Tracce di Lombardo-Veneto nel cimitero di Sona

Dal 1815 al 1866 il Comune di Sona fece parte, come tutta la nostra regione, del Lombardo-Veneto. A noi abituati oggi a considerarci settentrionali parrà strano, ma a quell’epoca questo regno costituiva una propaggine meridionale del vasto Impero Austro-Ungarico.

E’ possibile, ai nostri giorni, scorgere nei paesi dove abitiamo qualche traccia visibile di quel cinquantennale dominio straniero? Ben poco. Qualcosa possiamo trovare nel cimitero di Sona capoluogo, dove il visitatore può notare, sulla facciata principale della chiesetta di San Salvatore (nella foto di Giulia Nicoli), due lapidi scritte in lingua tedesca.

Benché sia scomparso il nero dai solchi delle parole incise, esse sono ancora leggibili, e sulla pietra alla sinistra della porta d’entrata si possono decifrare queste frasi: DAS OFFICIERS CORPS / DES K.K. FIELD JAEGER BATAILLONS N. 11 / EHRET DAS ANDENKEN SEINES KAMERADEN / PETER SPELTINI / K.K. OBERLEUTENANT DIESES BATAILLONS / WELKER BEI ERSTURMUNG DIESER HOHEN / AM 23 JULY 1848 / DEN HOLDEN TOD FAND.

La lapide è un invito a onorare il tenente colonnello Peter Speltini, comandante dell’11° battaglione di cacciatori da campo dell’imperial regio esercito austriaco, che morì eroicamente nell’espugnare le nostre colline. Il Regno Lombardo-Veneto, infatti, disponeva di un esercito (ovviamente dipendente da Vienna) di cui questo reparto di soldati faceva parte.

La data è il 23 luglio 1848, giorno della battaglia di Sona, avvenuta durante la Prima Guerra d’Indipendenza, e della quale abbiamo già parlato in due puntate sulla nostra rivista cartacea. Viene da chiedersi: se in quei giorni di furibondi scontri, aspramente combattuti sulle nostre alture moreniche contro l’esercito piemontese, morirono molti austriaci, perché solo questo ufficiale ricevette l’onore della lapide a perenne memoria? Si può ipotizzare che nel cimitero ce ne siano state altre dedicate ai soldati imperiali caduti, piantate sul terreno e in seguito rimosse, e che solo questa si sia salvata perché murata nella parete della chiesa.

Ma non poniamoci troppe domande, spostiamo lo sguardo verso l’iscrizione in lingua tedesca che si trova alla destra del portale d’ingresso: HIER RUTH / LUDWIG MAYRHOFER / CADET DER 23COMPAGNIE / DES / TIROLER IAGER REGIMENTES / GEBOREN ZU WIEN 1845 / GESTOREN ZU SONA 1863 / GEWIDMET VON SEINEN / TRAUERNENDEN ALTERN. Che, tradotto, significa: “Qui riposa Ludwig Mayrhofer, cadetto della compagnia del reggimento dei cacciatori tirolesi, nato a Vienna 1845, morto a Sona 1863. Dedicato dai suoi afflitti genitori”.

Ci viene da chiedere di che cosa sarà mai morto questo ragazzo, appena diciottenne, dal momento che nel 1863 non c‘erano nel nostro territorio guerre in corso. Che sia deceduto accidentalmente durante una esercitazione militare? O che abbia subìto la sorte di tanti altri giovani dell’epoca, colpiti da malattie di fronte alle quali la medicina era impotente? Gli affranti genitori viennesi saranno venuti a Sona a visitare la salma? Perché proprio a lui una lapide commemorativa? Per rispondere a queste domande ci vorrebbe davvero la “macchina del tempo”.

Fra tanti quesiti destinati a rimanere insoddisfatti, purtroppo vi è una sola certezza: la chiesetta di San Salvatore nel cimitero del capoluogo, autentico scrigno di arte e storia, giace nell’indifferenza e nell’abbandono. Essendo il tetto pericolante, da tempo è stato vietato l’ingresso ai visitatori. Se la copertura lasciasse passare delle infiltrazioni o addirittura cadesse, sarebbe la fine degli affreschi che si trovano all’interno, che pure sono resistiti a settecento anni di incuria.

Si spera che arrivino presto le sovvenzioni per i dovuti restauri.  

Mario Nicoli
Nato a Verona nel 1956, lavora come medico di base. Dal 2003 è redattore del “Baco da seta”, su cui pubblica articoli che trattano quasi sempre di storia del nostro Comune. E’ presidente del “Gruppo di ricerca per lo studio della storia locale di Sona”, che fa parte della Biblioteca comunale di Sona.