“gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all’orrore, davanti alla bellezza e turarsi le orecchie davanti a melodie, o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi al profumo. Poiché il profumo era fratello del respiro. Con esso penetrava negli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere.”
Patrick Süskind
Un tempo, negli ambienti rurali, il fumo odoroso della legna arsa durante i fuochi epifanici evocava lo spirito antico che allontanava la stagione fredda e rigenerava la terra. Nella tiepida luce del sole che rinasce dopo il solstizio, l’aroma avvolgente delle resine si diffonde tra le fronde dei sempreverdi come soffio vivificante che risveglia la vegetazione. Dopo il disgelo, il fresco sentore del terreno umido si accorda alle note balsamiche delle conifere spoglie di neve, mentre la dolce fragranza dei fiori del sottobosco affiora timidamente dalla coltre invernale.
Con l’arrivo della primavera i profumi della Natura si librano nell’aria evocando memorie ancestrali di connessione alla Terra. Nel perpetuo divenire delle stagioni accompagnano come un balsamo il grande respiro della vita, laddove ogni forma vivente riceve e restituisce, rinnovando il senso di appartenenza all’ordine naturale.
La qualità dell’aria è un elemento essenziale per il benessere delle vie respiratorie. Durante l’inverno e nei periodi di passaggio stagionale, lo scorrere quotidiano — vissuto prevalentemente nei luoghi chiusi, talvolta eccessivamente riscaldati e sovraffollati — si accompagna spesso a un ricambio d’aria inadeguato. Così come avviene in natura, l’azione benefica delle sostanze balsamiche ha da sempre contribuito a migliorare gli ambienti viziati e poco salubri, proprietà richiamate nella stessa origine del nome greco balsamon, con cui si designavano gli aromi resinosi dalle virtù lenitive e purificanti.
“Il profumo di un balsamo” evoca qualcosa di fragrante, gradevole e corroborante, mentre “l’aria balsamica” rimanda a un ambiente pulito, salutare e profumato di fresco, qualità proprie delle conifere. Conosciute fin da tempi remoti per la sensazione di ritrovata freschezza e vitalità che infondono al respiro, le essenze di bosco sono state impiegate nei rimedi della tradizione per far i fumenti (suffumigi). Il termine latino suffumigia — da sub fumigare, “emettere fumo sotto” — descrive l’azione del respirare i fumi o i vapori delle piante aromatiche, una pratica che ha avuto origine dalle antiche fumigazioni rituali.
In queste celebrazioni collettive, le misture di erbe e resine venivano riscaldate o combuste, allo scopo di purificare l’ambiente e neutralizzare gli odori sgradevoli. Il calore del fuoco che faceva evaporare i composti aromatici, diffondendone nell’aria le proprietà igieniche e stimolanti per il respiro, liberava nel contempo l’anima profumata delle piante. E cos’è il profumo, se non l’invisibile poesia della Natura che si diffonde nel creato? Alla radice del “profumo”, si tramanda l’essenza stessa della fumigazione nel suo significato di per fumum, “attraverso il fumo”. La natura volatile degli aromi colmava con la sua ascesa la distanza tra la Terra e il Cielo, creando una connessione alla dimensione invisibile del sacro. Per forma e sostanza affine al divino, il profumo si configurava perciò come simbolo di purezza e manifestazione stessa del sacro, divenendo il tramite privilegiato per comunicare con gli Dèi.
Come un’eco ancestrale che risuona nel respiro della Natura, l’aroma fresco delle piogge portate dai venti di marzo pervade l’aria. Un balsamo per l’anima che apre all’intimo dialogo con la forza rigeneratrice del mondo e la sua promessa di rinnovamento.
L’immagine sopra: “Spring Sunlight – New Forest”, Frederick Golden Short, 1934
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