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Ogni anno, all’avvicinarsi del 25 ottobre, Mario Salvetti – direttore editoriale del Baco – mi chiede “ti va di scrivere due parole per ricordare l’anniversario del Cimi?”. E io dico che ci provo.

Faccio finta di non trovare le parole per dire qualcosa su di lui. Ma le ho le parole, eccome se le ho. Le ho ogni giorno le benedette parole per ricordarlo.

Come una donna che passata una certa età festeggia il suo compleanno ma senza le candeline, io non conto più il tempo senza mio fratello Michele. Da quel 25 ottobre 2007 non conto più il tempo che non stiamo passando insieme, gli aperitivi che non stiamo bevendo, le opinioni che non stiamo scambiando, le litigante che non stiamo facendo.

È incredibile come il tempo non si fermi, e io che l’ho lasciato trentenne, oggi lo penso cresciuto, magari più pacato, magari irrisolto, magari no.

Michele per me non si è fermato e quando mio nipote mi chiede se la nostra vita sarebbe stata tanto diversa con lui invece che senza di lui, io lo so: sarebbe stata un’altra vita. Ma ci hanno dato questa.

Noi non viviamo nel ricordo, immaginiamo la sua presenza e ci chiediamo l’un con l’altro il mattino: ma tu, l’hai mai sognato Michele? No. Nessuno di noi lo sogna. Forse perché lo sentiamo ancora qui.

E le ho le parole. Eccome se le ho.