Una Basilica colma fino all’ultimo posto, il piazzale trasformato in una grande navata all’aperto, gli occhi rivolti al megaschermo e un silenzio capace di tenere insieme generazioni diverse. Verona, questo pomeriggio, si è stretta attorno a Osvaldo Bagnoli come si fa con una persona di famiglia.
Il mister dello storico scudetto dell’Hellas Verona, morto all’età di 91 anni dopo aver lottato da tempo contro una patologia neurodegenerativa, è stato salutato alle 15 nella Basilica di San Zeno, cuore antico della città e luogo simbolico scelto per un addio che non poteva restare confinato dentro quattro mura.
Già dalle ore precedenti la zona aveva assunto il volto delle grandi occasioni, quelle solenni e dolorose. Le strade erano state chiuse al traffico dalle 12, mentre cittadini, tifosi, rappresentanti delle istituzioni, con in prima fila il sindaco Damiano Tommasi, e del mondo sportivo cominciavano a raggiungere la Basilica. Dentro non c’era più spazio. Fuori, il piazzale si è riempito di persone rimaste in piedi per seguire la celebrazione attraverso il maxischermo.
C’erano i giocatori dell’Hellas Verona di oggi, con mister Baroni, scesi dal ritiro per rendere omaggio all’uomo che ha scritto la pagina più luminosa della storia del club. E c’erano i suoi ragazzi, i protagonisti dello scudetto del 1985 – Tricella, Fanna, Galderisi, Sacchetti, Elkjaer, Volpati, Di Gennaro e gli altri – tornati ancora una volta accanto al loro allenatore. Non più davanti a una lavagna tattica o nel tunnel di uno stadio, ma tra le navate di San Zeno, uniti nel momento più difficile.
Attorno al feretro si è raccolta la moglie Rosanna e la famiglia, al centro di un abbraccio che ha superato i confini. Perché Bagnoli, a Verona, non è stato soltanto l’allenatore di una squadra vincente. È diventato un volto della città, una parte della sua memoria, una figura capace di rappresentarne il carattere concreto, riservato e tenace.
È stato il vescovo Domenico Pompili, fin dall’apertura della celebrazione, a dare voce a questa dimensione collettiva: “Ci raccogliamo oggi dentro e fuori a questa Basilica di San Zeno, mentre l’intera città si ferma, per affidare al Padre Osvaldo Bagnoli”. E ancora: “La Parola che ascolteremo non parla di stadi, né di vittorie e sconfitte, ma di ciò che resta quando le persone ci lasciano: l’amore donato e ricevuto”.
Parole che hanno spostato subito lo sguardo oltre il calcio, senza cancellarlo. Perché lo scudetto, le partite, le domeniche del Bentegodi e quella squadra entrata nella leggenda sono stati il punto di partenza di una relazione molto più profonda. Bagnoli arrivò a Verona da calciatore, vi incontrò Rosanna e finì per legare la propria vita alla città in modo indissolubile.
L’EDITORIALE DEL BACOTutti abbiamo bisogno di una tazzaNell’omelia, il vescovo ha costruito proprio attorno al significato della famiglia il ritratto più intimo del mister. Partendo dalle parole del Vangelo, “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”, ha ricordato che i legami autentici non nascono soltanto dal sangue, ma dalla scelta di prendersi cura degli altri.
“Non è l’automatismo del DNA che crea relazioni profonde e durature e tutti sappiamo che un conto è essere genitori e un conto è diventare padre o madre”, ha detto Pompili. Quindi il passaggio che ha attraversato la Basilica come una definizione semplice e definitiva: “Non è forse quello che è accaduto tra Osvaldo Bagnoli e Verona? Senza accorgersene, senza dirlo neppure a sé stesso, Osvaldo è diventato non solo il ‘padre’ dei suoi ‘ragazzi’, ma anche quello di un’intera Città”.
Padre dei suoi giocatori, dunque. Ma anche padre sportivo di una città che grazie a lui imparò a credere nell’impossibile senza perdere il contatto con la realtà.
Il vescovo ha ricordato anche l’incontro tra Bagnoli e la futura moglie, nato, secondo il racconto richiamato nell’omelia, guardando il film “Arianna”, con Audrey Hepburn e Gary Cooper. Una storia privata entrata con delicatezza nel racconto pubblico di un uomo che a Verona costruì la propria casa, la propria famiglia e la propria impresa sportiva.
