Tradurre i silenzi: incontriamo Giampiero Di Barbaro

Man in a navy jacket and light blue shirt sits at a wooden table, smiling, with a colorful tropical wallpaper behind.

Sylvain Tesson (Parigi, 1972) è uno scrittore francese la cui particolarità è quella di vivere prima le avventure e poi di raccontarle: estenuanti attraversamenti a piedi, in bicicletta o sugli sci; lunghi periodi di isolamento, pericolose arrampicate, viaggi nelle regioni più remote del mondo. Più la sfida è ambiziosa maggiore sarà la fortuna di trattenere quell’ossigeno necessario per poter respirare, una volta rientrati alla “normalità”, la bellezza nascosta negli “interstizi della vita”.

Tesson è diventato famoso per i suoi diari di viaggio, in cui il racconto dell’esplorazione si mescola a riflessioni filosofiche, politiche e ad una disincantata ironia volta a pungere la coscienza del lettore. La sua scrittura ruota attorno ad alcune idee ricorrenti: la solitudine, come spazio necessario sia per disintossicarsi sia per osservare il mondo con maggiore intensità. Il viaggio, come cammino filosofico‑politico e occasione per tratteggiare un altro modello di pensiero se non addirittura di esistenza. La verticalità e la natura, dove il sentimento di panico restituito dall’abitare spazi selvaggi diventa un modo per contrapporsi al “formicaio” moderno, interconnesso ma svuotante.

I suoi libri più famosi sono: Nelle foreste siberiane (Dans les forêts de Sibérie, 2011) e La pantera delle nevi (La panthère des neiges, 2019), solo per citarne alcuni. In Francia è uno degli scrittori contemporanei più conosciuti; in Italia sta conquistando un numero crescente di lettori. Di recente la casa editrice Piano B ha pubblicato due opere finora inedite nel nostro Paese: L’Axe du loup (2004) e Un très léger mouvement (2017).

In esclusiva per Il Baco, conosciamo il traduttore Giampiero Di Barbaro, che per Piano B ha curato la versione italiana de L’Asse del lupo e Una leggerissima oscillazione, entrambi usciti nel 2025.

L’incontro avviene in un café di Verona che sembra un altrove: tante piante e carta da parati floreale. E libri, guarda caso: sembra di essere in una di quelle caffetterie berlinesi boho‑chic. Quando arrivo trovo Giampiero già seduto, in anticipo, anche se non dà l’impressione di attendere qualcuno quanto piuttosto di interrompersi. Uno sguardo mobile e curioso, come se il presente fosse solo uno dei livelli possibili e una risata sincera che anticipa, quasi in contrasto, la profondità della conversazione che avremo di lì a poco.

Ogni traduzione nasce prima di tutto da una lettura. Quando è entrato per la prima volta nel mondo di Sylvain Tesson? Ricorda quando e in quale circostanza ha letto per la prima volta un suo libro e cosa ha pensato?
Spesso si dice che sono i libri a scegliere noi e non il contrario. Non so se sia vero, ma a volte mi piace crederlo. Sei anni fa, in piena epidemia globale, ero reduce di letture ossessive di un altro grande scrittore francese Michel Houellebecq. Conosciuto al grande pubblico per i romanzi come Le particelle elementari o Sottomissione. Ciò che mi aveva colpito dei suoi libri era la lucidità e anche la spietatezza con cui descriveva le dinamiche esistenziali dell’uomo occidentale medio. Con il tempo però le sue opere mi sono state sempre più strette perché non mi offrivano delle vie di fuga, delle soluzioni e degli assalti al presente. Nel frattempo, mi era capitato di leggere sul blog de Il Giornale un articolo ardito firmato da Andrea Scarabelli su Sylvain Tesson. Rimasi fulminato. Pensai subito che era l’autore che stavo cercando da tempo. Il giorno dopo comprai il suo libro più famoso Nelle foreste siberiane e lo divorai in due notti. Il suo stile asciutto, detonante, lirico, il suo approccio inquieto alla vita, il suo camminare come forma di sovversione mi avevano colpito molto.

