Verona fa rete contro la violenza di genere: un protocollo unico per non lasciare sole le donne

Group of five adults in a medical consultation outdoors on a scenic terrace, with a doctor and three professionals listening to a patient seated with back to camera; city skyline in the background.

Non è un foglio in più da archiviare, né un rito formale da foto di gruppo. Il nuovo “Protocollo d’intesa per l’adozione di strategie e prassi condivise per il contrasto della violenza di genere” nasce con un’ambizione precisa: mettere ordine, cucire insieme pezzi che già esistono, evitare che una richiesta d’aiuto rimbalzi da uno sportello all’altro e si perda in mezzo a timbri, attese, passaggi a vuoto. A Verona l’idea è semplice e, proprio per questo, pesante: quando una donna entra in contatto con la rete dei servizi, deve trovare una risposta coordinata, non una somma di interventi scollegati.

Il lavoro parte da un atto della Regione Veneto: con Decreto n. 136 del 3 dicembre, viene indicato il Comune di Verona come ente capofila e gli viene chiesto di avviare un confronto strutturato tra i soggetti che, a diverso titolo, si occupano di prevenzione e contrasto della violenza di genere. Da lì prende forma un percorso lungo circa un anno e mezzo, che non si limita a “mettere firme”, ma prova a disegnare un metodo comune. Un passaggio chiave arriva con la delibera di Giunta n. 549 del 3 giugno, quando, insieme all’Università degli Studi di Verona, viene attivata una borsa di studio: l’elemento scientifico entra a fianco del lavoro istituzionale, con l’obiettivo di dare più solidità a procedure e scelte.

Il cuore del Protocollo sta nel suo intento di “sintonizzare” competenze e funzioni: non inventa da zero i servizi, ma prova a sistematizzare, armonizzare e valorizzare quello che già c’è, costruendo un modello unitario. Dentro ci finiscono tutte le tappe di un percorso che, nella vita reale, non è lineare e spesso è un labirinto: prevenzione, primo accesso, ascolto, protezione, fino al supporto legale, sanitario, psicologico e sociale. Il punto non è solo “chi fa cosa”, ma il modo in cui ciascun passaggio si incastra con l’altro, perché la discontinuità, in questi casi, non è un inconveniente burocratico: può diventare un rischio.

A sottolineare la cornice politica e amministrativa è la vicesindaca e assessora alla Parità di genere Barbara Bissoli, che colloca il documento dentro un’esigenza di unificazione: la Regione Veneto ha chiesto un protocollo interistituzionale unitario rispetto ai due già conclusi nel 2020 e nel 2022. Nelle sue parole il messaggio è che un sistema condiviso “vale più della somma delle singole azioni”, perché la violenza di genere non si combatte con iniziative isolate, ma con una risposta riconoscibile e tempestiva, capace di accompagnare la persona senza lasciarla esposta tra passaggi non coordinati.

C’è però un dettaglio che pesa e che, nella geografia del Protocollo, resta aperto: le forze dell’ordine — Questura, Carabinieri e Guardia di Finanza, coordinate dalla Prefettura — in questa fase non sono presenti ai fini dell’adesione, perché, viene spiegato, serve un ulteriore approfondimento per capire “se vi sia spazio” per entrare nel perimetro dell’intesa. La Prefettura avrebbe comunque espresso apprezzamento per l’iniziativa. È una fotografia di realtà: la rete si allarga, ma non è ancora completa in ogni sua parte. Ed è proprio in questi incastri che si misura la tenuta di un modello, perché la promessa di una risposta “integrata” vive anche della capacità di far dialogare, senza attriti, i nodi più delicati: protezione, segnalazioni, valutazione del rischio, interventi urgenti.

Uno dei pilastri dichiarati è la formazione: non come accessorio, ma come condizione per parlare la stessa lingua. Il Protocollo insiste sulla condivisione di linguaggi, strumenti e procedure tra operatrici e operatori della rete territoriale, con attenzione all’aggiornamento professionale, al riconoscimento precoce dei segnali di violenza, all’attivazione corretta dei percorsi di protezione e alla collaborazione tra servizi. Qui l’obiettivo è chiaro: ridurre gli errori di lettura, evitare banalizzazioni e ritardi, aumentare la capacità di intercettare anche le forme più sommerse, quelle che spesso non arrivano con una denuncia immediata ma con richieste indirette, esitanti, a volte persino camuffate.

