Tra nostalgia ed entusiasmo, l’esame di maturità che arriva segna comunque un momento di passaggio

Abbiamo affrontato l’ultimo anno delle superiori e finalmente arriva quel momento, o meglio, il momento. I giorni che segnano la fine di un lungo percorso di studi e che aprono la strada al successivo.

Mi sto riferendo alla tanto temuta, ma al contempo anelata con impazienza, “Maturità”, che inizia domani. Gli esami che dobbiamo sostenere non solo coronano cinque anni di studio intenso spalancando le porte della nostra estate, ma lasciano alle spalle uno dei periodi, per molti, più spensierati della vita, l’adolescenza.

A rifletterci con più attenzione, i giorni della maturità suscitano un doppio sentimento in chi se la sente di compiere un salto sia nel passato che uno di breve durata nel futuro; da una parte la nostalgia generata dalla perdita di un’abitudine che si sta quasi per esaurire, e dall’altra l’entusiasmo, carico di aspettative per il tempo che verrà.

“Finalmente non dovrò più rivedere questi maledetti banchi di scuola”, sono le parole che più riecheggiano nelle classi quinte di ogni istituto. Ma non mentiamo a noi stessi, un po’ di paura ci accompagna tutti, sebbene in molti non vogliano ammetterlo celando le proprie preoccupazioni dietro a una facciata quasi “menefreghista”.

È poi naturale che la tranquillità con cui ciascun maturando affronta l’esame dipende da diversi fattori e si diversifica da casa a caso: primo tra tutti dalla persona che si è diventati durante questi anni, i 15, 16, 17, 18, età di crescita servite a plasmare la propria identità, il proprio carattere, la propria personalità, a comprendere le proprie inclinazioni e interessi, grazie soprattutto ai rapporti umani instaurati con i propri coetanei, cioè i compagni di classe e gli amici, e con una fetta di persone più adulta, che si è presa carico di trasmettere almeno una parte della propria esperienza di vita condividendo insegnamenti talvolta ancora più importanti delle classiche nozioni scolastiche, ovvero gli amati e odiati professori.

E poi, last but not least, dalla preparazione con cui ciascuno si presenterà alle prove finali. È anche vero che non saranno di certo questi gli ultimi esami che ci aspettano. D’altronde l’idea che la vita sia una successione di prove da affrontare è ben riassunta nella risposta che Sergio Leone diede in un’intervista, quando osservò che “la vita non è altro che un’attesa tra un esame e l’altro”. Quando espresse ciò il regista doveva sicuramente avere in mente il titolo della fortunata commedia del 1973 di Eduardo De Filippo, “Gli esami non finiscono mai”, che pone l’accento sulla necessità di adottare una certa intraprendenza nell’affrontare il divenire della vita, lavorando sulla propria capacità di risposta alle continue prove e trasformazioni che la vita ci sottopone.

L’esame così non è più sinonimo di mero giudizio fine a se stesso ma diviene un mattoncino di cui servirsi per incominciare a edificare il proprio futuro. È pur vero che questi esami di maturità assumono anche il valore di rito di passaggio, che li rende, se così posso dire, più “esami” degli altri. Essi definiscono la soglia attraverso cui si transita nell’età adulta e pertanto conservano una loro irripetibilità e unicità.

Mi sento di aggiungere un’ultima considerazione: dell’ansia e della trepidazione che presto proverò, in corrispondenza con la fine del mio ultimo anno di liceo, una volta superatolo e allontanatami da esso, ciò che resterà sarà una certa nostalgia, che mi accompagnerà negli anni a venire.

Rasia Saletti
Classe Quinta M - Sono una ragazza di 18 anni, frequento un liceo classico e amo tutto ciò che concerne l’ambito creativo e artistico. Una mia grande passione è sicuramente leggere e raccogliere i libri in quella che sta diventando la mia biblioteca personale, ricolma di quelli che oramai sono divenuti il mio genere preferito, casi polizieschi irrisolti