“Finisco non lontano da dove sono partito / cogliendo l’azzurro sbiadito / dell’ultima aster rimasta / da portare ancora a te.”
Robert Frost
Ogni anno nel mese dei morti, i cimiteri richiamano il fascino dei tempi andati trasformandosi in splendidi giardini, destinati a sfiorire uno dopo l’altro sotto le piogge copiose del tardo autunno. Nei toni smorzati della mezza stagione, il profumo terroso e umido delle siepi di bosso evoca un sentore di antico, eco di quel passato pervaso dall’estetica del sublime, che aveva concepito un nuovo modo di viversi l’ambiente funerario.
Durante il Romanticismo, il cimitero diveniva un luogo di contemplazione quotidiana, organizzato in modo tale che i sepolcri creassero un dialogo armonioso con l’arte e la natura. Tra bellezza e decadenza, lo spirito si innalzava oltre il dramma della morte, percepita come parte naturale del ciclo della vita.
Ogni elemento del paesaggio cimiteriale rimandava al transitorio e nella fugace bellezza dei fiori si rivelava la caducità dell’esistenza. Nell’atto di deporli sulle tombe si rinnovava la connessione con i cari defunti, mantenendone la memoria attraverso lo scorrere del tempo.
Accanto alla funebre solennità dei crisantemi e alla raffinata eleganza dei lilium, si posava la grazia discreta degli aster. Piccole stelle corollate da delicati petali purpurei, gli aster estendono la fioritura oltre novembre, accompagnando la natura alla fine del ciclo vegetativo.
Per tali caratteristiche, l’immaginario culturale li illustrava come fiori di transizione, tanto quanto la sfumatura del porpora (sospesa tra la vitalità del rosso e la quiete profonda del blu) evocava il passaggio simbolico del crepuscolo, verso le ombre dell’inverno.
Nel contesto sentimentale dell’Ottocento, il linguaggio dei fiori lo aveva perciò eletto a emblema del ricordo, dell’amore eterno e della compostezza nel dolore del lutto. E quale altro fiore, se non l’aster, avrebbe potuto custodire con discrezione tale memoria?
Quando la Natura si ritira nella luce radente dell’autunno, una piccola stella accompagna il paesaggio campestre verso il crepuscolo delle stagioni. Avvolta dall’oblio delle nebbie, la vita nei campi si congeda porgendo l’ultimo saluto. All’imbrunire, la sobria bellezza degli aster riluce della malinconia assorta di un antico tempo liminale, dove le antiche comunità agrarie riconoscevano il ritorno dei defunti, custodi invisibili dei semi e della prosperità futura.
Nell’immagine Angelo Dall’Oca Bianca, “Gli amori delle anime – Donna al cimitero”, 1898.
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