Suor Rita, da poco a Lugagnano con una storia di vera Missione. Con il cuore

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Suor Rita Caneva parla con gli occhi. Senza dire un singolo lemma, Suor Rita ha già raccontato una storia. Mi ascolta finché le spiego il motivo dell’intervista e nei suoi occhi si possono scorgere i volti delle persone che ha aiutato, le sensazioni che ha provato, il tempo che ha donato.

Originaria di Monte di Sant’Ambrogio, passa un breve periodo a lavorare a Milano come infermiera, ma decide poco dopo di prendere i voti. Questo accade l’8 dicembre 1971, dopo due anni di convento.

Seguono due anni in una comunità a Napoli. Iniziano poi le attività di preparazione alla partenza: oltre ai corsi di formazione, le precauzioni mediche, c’è anche un corso di sei mesi in Inghilterra, per assimilare bene una lingua che dovrà usare nei vari paesi dell’Africa. Ancora adesso nel parlare, riesce a dire certi vocaboli solamente in inglese. E’ arrivata a Lugagnano da qualche mese, nella comunità delle nostre Suore Comboniane, e siamo andati ad incontrarla.

Per iniziare, la curiosità è quella di capire cosa l’ha portata a una vita caratterizzata da una totale dedizione verso chi ha meno di noi e non ad una sola vita ecclesiastica.

Riguardo alla mia vocazione, direi che è il Signore che ha lavorato dentro di me nel corso degli anni. In tutta sincerità non avevo mai pensato di farmi suora, tantomeno in andare in missione; ricordo però che per tre anni, durante la mia pre-adolescenza, un missionario comboniano veniva a fare animazione a noi quattordicenni di Monte. Mi era rimasto impresso il suo modo di fare, tanto è vero che ho mantenuto i contatti con lui anche quando è partito per il Mozambico: gli mandavo vestiti e oggetti che potessero servire per la sua missione. Inconsciamente era già iniziato dentro di me un processo di preparazione a quello che sarebbe stato il mio futuro: era il Signore che mi stava indicando la strada da percorrere. Ma questo era solo il primo dei suoi molti segnali, un altro episodio è avvenuto qualche anno dopo. Passeggiavo con mia cugina per le strade di Verona una domenica pomeriggio. Il cielo si stava scurendo, così, vedendo il museo africano delle comboniane, ho sentito dentro di me l’impulso di entrare. Io ho semplicemente seguito questo impulso dentro di me, ed è proprio questo che mi ha portato al convento. Infatti quel pomeriggio entrai in contatto con delle persone che mi avvicinarono alla spiritualità con degli incontri. Frequentai quegli incontri di rado, fino al momento in cui ebbi la mia vera e propria vocazione.”

E così, dopo il convento e la preparazione arriva anche il momento della partenza.

“Stavo per dedicare tutta la mia vita a delle persone meno agiate, ero entusiasta e i miei genitori lo erano per me. Il desiderio che il Signore aveva messo nel mio cuore arrivava alla piena realizzazione. Ovviamente non era solo entusiasmo ed euforia. La coscienza che stavo lasciando le mie radici, la mia cultura, la famiglia portava in cuor mio una punta di malinconia. Il fatto che stessi compiendo un passo enorme per me aggiungeva un misto di fiducia e paura del futuro.”

Ed ecco che raccontando, suor Rita si sposta sul fulcro della nostra intervista: la Missione.

“Sono partita il 28 ottobre 1978, destinazione: Giordania. Ho trascorso sette anni là, e nel 1985 sono passata in Kenya, dove sono rimasta fino all’anno scorso, quindi questa esperienza è durata ventotto anni, naturalmente alternati a periodi brevi di servizio in Italia, per avere la possibilità di rivedere la mia famiglia. Ma a parte le informazioni riguardanti le date, bisogna parlare dei due stati in modo diverso: la Giordania è un paese islamico, popolato da gente che nonostante la differenza di Credo, ci chiamavano ‘Gli Angeli dell’Ospedale’. Era gente spontanea, ospitale. Ho apprezzato questo loro aspetto. Una volta è successo che dovevo presentarmi ad un appuntamento, ed ero in ritardo. Mentre correvo, una donna mi ha vista affannata e mi ha offerto un bicchiere di acqua. Essendo in ritardo, rifiutai, e lei mi seguì correndo col bicchiere in mano fino al punto in cui mi trovai costretta a fermarmi per bere. L’unico problema era che chiaramente le nostre testimonianze erano solo a gesti. La carità, il servizio e la piena dedizione: questa era la nostra ‘Evangelizzazione’. Non si poteva annunciare la parola del Signore per le strade, mettendo in discussione ciò in cui loro credevano. Infatti all’interno della loro società, i cristiani avevano molte difficoltà, erano localizzati socialmente nei ceti più bassi”.

