematico (più frequente tra le ragazze) e del 45,3% per il bullismo occasionale, in linea con i dati nazionali ISTAT (2015) e con le rilevazioni della Piattaforma Elisa (a.s. 2022-2023). Numeri che non raccontano solo “quanto”, ma suggeriscono “come”: la ricerca evidenzia che il bullismo si manifesta soprattutto nei contesti scolastici e online, avviene dentro il gruppo dei pari, prende soprattutto forme verbali e relazionali e resta spesso sotto il radar di chi dovrebbe proteggere.
C’è anche una geografia interna ai dati. Analizzando l’impatto per città, Verona e Arezzo registrano una percentuale maggiore e statisticamente significativa di vittime rispetto a Foggia e Palermo. E, coerentemente, Verona mostra anche una maggiore prevalenza di spettatrici/ori e di bulle/i. Non è una classifica morale: è un campanello che chiede attenzione e strumenti, perché dove aumentano vittime e spettatori cresce anche il rischio che certe dinamiche diventino normalità, abitudine, “vita di classe”.
La ricerca mette in luce differenze di genere nette nelle esperienze e nelle percezioni. Le ragazze si dichiarano più frequentemente vittime e spettatrici, soprattutto nelle forme verbali, relazionali e nelle molestie sessuali, spesso legate ad aspetto fisico e immagine. Mostrano più sensibilità per le conseguenze emotive, più empatia verso chi subisce e una disapprovazione più marcata dei comportamenti aggressivi. I ragazzi, invece, tendono più spesso a tollerare o giustificare i bulli; e la forma di prevaricazione più associata al gruppo maschile viene descritta come quella degli “scherzi”: una parola leggera che, quando copre l’umiliazione, diventa un alibi.
Particolare attenzione, a Verona, è stata dedicata alla terza fase della ricerca: un progetto sperimentale realizzato in collaborazione con il Liceo S. Maffei e l’ITES L. Einaudi. Antonia De Vita, insieme alle docenti Roberta Raveani e Francesca Zerman, ha raccontato un percorso che parte da un punto chiave: se il bullismo femminile è spesso invisibile e raramente narrato dalle vittime, allora la prevenzione deve coinvolgere anche le ragazze, considerate “esperte” delle dinamiche relazionali che attraversano scuola e digitale. Percorsi partecipativi, laboratori e pratiche di peer education, realizzati con le Coop. Soc. Il Ponte e L’infanzia, hanno puntato su ascolto, relazioni solidali, strumenti concreti costruiti insieme.
Alla fine, il messaggio che resta non è solo un dato percentuale. È un’immagine: un gruppo che decide chi sta dentro e chi sta fuori, una battuta che si ripete, un silenzio che diventa isolamento, un adulto che “si accorge” quando ormai la ragazza ha imparato a farsi piccola. Questa ricerca prova a rompere quella nebbia: chiamare le cose con il loro nome, capire le differenze, riconoscere i segnali. E soprattutto ricordare che, davanti a ferite che non si vedono, l’unico antidoto credibile è costruire comunità capaci di vedere prima.
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