Usura a Bovolone: 15mila euro prestati, 30mila da restituire

L’appuntamento era davanti a un notaio, nel momento in cui una vendita immobiliare sta per trasformarsi in denaro vero, contante, subito spendibile. È lì che i finanzieri del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Verona hanno atteso e individuato il presunto usuraio, eseguendo un’ordinanza di arresti domiciliari emessa dal G.I.P. del Tribunale di Verona su richiesta del Procuratore Aggiunto Reggente, dott.ssa Rita Caccamo. L’uomo, cittadino italiano domiciliato nel Comune di Bovolone, è indagato per usura ed esercizio abusivo dell’attività finanziaria.

Il provvedimento nasce dai primi accertamenti avviati dopo la denuncia di una delle vittime. Il racconto è netto: un prestito da 15mila euro chiesto in un momento di difficoltà, con l’impegno a restituire 30mila euro in un’unica soluzione, al momento della vendita di un immobile di proprietà. Una promessa che somiglia a una trappola: la necessità immediata di liquidità, poi la scadenza appesa a un evento futuro, e il debito che raddoppia.

Secondo quanto ricostruito, i militari si sono appostati nei pressi dello studio notarile dove era prevista la firma del rogito. Dopo l’individuazione del presunto usuraio, è scattata la perquisizione personale e dell’auto: sequestrati documenti cartacei, circa 3mila euro in contanti, e – nascosti nel veicolo – uno sfollagente e un coltello a serramanico.

Da lì, la lente si è allargata. Le indagini successive, condotte attraverso l’analisi della documentazione sequestrata e accertamenti bancari, avrebbero delineato un sistema di prestiti usurari attivo almeno dal 2020. Allo stato, le operazioni ricostruite sarebbero circa 14, per un ammontare complessivo superiore a 125mila euro. I destinatari non sarebbero stati solo privati cittadini: tra i soggetti che avrebbero ricevuto denaro figurano anche piccoli imprenditori della ristorazione e dei pubblici esercizi.

Il cuore dell’accusa sta nei tassi. Gli interessi contestati sarebbero “ampiamente superiori” ai limiti di legge: dal 30% fino a sfiorare, in molti casi, il 50% annuo. Un peso che, per chi parte già con l’acqua alla gola, rischia di trasformare un prestito in una spirale. Le vittime, secondo gli elementi raccolti, si sarebbero rivolte all’indagato perché in difficoltà per motivi diversi: la perdita del posto di lavoro, spese impreviste per un lutto in famiglia, cure mediche per un figlio malato. Per alcuni imprenditori, invece, la richiesta di liquidità sarebbe stata legata alla necessità di pagare fornitori e provare a tenere in piedi l’attività.

Gli investigatori riportano anche singoli episodi: un imprenditore avrebbe cercato denaro per far fronte a spese improvvise connesse a una successione e a costi legali per vicende giudiziarie che avrebbero coinvolto il figlio all’estero, con conseguenze sull’esposizione finanziaria e sull’attività. Un altro caso riguarda un cittadino che si sarebbe rivolto all’indagato per spese familiari diventate insostenibili dopo la perdita del lavoro in seguito a un infortunio.

Il sistema, così come viene descritto, avrebbe seguito un copione: prestiti spesso in contanti, anche in più tranche da 5mila euro, con l’obiettivo – ipotizzato dagli inquirenti – di eludere controlli. In cambio, pagamenti mensili di interessi pari ad almeno 200 euro, che l’indagato avrebbe chiamato “gratifiche”, e la restituzione dell’intero capitale, di solito entro un anno. Se i pagamenti saltavano, sarebbero scattate penali mensili o addirittura giornaliere. Il risultato, secondo la ricostruzione, è un debito che non finisce mai: anni di interessi e penali, mentre il prestito iniziale resta lì, intatto.

Il quadro accusatorio, elaborato dal Gruppo di Verona anche incrociando tabulati telefonici e conti correnti con testimonianze e riscontri sul territorio, sarebbe stato condiviso dall’Autorità giudiziaria. Un passaggio viene indicato come decisivo per la misura cautelare: l’indagato, sentendosi vicino agli investigatori, avrebbe contattato alcune vittime usando una nuova utenza telefonica, invitandole a non riferire la reale natura usuraria dei prestiti. Da qui l’adozione dei domiciliari.

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Durante le perquisizioni negli immobili nella disponibilità dell’uomo, eseguite contestualmente al provvedimento restrittivo, sarebbero state sequestrate ulteriori somme di denaro per oltre 17mila euro, ritenute profitto del reato. Le indagini proseguono, con l’obiettivo di ricostruire in modo capillare i prestiti e i rapporti intrattenuti dall’indagato, anche grazie alle testimonianze di altre persone offese.

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