Ed a un certo punto la lettura si è trasformata in un progetto di traduzione. Come è riuscito ad arrivare a proporre questo lavoro alla casa editrice Piano B?
È nato tutto per caso. Conoscevo già la casa editrice Piano B in quanto nel corso degli anni ha pubblicato testi di ottima fattura di autori come Jack London, Henry David Thoreau, Ernst Juenger, Charles Peguy, Jacques Ellul, Hermann Hesse e tanti altri. Casa editrice tanto acuta e sempre avanti nella scelta delle loro pubblicazioni. Due anni fa li avevo contattati perché volevo acquistare la ristampa di un libro di Tesson dal titolo Piccolo trattato sull’immensità del mondo. Dopo averlo letto, notai che all’interno c’era un articolo su Notre-Dame che nel frattempo anche io avevo tradotto, per semplice diletto e curiosità. Da quel momento abbiamo iniziato a sentirci e a ragionare su cosa avremmo potuto pubblicare dello scrittore parigino.

E così è avvenuto.
Sì, ho tradotto prima Diari. Una leggerissima oscillazione (2014-2017), pubblicato a settembre del 2025. Testo febbrile, pieno di vita, attento alle dinamiche barcollanti della nostra epoca, dove la scrittura con lo scorrere delle pagine si affina sempre di più, come la lama di un coltello, per diventare un aforisma. E poi ho lavorato a L’asse del lupo, pubblicato a novembre del 2025. Quest’ultimo è un libro incredibile, sublime. C’è un Tesson giovane che compie un viaggio ai limiti dell’umano, partendo dalla Siberia per arrivare in India sui passi degli evasi dai gulag. Testo che si legge tutto d’un fiato e che ha l’impronta della volontà di potenza nietzschiana portata all’estremo.

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L’azione di traduzione impone il dover seguire fedelmente il testo o nasce ad un certo punto la necessità di trovare, allo scrittore, una “voce” italiana che gli sia comunque fedele nello spirito, un po’ come fa un doppiatore nei film?
Il mio è stato un tentativo, forse riuscito, di dare una nuova forma, creare un nuovo abito al linguaggio originale di Tesson, di abbellirlo con nuove gemme in modo da renderlo scorrevole. Con totale senso di tradimento ho tradotto questi due testi facendoli risuonare nella nostra bellissima lingua.

Tradurre Tesson significa muoversi tra viaggio, riflessione filosofica e politica. Significa anche e soprattutto passare molto tempo dentro il suo modo di vedere il mondo. Che cosa ha imparato, come lettore e come persona, frequentando così a lungo le pagine di Tesson?
Ogni suo libro è una via di fuga, quello che gli inglesi chiamano escapismo. I suoi viaggi insegnano a coltivare la volontà, l’attesa, la perseveranza, lo sforzo fisico e l’appetito dello spirito. Si impara tanto dalle sue parole che hanno la bellezza del diamante e dell’acciaio. Dalle sue scalate ho imparato che il silenzio monasteriale delle vette è più estasiante di qualsiasi infima droga. Che il rumore assordante del presente ha come cura il silenzio dell’appartamento in compagnia di un libro di poesie di Antonia Pozzi. Che di fronte all’estremo nulla, c’è sempre un interstizio di bellezza. O che di fronte all’inquietudine incessante bisogna voltare le spalle al mondo e mettersi in cammino. Sylvain Tesson sembra avere lo spirito di un filosofo greco e la resistenza fisica di un Wanderer tedesco.

