Ci sono finali che assegnano un trofeo e altre che sembrano chiudere un cerchio lungo mezzo secolo. Domenica sull’Arthur Ashe Stadium, Alexander Zverev e Ben Shelton si giocheranno lo US Open 2026, ma per l’americano sarà qualcosa di più. Shelton è il primo afroamericano a raggiungere la finale maschile a New York dal 1972, quando a giocarsi il titolo fu proprio Arthur Ashe, l’uomo al quale oggi è dedicato il campo centrale più grande del mondo.
Cinquantaquattro anni dopo, la storia torna nello stesso luogo. E attenzione a un’altra statistica: se Shelton dovesse vincere, diventerebbe il primo statunitense a conquistare uno Slam dai tempi di Andy Roddick, campione proprio a New York nel 2003. Il digiuno di titoli maschili a stelle e strisce dura davvero da ventitré anni. Ed è già abbastanza.
Dall’altra parte della rete ci sarà però un uomo che sembra avere finalmente imparato a convivere con il peso delle occasioni. Alexander Zverev ha superato Karen Khachanov 6-3, 7-6, 7-6 in una semifinale molto più combattuta di quanto dica il punteggio. Nel terzo tie-break il russo era avanti 5-2 e ha avuto due set point sul 6-4, ma il tedesco ha vinto gli ultimi quattro punti e ha chiuso senza concedere neppure un set. È la sua terza finale Slam consecutiva e la seconda allo US Open dopo quella persa nel 2020 contro Dominic Thiem.
Per Zverev è l’occasione di trasformare definitivamente il 2026 nell’anno della consacrazione. Dopo il primo Slam conquistato al Roland Garros, un successo a New York gli consegnerebbe il secondo Major della stagione e ridurrebbe sensibilmente anche la distanza da Jannik Sinner in vetta alla classifica ATP. Il numero uno azzurro resta al sicuro anche dopo lo US Open, ma il tedesco sta accumulando punti, finali e soprattutto convinzione. E quando al talento si aggiungono finalmente freddezza e capacità di vincere i punti che pesano, Zverev smette di essere soltanto un grande inseguitore e diventa una minaccia concreta per la vetta.
Poi c’è Ben Shelton, che a ventitré anni sembra avere deciso che il futuro può aspettare perché tanto vale prendersi il presente. In semifinale ha battuto Frances Tiafoe 4-6, 6-3, 6-3, 7-5, rimontando dopo un primo set complicato. Di fronte aveva quello che lui stesso ha definito “come un fratello maggiore”. Big Foe ha provato a resistere, ma dall’altra parte arrivavano prime di servizio che sembravano lanciate da Cape Canaveral.
Il mancino americano è ormai capace di avvicinare le 150 miglia orarie: contro Carlos Alcaraz ha toccato le 149 mph, quasi 240 km/h, confermandosi tra i battitori più devastanti del torneo. Ma limitare Shelton al servizio sarebbe ormai un errore. È migliorato nella risposta, negli scambi da fondo, nelle scelte tattiche e soprattutto nella gestione delle partite. La vittoria su Alcaraz nei quarti, la prima della carriera contro un Top 3, potrebbe essere ricordata come uno di quei punti di svolta in cui un grande talento smette di essere una promessa e comincia a diventare un campione.
Proprio quella partita contro Alcaraz, però, ha riaperto una discussione che il tennis continua ostinatamente a rimandare. Shelton-Alcaraz è iniziata alle 23.05 ed è terminata alle 3.33 del mattino, dopo quattro ore e ventotto minuti: il match concluso più tardi nella storia dello US Open. E non è stato un episodio isolato. Anche altre partite del torneo sono finite oltre le due di notte.
Lo spettacolo è bellissimo, ma a un certo punto bisognerebbe chiedersi per chi venga organizzato. Per i giocatori che alle quattro del mattino devono ancora fare fisioterapia, mangiare, rientrare in hotel e tentare di dormire? Per gli spettatori rimasti sugli spalti? O per il palinsesto televisivo? Il problema non sono i cinque set, che restano una delle essenze dello Slam: il problema è iniziare una partita di quella importanza alle undici di sera sapendo perfettamente che potrebbe durare quattro o cinque ore.
Da questo punto di vista Wimbledon continua a sembrare appartenere a un altro mondo. Là esiste il celebre “11pm curfew”: alle undici di sera si chiude. È una condizione imposta anche per rispetto dei residenti e per consentire agli spettatori di tornare a casa, ma contiene soprattutto un principio di buon senso. Il tennis può essere spettacolo senza trasformarsi in una gara di sopravvivenza notturna. Forse prima o poi anche New York dovrebbe scoprire che una grande partita rimane grande anche se finisce prima di colazione.
L’EDITORIALE DEL BACOL’amore esiste perché qualcuno domanda “Stai bene?”Nel frattempo, nella nostra Tribuna VIP del Divano, la situazione è fuori controllo. Sul tavolo sono comparsi tre pallottolieri, quattro calcolatrici, un foglio Excel grande quanto il tabellone dell’Arthur Ashe e almeno due intelligenze artificiali che stanno cercando di capire quanto ancora Jannik Sinner possa allungare il suo regno da numero uno. Ogni cinque minuti qualcuno urla “ho rifatto i conti!”, un altro chiede quanti punti scadano a Shanghai e un terzo sostiene di avere trovato uno scenario matematico valido fino al 2031.
Una cosa però è molto più semplice da calcolare: domenica Zverev parte con qualcosa in più per esperienza, solidità e precedenti, visto che conduce 5-0 negli scontri diretti, compreso l’ultimo disputato alle ATP Finals dello scorso anno. Shelton, però, avrà dalla sua quasi ventiquattromila persone pronte a trasformare l’Arthur Ashe in uno stadio di football. Uno cerca il secondo Slam della stagione, l’altro il primo della carriera. E dopo due settimane di notti infinite, sorprese e un tabellone senza Sinner, lo US Open ci ha regalato una finale che forse nessuno aveva previsto. Ma che adesso nessuno vuole perdersi. Forza Sinner sempre!
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