Di Bagnoli, Pompili ha descritto soprattutto la solidità: “Quel che colpisce nella sua storia è la perfetta aderenza alla terra, unita ad uno sguardo sempre proiettato in avanti, mai ripiegato su di sé”. E poi: “Per quanto definito ‘pessimista’, addirittura uno ‘Schopenhauer del pallone’, Osvaldo era semplicemente concreto, realista, sobrio. Non sprecava parole. Anche all’indomani del più imprevedibile successo”.
È forse proprio lì, in quella sobrietà, che Verona ha sempre riconosciuto qualcosa di sé. Bagnoli non trasformò mai la vittoria in esibizione personale. Non alzò la voce, non si mise davanti alla squadra, non cercò di diventare più grande dell’impresa che aveva compiuto. Rimase il mister con il cappotto, lo sguardo severo e la battuta pronta. Uno capace di riportare ogni entusiasmo alla concretezza del lavoro.
Ma l’omelia non si è fermata al ricordo individuale. Ha riportato lo scudetto dentro la storia sociale della città. Quella vittoria, ha sottolineato il vescovo, riuscì a unire persone lontane per provenienza, condizioni economiche, idee e sensibilità.
“La mitica vittoria dello scudetto, da parte di una squadra e di una Città ritenute lontanissime da tale possibilità, dice una cosa urgente da riscoprire”, ha osservato Pompili. “È accaduto che una comunità fatta di persone diverse per ascendenza sociale e culturale, oltre che per sensibilità politica e possibilità economica, si è ritrovata ‘una’, grazie al gioco del calcio”. Non una somma di interessi, ma una gioia condivisa: “Osvaldo e i suoi ragazzi hanno così dimostrato che le gioie vere nascono sempre dalla qualità delle relazioni”.
Dentro San Zeno, mentre quelle parole risuonavano tra le pietre della Basilica, quella stessa unità sembrava tornare visibile. C’erano persone che avevano vissuto direttamente l’impresa del 1985 e altre che ne hanno ricevuto il racconto dai genitori. C’erano tifosi con decenni di stadio sulle spalle e ragazzi che non erano ancora nati quando il Verona conquistò l’Italia. Tutti riuniti attorno allo stesso nome.
Nel finale dell’omelia è tornata anche l’ironia asciutta del mister, con un famoso episodio diventato parte del suo ritratto umano. Quando la polizia arrivò negli spogliatoi dello stadio della Juventus per un vetro rotto al termine della celebre partita di Coppa dei Campioni (allora si chiamava così), Bagnoli indicò lo spogliatoio avversario e disse: “Se cercate i ladri, sono di là!”. Pompili non cita la partita e la squadra, solo quella frase che tutti a Verona conoscono e ricordano con un sorriso.
Una battuta che il vescovo ha trasformato nell’ultima immagine del saluto: “Vogliamo sperare che possa ripeterle in quel segreto spogliatoio che è la vita che ci attende tutti”. Un luogo dove, richiamando le parole del patrono san Zeno, “nessuno ruba, nessuno rapina, nessuno è bisognoso, nessuno muore”.
Al termine della celebrazione sono stati pronunciati soltanto alcuni brevi discorsi già programmati, nel rispetto dello stile riservato di Bagnoli e della sua famiglia. I nipoti e Tricella, storico capitano di quella squadra. Poi l’ultimo viaggio terreno, accompagnato dai familiari, mentre alle persone presenti in Basilica e nel piazzale è stato chiesto di rimanere al proprio posto fino alla partenza del carro funebre.
È stato un addio composto, affettuoso e immenso. Senza bisogno di clamore, proprio come sarebbe piaciuto a lui.
Verona ha salutato l’allenatore che le regalò lo scudetto, ma soprattutto l’uomo che seppe trasformare undici giocatori, uno stadio e un’intera città in una comunità capace di credere nello stesso sogno. Oggi quel sogno aveva il colore della memoria, il volto dei suoi ragazzi ormai anziani e il silenzio di migliaia di persone strette attorno alla Basilica.
Il mister del miracolo gialloblù se n’è andato. Ma a Verona resterà ciò che il vescovo ha indicato all’inizio della celebrazione: l’amore donato e ricevuto. E resterà quella squadra, quella primavera del 1985 e una città intera che, almeno per una volta, scoprì di poter arrivare davanti a tutti.
Le foto sono state fornite dall’ufficio stampa della diocesi di Verona.
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