Una vita spesa a Sona per i più fragili: Arriva la pensione (ma non il riposo) per l’assistente sociale Annamaria Righetto

Quando ho contattato la dottoressa Annamaria Righetto (nella foto di Mario Pachera) per farmi raccontare la sua storia la sua prima risposta è stata: “Sona è sempre stata accogliente con me, spero di poter ricambiare”. Annamaria, o più semplicemente Anna, è un’assistente sociale dell’Ulss 9 che per ventiquattro anni si è spesa sul nostro territorio per le disabilità, lavorando per il Comune di Sona con bambini, giovani e adulti, fino ad oggi.

Alcune volte la vita ti mette su una strada che capisci essere la tua solamente finché la percorri. Per me e il mio lavoro è stato un po’ così – ci racconta -, anche perché a vent’anni spesso non hai le idee chiare. Io sapevo che mi piacevano i bambini e che volevo lavorare nel sociale, ma non sapevo fino a che punto e soprattutto in che specifico ambito. Perciò, una mia amica mi ha spinta ad iniziare il corso per diventare assistente sociale insieme a lei, che delle due era la più convinta ma è stata anche quella che poi ha smesso. Io invece ho perseverato: ho concluso il percorso di studi e così sono arrivata alla prima esperienza, che fu traumatizzante, e poi alla seconda, che lo è stata un po’ meno, e così via fino a quando non ho imparato”.

Arriviamo al presente. Nell’ultima fase della mia vita lavorativa mi sono concentrata di meno sui bambini, approfondendo maggiormente il rapporto con i giovani adulti e gli adulti che avevo già in carico. Questo perché negli ultimi anni la tipologia di paziente disabile non è più circoscritta al bambino o all’adulto con esiti di malattia o di trauma. L’aumento dell’aspettativa di vita generale, e il miglioramento della medicina, hanno fatto sì che pazienti con disabilità dalla nascita arrivassero anche all’età di 65 anni e oltre”.

Ed è proprio con queste tipologie di paziente che Anna ha trovato la sua dimensione. “Negli anni ho fatto anche altro: ad esempio ho lavorato in consultorio e con i minori. Tuttavia, il mondo delle disabilità è quello che ho trovato più affine alla mia personalità. Le più grandi soddisfazioni le trovo nella fortissima cooperazione che abbiamo con le famiglie, con cui studiamo il percorso migliore per le esigenze dell’utente. Ogni momento speso insieme di confronto costituisce un mattoncino che fortifica il rapporto con il territorio. Ciò avviene, dunque, grazie ad una continuità che permette rispetto reciproco e fiducia in noi e nelle nostre proposte”.

Per anni, dunque, Anna si è spesa per i suoi ragazzi, che erano soliti chiamarla “insistente” sociale per gli infiniti progetti e le migliaia di proposte a cui li sottoponeva.

Per cooperare con le famiglie, studiamo piani che permettano ai ragazzi di affrontare la vita in tutti i suoi step – ci spiega -. Questo parte già dalla scelta di iscrivere o non iscrivere il bambino al nido, per poi affrontare il percorso scolastico e ciò che viene dopo. Il tutto per permettere ai ragazzi di costruirsi una vita adulta esattamente come chiunque altro. E qui subentrano i percorsi lavorativi, quelli semi-lavorativi e i CEOD (centri educativi occupazionali diurni, NdR). Questi ultimi sono dedicati ai casi più gravi, in cui l’obiettivo principale è dare respiro alla famiglia, stimolare i ragazzi per preservare o migliorare le abilità relazionali e le capacità residue. Ovviamente tutte queste attività hanno sofferto l’avvento della pandemia, ma devo dire che gli operatori dei centri sono stati molto efficienti e sono riusciti a riorganizzare tutto in modo tale da garantire la protezione e al contempo di garantire la continuità.”

E così, dopo 24 anni nel nostro Comune, oggi Anna va in pensione. Sorride quando accenno all’argomento.

Ho fatto il passaggio di consegne con la collega che subentra al mio posto, Alessia Barillà – ci spiega – e durante questo ultimo momento, la sensazione che ho provato ha assunto varie sfumature. È una fase della vita che si chiude dopo un lunghissimo periodo perciò, inevitabilmente, porta con sé delle forti emozioni. Ho ricevuto tanto calore dalle colleghe e dagli amministratori, e mi è anche stata consegnata una targa dal sindaco Gianluigi Mazzi. Ma soprattutto tanto affetto l’ho ricevuto dalle famiglie con cui ho interagito in questi anni, e questa è ciò che più mi da serenità. Quando si lascia un posto sapendo di aver fatto il proprio dovere, lo si fa con una grande serenità”.

Quando si giunge al termine di una fase della vita, inoltre, ci si sofferma sempre a pensare a tutte le esperienze vissute.

Tanti bei ricordi nascono da progetti e da attività fatte con i ragazzi e le famiglie. Le feste e le cene prima delle festività, in primis. Inoltre, ricordo un’uscita con il gruppo Primavera di Lugagnano in Lessinia, a bordo di un 4×4, o ancora il rafting sempre con loro. Anche con il gruppo SCeF di Sona ho avuto dei bellissimi momenti di convivialità, tra i quali spicca la cena che mi hanno organizzato nella baita degli Alpini a Lugagnano per festeggiare il mio pensionamento. Tutti questi eventi sono stati fondamentali per costruire rapporti solidi e di complicità. È anche grazie a questi ricordi che posso dire con certezza che continuerò a fare del volontariato in questo ambito. Perché il mio lavoro è diventato parte di me, è quello che sono e che non smetterò di essere dopo la pensione”.

La dottoressa Righetto, per concludere, dice di “sentirsi in dovere di contraccambiare in qualche modo nei confronti del territorio del Comune di Sona”. In realtà, alla luce dei molti anni di servizio nel nostro Comune, e di questi progetti per il futuro, immagino che il “debito” sia da considerarsi estinto.

Nata nel 1996, risiede a Lugagnano. Diplomata presso il liceo scientifico Messedaglia a Verona nel 2015, si è laureata in infermieristica presso l'Università di Verona nel dicembre 2018. Scrive per il Baco dal 2010, alla ricerca di persone del Comune di cui raccontare le storie, per valorizzare ulteriormente il nostro territorio.