“Per quanto ho potuto vedere nelle varie missioni nelle periferie e nelle baraccopoli del Kenyaprosegue Suor Rita – invece, da questo aspetto c’era più tolleranza, anche per il fatto che chi era più potente non considerava quelle zone abitate, perché composte da persone poverissime. Non ci si rende conto di quanto disagio ci sia in quei posti finché non ci si entra. Nemmeno guardarle dall’esterno, dalle vie principali, dà la vera idea dei problemi che ci siano. Entrare in quelle baracche è qualcosa che ferisce nel profondo: una condizione di vita tale può soltanto che spogliare le persone di una dignità. Loro non hanno alternative, nonostante la loro buona volontà e il desiderio di migliorare. E quindi camminando per le strade si vedono bambini che giocano con il fango, con le braccia piccole e magre; si vedono donne sottomesse, impegnate a tenere i figli, organizzare la casa. Ma la loro gioia è grande in ogni caso”.

“Un esempio può essere Mthenya: una ragazza dal sorriso splendido, nonostante fosse poliomielitica e l’unico arto che potesse utilizzare fosse il braccio destro, anche se in modo limitato. Viveva nella baraccopoli di Deepsea. L’ho conosciutaracconta Suor Ritache aveva vent’anni: la tenevano nascosta in una stanza buia. Ho voluto aiutarla, insistendo per la sua integrazione nella scuola materna perché realizzasse il suo grande sogno, ovvero imparare a leggere e scrivere. Non mi sono data pace fino a quando non è stata accettata. Era una donna, e quindi valeva poco, e per di più era disabile. Era meno di zero, a livello sociale, quindi speravo di riuscire a far sì che venisse formata professionalmente così che potesse portare qualche soldo in famiglia. Ci sono riuscita, e con l’aiuto di altri volontari abbiamo comprato anche una sedia a rotelle, che prima non aveva. A scuola poteva imparare con i bambini, che ripetevano più e più volte, e inoltre aveva anche un pasto assicurato a pranzo. La difficoltà però era che non riusciva ad assimilare ciò che apprendeva a scuola nemmeno quando le abbiamo procurato questi ‘agi’, se così posso definirli. Mi dissero che il motivo era sua madre, che dopo la scuola, sfruttava la sedia regalatale per portare la figlia davanti ai supermercati affinché facesse un po’ di elemosina. Lei piangeva perché non voleva, e le sue punizioni erano digiuno e violenze fisiche, a cui lei a causa delle sue infermità non poteva reagire. Riuscimmo a portarla via da sua madre per un po’ e le insegnammo a costruire dei telai: era incredibile cosa riuscisse a fare con una sola mano! Ogni tanto la madre la portava via, e per giorni non si vedeva. Fu così che un giorno non la vedemmo più. La cosa più straziante è stato vederla aggrappata alla mia gonna, mentre mi supplicava di portarla via con me. Vedermi impotente davanti a questa situazione davvero tragica mi ha fatto sentire piccola. L’unica persona a cui potevo affidare Mthenya era la Madonna. E così feci.” Dopo questo racconto suor Rita si ferma, si toglie gli occhiali e per qualche istante guarda verso l’alto in modo tale che gli occhi gonfi di pianto tornino come prima.

Suor Rita Lugagnano 2014 (2)Passato il momento, tornano a stringersi in un sorriso: “Ricordo un altro aneddoto. Questa volta più simpatico! Ero a distribuire la comunione in una cappella. Nella fila vi era una bambina di forse tre anni che camminava verso di me tenendo le mani nello stesso modo delle persone attorno a lei. Arrivato il suo turno in fila mi ha allungato le mani, sperando di ricevere qualcosa. Naturalmente non potevo darle ciò che voleva nonostante fosse la persona che probabilmente più lo meritava. Le ho sorriso e ho continuato a distribuire la comunione alle persone adulte. È rimasta in silenzio ad attendere il suo turno anche dopo che la fila fu terminata. Era così buffa con le sue manine unite a coppa. Le feci un segno della croce in fronte e se ne andò contenta.”

Chiude l’intervista con un sorriso, nello stesso modo con cui l’ha iniziata. Problemi di salute l’hanno riportata a Verona, ma è contenta di essere arrivata a Lugagnano, ci spiega. Ma come detto all’inizio, suor Rita parla con gli occhi, e con gli occhi ci sta dicendo che non vede l’ora di ritornare nel posto dove veramente ha realizzato la sua vocazione a pieno.