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Fra poco saranno 5 anni da quel 23 giugno del 2016 quando il 52% del 72% dei 46 milioni che si erano iscritti per votare al referendum consultivo sull’appartenenza del Regno Unito all’Unione Europea, dunque 17 milioni di cittadini, si espresse per suggerire al governo britannico di uscire dall’Unione Europea.

Ne seguì una complicata vicenda politica di cui negli anni seguenti si occupò ogni mezzo di informazione e della quale in rete si può trovare ogni dettaglio.

Da oltre un mese il Regno Unito vive questa nuova realtà, per la quale non solo è uscito dall’Unione Europea ma anche dal suo Mercato unico (di cui sono invece membri Svizzera, Norvegia, Liechtenstein e Islanda, pur non essendo membri UE) e dall’Unione doganale (alla quale partecipa anche la Turchia per quasi tutte le merci, oltre ai quattro citati prima).

E cominciano ad arrivare le testimonianze concrete di cosa questo significhi per il commercio.

Perché il Regno Unito, con l’eccezione dell’Irlanda del Nord, non è uscito da un semplice mercato, ma piuttosto da un mercato che ha un’alta staccionata intorno a sé. Un po’ come se uno non si fosse semplicemente trasferito in campagna, ma avesse lasciato una città con una cinta muraria e i portoni chiusi, per cui quando vuole fare un giro in centro è costretto a superare un severo e arcigno controllo.

In concreto: un esportatore di pesce dal Regno Unito per ogni consegna che prepara, diciamo un camion, oggi deve inserire in un sito inglese le 149 informazioni relative al certificato di pesca, suddivise su 27 pagine. Si tratta di un lavoro che richiede cinque ore.

Poi occorre un certificato sanitario di 20 pagine redatto da un veterinario, quindi due pagine di dichiarazione doganale sia di esportazione dal Regno Unito che di importazione nella UE.

Poi altre carte perché il camion che arriva all’imbarco della Manica a Dover non debba attendere a lungo. Solo i documenti di trasporto per tutto quanto c’è nel camion doveva averli anche prima e quindi non sono un aggravio. Per il resto avrà dovuto assumere qualcuno che gli sbrighi tutte le nuove pratiche.

Queste cose erano ben note ai nostri antenati: una delle motivazioni pratiche che due secoli fa animava molti di coloro che perseguivano l’Unità Italiana era proprio l’aver sperimentato, durante le repubbliche napoleoniche, i vantaggi per il commercio che potevano derivare dall’eliminazione dei confini e delle dogane fra i diversi Stati italiani.

In questo primo mese di Brexit praticata sono aumentati i costi e i tempi necessari alle attività commerciali con la UE: gli scambi commerciali ne risentiranno durevolmente. Si sta già verificando un aumento della domanda di trasporti sulla rotta franco-irlandese, che rimane interna alla UE lasciando fuori la Gran Bretagna. Alcuni rivenditori al dettaglio trovano più conveniente mettere in piedi una filiale sul continente, dalla quale poi provvedere alle singole spedizioni nella UE: ma i costi aumentano, e per alcuni significa andare fuori mercato.

Anche il commercio dalla Gran Bretagna all’Irlanda del Nord conosce tensioni: dagli scaffali semivuoti in alcuni negozi a Belfast alle sospensioni di alcuni controlli a terra a seguito delle minacce, ritenute da non sottovalutare, da parte dei gruppi di estremisti protestanti contro i controlli che, invece che al confine terrestre fra le due Irlande, avvengono sul confine marino fra le due isole, realizzato nei quattro maggiori porti dell’Irlanda del Nord.

In definitiva la Brexit ha impiegato 54 mesi per iniziare davvero e ne impiegherà con ogni probabilità ancora molti per compiersi fino in fondo.