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Un uomo di nome Giobbe” è un monologo tratto dal monumentale libro biblico di Giobbe e tenta di avvicinare questo personaggio-simbolo facendolo scaturire dall’urgenza di una domanda universale e tragicamente sempre attuale; la sofferenza fa parte della vita dell’uomo come l’amore, la morte, la felicità, l’uomo non può eliminarla dai suoi giorni; ma, mentre non ci si chiede il perché di una grande felicità o di un amore, la sofferenza sembra, invece, inevitabilmente intrisa di una domanda, perché?, che forse altro non è che l’ involucro di una richiesta di aiuto.

A chi? A Dio, al cielo, a qualcuno, qualcosa che stia sopra di noi, che sia più potente di noi, e che quindi sia in grado di alleviarci il dolore, o perlomeno di darci una risposta. Sì, l’uomo sembra poter accettare solo quello che può capire, spiegare, rinchiudere in una logica qualsiasi, tutto ciò che gli sfugge è seriamente temibile e tremendo.

Quest’uomo di nome Giobbe è il simbolo di questa richiesta di spiegazioni, il suo dolore improvviso e implacabile si annida nel suo animo e non lo lascia un solo attimo, e si fa voce sempre più insistente fino a diventare urlo verso il cielo; un potente e lacerante atto di accusa alle orecchie apparentemente sorde di Dio: “perché?”.

Quando il dolore raggiunge livelli così profondi, le parole, il conforto, le cure degli uomini appaiono meschinamente inadeguate, gli “amici”di Giobbe dicono parole già dette e sapute, esprimono concetti del tutto inutili: per chi è toccato dal male fin nel profondo, non c’è ragione, consolazione, insegnamento, dottrina che possa salvarlo.

Giobbe è solo, dentro di lui il dolore, di fronte, Dio. Da un atmosfera da tribunale giudiziario, il dialogo con Dio si fa sempre più diretto e intimo, un incontro-scontro, fatto di audacia, presunzione, ma anche di disperazione, di amore e fedeltà; è l’uomo giusto che non sa arrendersi al concetto di dolore come punizione, scavalca le dottrine, i dogmi, la tradizione della religione degli uomini, e interroga il suo Creatore, senza più intermediari, e quest’ultimo non può fare a meno di rispondere. Questa vicenda è simbolo, ancora una volta, di una religiosità pura, intesa come legame profondo tra Dio e l’uomo, al di là delle varie declinazioni umane della fede.

E’ un testo, dunque, che, oltre al tema della sofferenza, parla anche di fede, diventando spunto di riflessione interessante riguardo al delicato tema del dialogo interconfessionale, che ancora vede tante difficili convivenze, e tratta anche il tema della morte, chiesta a Dio da Giobbe con tutte le sue ultime forze.

Questo lavoro nasce nel febbraio del 2005 per l’esigenza di una riflessione in occasione della tragica morte di due agenti della Polizia di Stato di Verona: l’idea viene a Don Luigi Trapelli, un sacerdote che è anche cappellano provinciale della Polizia di Verona, e il testo viene originarianente elaborato da Pasquale De Sisto, poliziotto e insegnante alla scuola di Polizia di Peschiera del Garda. In seguito a numerose richieste, viene periodicamente proposto in luoghi “non deputati” al teatro, come carceri, ospedali, chiese, santuari. Abbiamo cercato di restituire una versione drammaturgica che rimanesse, nonostante alcune rielaborazioni o tagli necessari, il più fedele possibile al testo originario, utilizzando varie traduzioni, da quella ufficiale della CEI a quella di Guido Ceronetti, mentre la messa in scena è stata volutamente ridotta all’essenziale, nel tentativo di far emergere in primo piano la parola, antica ma impressionante nella sua modernità.

Un viaggio per incontrare una storia carica di anni, che porta con sé tematiche immortali, la fede, la sofferenza, il mistero, la morte, la speranza…Potrà anche non arrivare nessuna risposta, ma forse, il valore vero si annida semplicemente nella domanda.

Le musiche scelte per il monologo ed eseguite da Gianluigi La Torre , tutte per pianoforte, sono tratte dai grandi della musica classica.

• La Sonata op. 31 n° 2 di Beethoven detta “Tempesta” che introduce il monologo teatrale,

• I preludi n°1, 2, 6, 8, 16, 21 dal clavicembalo ben temperato di J.S. Bach , I° volume;

• Il Canone in re maggiore di Packelbel ;

• Il Canone Inverso di Ennio Morricone.

L’organizzazione della serata è stata curata dalla Commissione Teatro di Sona coordinata da Franco Fedrigo.