Tutti abbiamo bisogno di una tazza. Assolutamente. Perché una tazza trasforma un’osservazione in una riflessione. Nei casi migliori in una profonda meditazione. Perché una tazza è un oggetto rivoluzionario, da rivoluzionari. Averla tra le mani è il momento in cui il pensiero si aggancia al reale, mentre la tocchiamo e lei ci coccola del calore del caffè lungo, della tisana.
Infatti lei ci rassicura. Ci dice che quel pensiero ha trovato casa in noi e nello spazio che ci circonda. Allora silenziosi, pensosi, coccolati e rassicurati, diventiamo pericolosissimi. Perché ci sentiamo veramente soggetti del nostro vivere. Che osservano i fatti, che elaborano considerazioni, che di conseguenza suggeriscono a se stessi azioni. E il calore tra le mani ci dà una pacca sulla spalla. Ci dice di andare avanti.
E allora desideriamo comunicare. Perché la forza di aver toccato un attimo di verità personale è incontenibile. Lo sentiamo come un caposaldo interpretativo del reale, come un’illuminazione a cui siamo pervenuti. Per questo venerdì alla cena de Il Baco da Seta il direttore alla sua redazione di volontari ha regalato una tazza. Con grande orgoglio. Una tazza speciale, con il logo del giornale. Un auspicio di pensieri, di benessere nel farli emergere, di volontà di comunicazione. Un auspicio di presenza.
La migliore retribuzione per un gruppo poliedrico per età e per storie personali di narratori del quotidiano è dare loro la certezza che i momenti dedicati a questa attività sono centrali. Nella vita individuale e di comunità. Una tazza tutto questo lo fa. Grazie direttore.
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