Un anno scolastico in Italia visto con gli occhi di Nola, studentessa tedesca

Trascorrere un anno in una nazione completamente diversa all’età di sedici anni può essere estremamente arricchente, in quanto ci si immerge in un contesto estraneo da cui si può imparare molto sulla cultura ospitante e su se stessi; talvolta può risultare alquanto difficile capire a pieno il contesto che ci circonda e ambientarsi.

Di ciò mi ha parlato Nola Hiller, una ragazza di Berlino che ha scelto di studiare in Italia per un anno, e a cui non molto tempo fa ho avuto il piacere di intervistare. Abbiamo già trattato il tema dell’anno all’estero con altri studenti del Liceo Medi di Villafranca che si sono resi disponibili a raccontarci la loro esperienza in altri Paesi, ma com’è l’esperienza italiana attraverso gli occhi di una tedesca?

Cosa ti ha spinta a intraprendere la scelta di trascorrere un anno all’estero?
Ho familiari e amici che hanno trascorso un anno all’estero, quindi c’è sempre stata come idea nella mia mente. Ho cominciato però a pensarci di più quando la mia migliore amica ha deciso di frequentare un anno in collegio, quindi credo di essermi un po’ ispirata a lei. Inoltre, il fratello di una delle mie più vecchie amiche ha trascorso un anno in Italia, e quindi anche quello ha contribuito.

Perché hai scelto l’Italia in particolare?
Credo che ci sia qualcosa di speciale nell’Italia. Trovo che ci sia una certa profondità, uno spessore in tutto quanto, dagli stili di vita, alla storia, alla lingua, all’atteggiamento più caloroso delle persone. Volevo far parte di tutto ciò, dato che in Germania sembra essere tutto più “freddo”.

Si sono avverate le aspettative che avevi su quest’anno?
È difficile da dire, perché da una parte sì, ma dall’altra no. quando sono arrivata tutti si sono dimostrati molto accoglienti, ma per poter stringere amicizie ci è voluto comunque il bisogno di farmi avanti per prima. Qua le persone sono effettivamente più calorose rispetto alla Germania, ma a quanto ho sentito questo aspetto varia molto in base alla zona. La mia madre ospitante infatti è siciliana, quindi ho notato molte differenze nel modo di dimostrare affetto e di parlare. Quindi sì, in qualche modo le mie aspettative si sono avverate anche se non del tutto, anche perché bisogna prendere in considerazione il fatto che ognuno ha la propria vita, i propri amici, e quindi quando fai l’anno all’estero a te sembrerà quell’anno speciale, mentre per tutti gli altri sarà un anno come gli altri.

Com’è la scuola in Germania, e quali sono le differenze principali tra quella e la nostra?
Ah, ho speso ore a parlarne… il nostro sistema scolastico è così diverso! Non saprei nemmeno da dove iniziare, ma c’è da dire che la mia scuola in particolare è diversa dalle altre. In germania ci sono due tipi di scuole, il Gymnasium e la Realschule: il Gymnasium dura dodici anni, è più impegnativo e di alto livello per così dire, mentre la Realschule dura tredici anni ed è più leggera. La mia scuola però non è nessuna delle due perché è una scuola internazionale, quindi prenderò l’Abitur tedesco e il diploma americano, tutto in dodici anni. La routine scolastica comincia alle otto del mattino e finisce alle quattro, abbiamo una pausa pranzo, e le lezioni sono di 45 minuti ciascuna. Durante il pomeriggio la scuola organizza dei club, come quelli di teatro, di lacrosse, di pittura o attivismo. Ognuno progetta il proprio programma e ha lo stesso curriculum, non ci sono licei scientifici, linguistici o classici, è un po’ tutto in uno. D’altro canto, la vostra scuola è un po’… cattiva per così dire. Non trovo proprio giusto il fatto di dover studiare così tanto a casa, specialmente quando si sta a scuola dalle otto alle due e mezza senza una vera e propria pausa ad ascoltare e prendere appunti tutto il tempo. Ho molto rispetto per voi, ci vuole molta dedizione ed etica del lavoro per continuare così ogni giorno senza “burnouts”.

Invece come ti sei trovata nella famiglia ospitante?
Devo dire che non è stato facile. Voglio bene alla mia famiglia ospitante, è stata molto dolce con me, e specialmente in questi ultimi mesi stiamo costruendo un rapporto migliore e più sano. In principio però ho trovato difficoltà, anche perché nella famiglia sono presenti due bambini delle elementari, ci si aspetta che io li aiuti con i compiti, con l’inglese, quindi ad un certo punto mi sono sentita quasi come una babysitter. È servito però confrontarmi con loro, parlare di come mi sentivo e discutere per trovare compromessi. Alla fine è un po’ come far parte di una famiglia normale, ci sono difetti in essa, bisogna trovare un modo per legare, per acquisire e creare fiducia.

Quali sono stati i tuoi più grandi culture shocks?
Il culture shock più grande che ho avuto riguarda la cultura della famiglia. Sapevo già che qui tutti fossero più legati alla propria famiglia, ma è stato comunque difficile abituarsi all’idea di metterla in primo piano sopra tante altre cose. In Germania, dopo una certa età, l’individualità è l’indipendenza diventano più importanti, e ci si aspetta che tu faccia più cose da solo, mentre qua in Italia c’è più lavoro di squadra e comunità, e spesso c’è sacrificio. È un culture shock che è arrivato più tardi, quando mi sono accorta di come i genitori aiutino i figli a fare i compiti per esempio. Personalmente ho sempre studiato da sola, avrò chiesto aiuto qualche volta a qualche mio amico o a Google, ma mai ai miei genitori.

C’è qualcos’altro in particolare che hai imparato da quest’esperienza?
Ovviamente prima di tutto la lingua, anche perché quando sono arrivata conoscevo solo le espressioni italiane che conoscono tutti in tutto il mondo. Ma oltre a questo anche le espressioni comuni, gli atteggiamenti, e soprattutto i gesti. Apprendendo ciò sono quasi diventata un’altra persona, poiché esprimersi in italiano è diverso dall’ esprimersi in tedesco o in inglese. Infatti alcuni gesti e suoni come “boh” sono diventati atteggiamenti abituali per me, e li uso anche quando parlo con mia madre, che ne rimane sorpresa. Ho imparato molto anche ad ambientarmi, dal vivere in un paese relativamente piccolo rispetto alla grande città internazionale a cui sono abituata, due ambienti differenti a livello di apertura mentale e tipologia di popolazione.

E infine, a chi consiglieresti questo tipo di esperienza?
Non la consiglierei a tutti. Non credo che tutti abbiano la mentalità giusta per passare un anno all’estero: se non sei una persona sicura di se stessa, o non abbastanza aperta mentalmente, non disposta a crescere e ad adattarsi, non suggerirei di fare un’esperienza simile. Devi accettare che sei tu a fare lo scambio, e sei tu a doverti adattare alla famiglia.

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