La pattuglia italiana agli US Open si è ormai ridotta a un solo superstite: Luciano Darderi. L’azzurro ha liquidato Dane Sweeny 6-4 6-3 6-3 e, per continuare l’avventura, dovrà ora compiere qualcosa di molto vicino all’impresa. Dall’altra parte della rete ci sarà Alexander Zverev, testa di serie numero uno.
Una missione quasi impossibile, almeno sulla carta. Zverev ha cominciato il torneo soffrendo tremendamente, vincendo due maratone al quinto set contro Lorenzo Sonego e Quentin Halys e trascorrendo complessivamente oltre 9 ore in campo. Poi, finalmente, il tedesco ha ritrovato una versione molto più convincente contro Alejandro Tabilo, battuto 6-2 7-6(2) 6-2 in appena 2 ore e 26 minuti. Una vittoria necessaria, soprattutto per risparmiare qualche energia.
Darderi, però, può aggrapparsi a un precedente che tanto piccolo non è. A maggio, a Roma, ha già battuto Zverev rimontando dopo un primo set dominato dal tedesco e annullando addirittura quattro match point: 1-6 7-6(10) 6-0. Non abbastanza per cambiare il pronostico, certo. Ma abbastanza per ricordare che le partite, per fortuna, non si giocano sulla carta. E c’è un altro dettaglio che vale la pena raccontare: quel Dane Sweeny appena eliminato da Darderi è lo stesso giocatore che due giorni prima aveva steso Lorenzo Musetti. In un torneo avaro di soddisfazioni per l’Italia, Darderi ha comunque vendicato il connazionale.
Da Lorenzo Musetti ci aspettavamo sicuramente di più. Ma questa volta il risultato racconta soltanto una parte della storia. Contro l’australiano Dane Sweeny, numero 123 del mondo e wild card, Musetti aveva cominciato bene, vincendo il primo set 6-3. Poi il match si è rovesciato completamente: 1-6, 2-6, 2-6 nei tre parziali successivi. I numeri sono pesanti: sette doppi falli e appena il 55% dei punti conquistati con la prima di servizio. Ma ridurre tutto a una brutta prestazione sarebbe ingiusto. Musetti ha accusato un improvviso crollo di energie, giramenti di testa e ha dovuto ricorrere al medical timeout. A fine partita ha parlato di un possibile shock termico tra il caldo sul campo e le temperature molto basse delle aree interne.
“Per gli ultimi tre set è difficile parlare di tennis”, ha spiegato Lorenzo. Ed è una frase che cambia inevitabilmente la lettura della sconfitta. Resta la delusione per un altro Slam finito troppo presto, ma soprattutto resta la sensazione di un 2026 terribilmente complicato, nel quale il fisico ha continuato a presentargli il conto proprio quando sembrava pronto a ripartire.
Delusione anche per Flavio Cobolli, forse ancora più sorprendente considerando quello che aveva saputo costruire negli ultimi mesi. Il suo US Open era cominciato con una rimonta memorabile contro Francisco Comesana: sotto di due set, Cobolli era riuscito a ribaltare tutto e vincere 3-6 2-6 6-3 6-4 6-4 dopo oltre quattro ore di battaglia. Al terzo turno sembrava aver preso la strada giusta anche contro il ventunenne belga Alexander Blockx, vincendo il primo set al tie-break. Poi, improvvisamente, la luce si è spenta. Blockx si è imposto 6-7(4) 6-3 6-0 6-3, infilando nel cuore della partita una striscia impressionante di undici game consecutivi.
E non è stato soltanto un crollo di Cobolli. Il belga ha cominciato a tirare praticamente tutto dentro, chiudendo con 41 vincenti. Numeri che spiegano bene quanto sia diventato difficile trovare contromisure. Flavio ha provato a riaccendere la partita nel quarto set, ma questa volta la sua energia non è bastata. Una battuta d’arresto pesante soprattutto perché, guardando il tabellone, l’occasione per andare molto avanti sembrava esserci.