Open book with Italian titles; right page reads 'Una leggerissima oscillazione' by Sylvain Tesson, 2014–2017.C’è un motivo particolare per cui sente una vicinanza con la sua scrittura? In altre parole: perché Tesson?
Sylvain Tesson è uno dei più grandi scrittori francesi viventi. In Francia lo conoscono tutti, in Italia ancora non abbastanza. La critica lo ha definito come uno scrittore di viaggio. Scrive quello che vive. Da decenni lo troviamo ai quattro angoli del globo mai prono, sempre in cammino, non come cittadino del mondo, ma come spirito faustiano che combatte in primis contro sé stesso, i suoi demoni, le sue angosce. Ora ritorno alla sua domanda: perché Tesson? Perché la sua vita è tante vite messe insieme. Lui, il camminatore instancabile, il dandy malinconico e incendiario, l’arrampicatore impavido, il conquistatore dell’inutile, l’uomo dalla forza aurorale, il genio artistico che usa la penna come un pugnale, il lettore avido di Eraclito e Virgilio, l’amante della Mitteleuropa, il fratello minore di Jacques Brel e lo spirito congeniale di Rimbaud e Baudelaire. Mi verrebbe da dire che, come artista, potrebbe ricalcare la parabola nietzschiana di Jack London.

Dopo aver abitato così a lungo le sue pagine, se dovesse riassumere in una sola intuizione ciò che Sylvain Tesson le ha insegnato sul mondo, quale sarebbe? C’è una frase, un’immagine o un passaggio nei suoi libri che, durante la traduzione, ha sentito risuonare in modo particolare dentro di sé?
Di frasi ce ne sarebbero tante, anche perché all’interno dei suoi libri la scrittura assume molto spesso la forma dell’aforisma. Ma in questo caso però vorrei menzionare un luogo, una sorta di cattedrale a strapiombo sul Mediterraneo francese. Si tratta delle Scogliere calcaree di Cassis, in Provenza. Uno dei posti che Tesson ama di più in assoluto e che molto spesso ha scalato, risalendo dall’abisso, anche in preda a crisi epilettiche. Posto magico, pieno di stupori, dove l’anarchia delle passioni e il disordine delle scogliere rende il mare ancora più profondo.

Nei libri Tesson viaggia attraverso foreste, montagne, steppe e silenzi. Il suo, invece, è stato un viaggio dentro le parole. Dopo aver percorso questo cammino tra due lingue, con quale sguardo guarda oggi quei paesaggi e che cosa le rimane di questo viaggio?
Ricordo ancora una notte d’estate, forse era la notte di San Giovanni, che mentre ero assorto nelle parole del parigino, avevo le finestre aperte e il profumo intenso e avvolgente dei gelsomini mi giungeva sempre più forte amplificando lo stato di grazia della sua scrittura. Tutto risuonava in modo perfetto. Era l’ora di ogni pace. Era il kairos.

Saluto Giampiero e mi avvio verso l’auto, cercando di dirimere la mole di informazioni acquisite. Ci sono autori che si leggono. E poi ce ne sono altri che, una volta incontrati, finiscono per modificare il nostro modo di guardare il mondo, perché sembrano dare voce a pensieri che da tempo cercavano le parole giuste.

Per Giampiero forse è accaduto qualcosa di simile: la scoperta di Tesson è stata prima di tutto un incontro umano e intellettuale ancor prima di trasformarsi in un progetto editoriale, in cui la traduzione non appare come un esercizio tecnico, ma come l’esito naturale di un’affinità. Un po’ come abitare, per un tratto di strada, lo stesso sguardo dello scrittore e riconoscervi fin da subito un qualcosa di familiare.

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Alberto Lonardi
Classe '83, residente a Lugagnano dal 2022. Dopo la maturità scientifica consegue a Padova la laurea triennale in Economia Territoriale e Reti d'Impresa, presso la facoltà di Scienze Politiche. Lavora presso una società IT operante nei servizi bancari. Appassionato di montagna, musica e cinema, frequenta dal 2023 il Gruppo Lettura della Biblioteca di Sona.