Gli enti aderenti disegnano una mappa ampia e, per certi versi, inedita per densità: dalla Provincia di Verona ai principali presìdi della giustizia — Tribunale Ordinario di Verona, Procura della Repubblica presso il Tribunale Ordinario di Verona, Tribunale per i Minorenni di Venezia, Procura della Repubblica presso il Tribunale per i Minorenni di Venezia — fino all’Università degli Studi di Verona, alla Casa Circondariale di Montorio, al Comitato dei Sindaci.

Sul fronte sanitario e sociosanitario entrano l’Azienda Ospedaliera Integrata di Verona, l’Azienda Ulss 9 Scaligera, l’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, l’Ospedale P. Pederzoli. Ci sono poi gli ordini e le professioni che, spesso, sono il primo punto di contatto o un passaggio decisivo: Ordine degli Avvocati di Verona, Ordine degli Psicologi del Veneto, Ordine dei Medici Chirurghi e Odontoiatri di Verona, Ordine degli Assistenti sociali del Veneto, Federazione Italiana Medici di Medicina Generale, Ordine dei Farmacisti della Provincia di Verona, Federfarma di Verona, e l’Associazione Telefono Rosa.

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Le dichiarazioni raccolte durante la presentazione raccontano bene perché questo tipo di rete non è un dettaglio. Vittorio Pederzoli, per l’Ospedale Pederzoli di Peschiera, parla di una violenza “inconcepibile e inaccettabile” e mette a disposizione la struttura per le iniziative. Fabrizio Nicolis, direttore sanitario dell’IRCCS Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, riconosce che nelle strutture sanitarie esistevano già protocolli, ma che qui si fa “ancora di più” perché “ci si mette tutti in rete”, con un invito implicito a riprendere e migliorare ciò che è già avviato. Olga Sfragra dell’Ulss 9 Scaligera mette l’accento sul restringere “le maglie” del sistema locale, sull’esigenza di prassi operative comuni e su un punto cruciale: la tempestiva valutazione del rischio reale a cui la donna è esposta, in affiancamento con l’intervento giurisdizionale.

Dal versante medico, Alfredo Guglielmi, presidente dell’Ordine dei medici chirurghi e odontoiatri di Verona, parla di “linguaggio comune” come chiave per rendere visibile un problema che spesso resta non evidenziato e spinge l’attenzione anche verso la prevenzione educativa. Dal mondo delle farmacie, Elena Vecchioni di Federfarma Verona ricorda un fatto concreto: la farmacia è spesso un luogo di contatto quotidiano, dove possono emergere segnali d’allarme e dove servono strumenti per “decodificare un bisogno” e indirizzare la persona verso chi può intervenire. Mauro Regis, presidente dell’Ordine degli Avvocati di Verona, insiste sull’essenzialità della presenza degli avvocati in un percorso del genere e sulla necessità di una formazione non “tradizionale”, perché qui la competenza giuridica deve convivere con la delicatezza delle situazioni. Emilia Greco, presidente di Telefono Rosa Verona, chiude su un aspetto che vale quanto una procedura: lavorare “con lo stesso linguaggio” significa anche garantire il “non giudizio”, perché il senso di colpa che accompagna molte vittime può diventare un secondo muro, oltre la violenza stessa.

Il Protocollo, in sintesi, prova a trasformare una rete in un organismo, a far sì che l’intervento non sia solo disponibile, ma riconoscibile: chiaro nei passaggi, coordinato nelle responsabilità, rapido quando serve. La sua efficacia, inevitabilmente, si misurerà nella pratica quotidiana: nella capacità di evitare sovrapposizioni e vuoti, nella qualità della formazione promessa, nella tenuta del dialogo tra sanità, servizi sociali, giustizia, associazioni e professioni. E anche nella possibilità di completare il perimetro con chi, per ruolo e funzioni, è centrale nei momenti più urgenti. Verona, intanto, mette un punto fermo: la risposta non può essere lasciata all’improvvisazione, né alla buona volontà dei singoli. Serve un patto, e serve che quel patto funzioni quando la porta si chiude e una donna chiede aiuto.

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