Poi esiste un altro sport, ormai praticato quasi quanto il tennis: massacrare un giocatore sui social appena perde una partita. Perde Musetti? Sopravvalutato. Perde Cobolli? Finito. Forse ogni tanto bisognerebbe ricordarsi un piccolo particolare: per stare stabilmente tra i primi venti o trenta giocatori del mondo bisogna essere maledettamente forti a tennis. Essere numero 20 al mondo non significa essere il ventesimo del circolo il sabato pomeriggio. Tra analizzare una sconfitta e trasformarla in una sentenza definitiva sulla carriera passa una discreta differenza.
Nel frattempo New York avrà anche un quarto di finale tutto americano. Da una parte Frances Tiafoe, capace di eliminare Daniil Medvedev 7-6(1) 6-4 7-6(6); dall’altra Alex Michelsen, alla prima qualificazione della carriera tra gli ultimi otto di uno Slam. Michelsen ha superato Tomas Martin Etcheverry 7-6(6) 6-4 6-4 e ora proverà a sfidare il feeling quasi naturale che Tiafoe possiede con Flushing Meadows. In ogni caso, un americano sarà in semifinale.
E poi c’è Carlos Alcaraz. Contro Tommy Paul lo spagnolo ha offerto una delle prestazioni più convincenti del torneo, vincendo 6-4 6-3 6-4 in 2 ore e 21 minuti e raggiungendo il quinto quarto di finale nelle sue sei partecipazioni agli US Open. Con questa vittoria Alcaraz è arrivato a 18 successi consecutivi negli Slam, undici dei quali proprio a Flushing Meadows. Numeri importanti, ma che raccontano soltanto in parte quello che si vede in campo.
IL PUNTO DEL DIRETTOREPalazzolo e quelle radici che possono ancora tenerci insiemePerché in questo momento sembra semplicemente giocare un tennis di un’altra categoria. Potenza, velocità, anticipo, difesa, accelerazioni improvvise, variazioni, palle corte, recuperi impossibili: guardare Alcaraz significa avere continuamente la sensazione che possa inventarsi qualcosa che agli altri non viene neppure in mente. E qui possiamo tranquillamente mettere da parte il tifo e le simpatie personali: vedere giocare un talento così puro è una gioia per gli occhi.
Non è soltanto quanto forte colpisca la palla. È soprattutto quante soluzioni possiede. Può sfondarti da fondo e, due punti dopo, toglierti il tempo con una smorzata. Può difendersi tre metri dietro la linea e trasformare improvvisamente uno scambio perso in un vincente. Forza e mano, nella stessa partita e spesso nello stesso punto. Quando tutto funziona insieme, l’impressione è quasi brutale: più che trovare una soluzione tecnica, l’avversario deve sperare in una giornata storta di Alcaraz.
Ai quarti lo aspetta Ben Shelton, che ha travolto Stefanos Tsitsipas 6-2 6-3 6-4. Servizio devastante, atletismo, mancinismo e pubblico americano saranno ostacoli tutt’altro che banali. Ma, per quello che abbiamo visto finora, sarà soprattutto Shelton a dover inventarsi qualcosa per fermare lo spagnolo.
Mentre a Flushing Meadows si giocava tutto questo, Jannik Sinner si godeva la sua domenica da un’altra tribuna: quella di Monza. Il numero uno del mondo, ancora a Torino per smaltire il problema al ginocchio che lo ha costretto a saltare lo Slam newyorkese, si è concesso una pausa dalla riabilitazione per stare vicino all’amico Kimi Antonelli, che nel Gran Premio d’Italia ha completato un’impresa storica: risalito dalla diciannovesima posizione, è diventato il quarto italiano a vincere a Monza dopo Nino Farina, Alberto Ascari e Ludovico Scarfiotti, chiudendo un digiuno lungo sessant’anni.
Con quella vittoria, la settima in stagione, ha anche scavalcato lo stesso Ascari nella classifica dei successi in un singolo Mondiale, fermo a sei dal 1952. Un weekend che, se non altro, ha dato a Sinner qualcosa da festeggiare mentre guarda gli US Open da lontano. Forza Sinner sempre!
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