Tendere a un tempo buono, volgersi verso gli altri: Gli auguri di Natale del Baco

Nella liturgia cristiana, l’Avvento è il periodo che prepara al Natale. Un periodo di preparazione che è anche periodo di attesa, un’attesa che, per i credenti, trova il suo compimento con la venuta del Signore. E di compimento parla anche l’evangelista Luca quando racconta la nascita di Gesù: dice infatti che, mentre Maria si trovava a Betlemme con Giuseppe, per il censimento ordinato da Cesare Augusto, “si compirono per lei i giorni del parto”.

Se cerchiamo nel dizionario il verbo greco utilizzato (eplēsthēsan, da pimplēmi), notiamo che esso ha fra i suoi significati anche “riempire”, “appagare”.  E questo, come spesso succede quando lasciamo che le parole parlino da sé, per disvelare la loro infinita e complessa ricchezza, fa riflettere: nella mia lettura, suggerisce infatti che nel compimento di un’attesa c’è un riempimento, un appagamento dell’anima.

E se questo è ovviamente vero per l’arrivo di un figlio, lo è anche per le tantissime altre, più o meno grandi, attese della vita quotidiana. L’attesa di una persona che non vediamo da tempo, l’attesa di un traguardo sudato con impegno, l’attesa di un contratto di lavoro che realizza un sogno, ma anche l’attesa del proprio piatto preferito al ristorante, l’attesa di un regalo desiderato, l’attesa dell’autobus in una giornata di pioggia, l’attesa di un aereo che ci porta in viaggio, l’attesa della fine di un libro che ci prende.

Eppure, viviamo in una società sempre più frenetica, dove il tempo dell’attesa è troppo spesso percepito come tempo perso. Immersi nella velocità delle connessioni, non sappiamo più aspettare gli incontri; immersi nella velocità delle consegne, non sappiamo più aspettare di aprire i doni; immersi nella velocità dei trasferimenti, non sappiamo più aspettare qualcuno che ci accompagni, fisicamente o metaforicamente parlando.

E così, il nervoso cresce, insieme all’ansia: quanto stress viviamo e respiriamo nel traffico mattutino o in coda nei supermercati. Persi nella frenesia della quotidianità, quando pensiamo che non abbiamo tempo da perdere troppo spesso ci dimentichiamo del senso che davvero vorremmo dare al nostro tempo, di come davvero vorremmo riempirlo.

E allora, l’augurio per questo Natale è quello di saper cercare e trovare il compimento appagante che segue alla capacità di saper attendere. Un saper attendere che, spesso, è anche capacità di sapersi fermare, per ritagliarsi momenti di autentica cura di sé. Quella cura di sé che è cura dell’anima, e quindi coltivazione di ciò che sentiamo rendere bella e buona la nostra vita.

Ricordando che a rendere bella e buona la nostra vita sono innanzitutto gli altri, le persone che ci stanno a cuore e nel cui cuore c’è un posto per noi. Purtroppo, anche nella nostra comunità, moltissimi in questo Natale non potranno godere di questo privilegio, perché si trovano a vivere in solitudine anche queste giornate di festa.

Non dimentichiamoci di loro, prendiamoci il tempo di una chiacchierata, sostiamo per il tempo di un sorriso, che dura un istante ma per gli effetti che ha può avere una durata lunghissima, doniamo il tempo di un gesto, che è quello di un abbraccio, di un invito, di un regalo, di un pensiero che si fa concreto. In questo attendere al cospetto dell’altro, che è un fermarsi per fargli spazio nei nostri cuori, c’è la promessa di un riempimento infinito, per chi riceve ma anche per chi dà.

L’etimologia del verbo “attendere” rimanda al latino “ad-tendere”, che significa “tendere a”, “volgersi verso”: in questo Natale tendiamo dunque a ciò che davvero ci fa stare bene, provando a rallentare la frenesia delle nostre vite e sostando in un tempo che sia realmente appagante per l’anima; e volgiamoci verso gli altri, non solo verso chi ci è più caro ma anche verso chi, vicino a noi, è più solo, rivolgendo loro il nostro sguardo interessato e il nostro ascolto autentico.

Buon Natale, dunque! Che siano giorni di gioia piena, di appagante compimento delle attese che rendono buona e bella la nostra vita.

Nell’immagine, “L’albero della vita” di Gustav Klimt, 1909.

Federica Valbusa
Nata nel 1988, coltiva la passione per la scrittura da quando era bambina. Da ottobre 2020 è Vicedirettore del Baco, per cui scrive da quando aveva 17 anni. Laureata in Scienze filosofiche all’Università San Raffaele di Milano, ha poi conseguito il dottorato di ricerca in Scienze dell’educazione e della formazione continua all’Università di Verona, dove ora insegna. È giornalista pubblicista, iscritta all’Ordine dei giornalisti del Veneto, e ha collaborato per dieci anni con il quotidiano L’Arena, come corrispondente per il territorio sonese.