Stranieri a Sona: integrare si può

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Un importante capitolo del “Primo Rapporto sullo Stato dell’Ambiente” edito dal Comune di Sona, è dedicato al tema de “La popolazione e le sue dinamiche”. E all’interno di questo si parla anche di immigrazione.

Nell’analisi sono presenti alcuni svarioni (ad esempio si sostiene che “la prevalenza di cittadini extra comunitari è caratterizzata prevalentemente da romeni e cinesi”. Vada per i cinesi, ma i romeni sono comunitari dal primo gennaio 2007 ed era doveroso indicarlo anche se i dati citati sono del 2001) ma i numeri offerti sono interessanti e meritano alcune riflessioni.

A Sona – dice il Rapporto – dimorano 62 cittadini dell’Unione Europea (ai quali vanno aggiunti 153 romeni, che portano il numero a 215), e 806 cittadini extracomunitari (dai quali vanno tolti i 153 di cui sopra portando il numero a 653). Vi sono Albanesi (82), Cinesi (100), Croati (31), Ghanesi (49), Macedoni (46), Marocchini (90), Tunisini (27), Ucraini (10), ma anche Argentini, Australiani, Boliviani, Brasiliani, Coreani, Cubani, Indiani, Moldavi, Peruviani, Russi, Uruguaiani, Venezuelani ecc.

Dai dati emerge che nelle frazioni di Palazzolo e San Giorgio risiede uno straniero ogni tredici residenti, a Sona uno ogni diciassette e a Lugagnano uno su ventuno. Numeri notevolmente superiori alla media nazionale che, dai dati del Ministero dell’Interno, vedono in Italia gli stranieri rappresentare il 2,3% della popolazione residente (per la cronaca, il 35,1% degli stranieri risiede nelle regioni del Nord-Ovest: in particolare, nelle province di Milano, Torino e Brescia sono il 53,5% dell’intera ripartizione. Nel Nord-Est risiede invece il 26,7%, con le percentuali più elevate di stranieri residenti in Veneto e in Emilia Romagna, rispettivamente, il 42,9% e il 37,9% della ripartizione).

A Sona abbiamo quindi un numero di cittadini stranieri importante, che necessita di una riflessione attenta da parte di chiunque nel nostro Comune operi – a qualsiasi titolo – nel campo del sociale.

Molto stanno facendo – tra le altre – alcune associazioni sportive del territorio. Ad esempio, ne abbiamo parlato nei numeri scorsi, l’Associazione Calcio Lugagnano presta estrema attenzione all’interno della sua Scuola Calcio, che interessa bambini nati dal 1994 al 2001, alle famiglie nuove del territorio, con un occhio di riguardo per quelle famiglie di stranieri, principalmente extracomunitari, che faticherebbero a sostenere il costo di iscrizione alle attività. Arrivando addirittura a non far pagare bambini particolarmente in difficoltà, nell’ottica del massimo coinvolgimento possibile. Ma è solo une dei numerosi esempi che potremmo fare, e che riguardano tutte le nostre quattro frazioni.

Anche la scuola ha messo in moto una serie di iniziative per meglio inserire i bambini stranieri che si trovano ad affrontare una realtà completamente differente da quella che da cui provengono. Alle Elementari esistono delle maestre espressamente dedicate a questo compito – come mediatrici culturali – ed esiste un preciso programma di inserimento a tappe che ha il preciso compito di calare gradualmente nella nuova realtà questi piccoli. Dinamiche presenti sicuramente anche in altre realtà geografiche – è vero – ma che ci dicono trovare nelle nostre scuole una partecipazione e un interessamento del tutto particolare da parte del personale docente.

Anche le quattro parrocchie, sia nelle attività estive sia in quelle invernali, tentano di aprire i confini ai nuovi residenti, anche qui con un’attenzione dedicata a chi viene da altri paesi e, per cultura e per abitudini, maggiormente ha difficoltà a partecipare. Questo a dimostrazione di come, al di là delle paure generiche verso il “diverso” e al di la’ di comprensibili preoccupazioni per un’integrazione che talvolta può essere più complessa di quanto ciascuno vorrebbe (soprattutto, va detto, in realtà metropolitane), esiste nelle nostre Frazioni una disponibilità ad accogliere maggiore di quello che ci vorrebbero far credere certi stereotipi anche nazionali, e soprattutto una sensibilità che fa onore alle nostre genti.

Quello che per ora soprattutto manca, ed è un’evidenza assoluta, è il coinvolgimento degli adulti stranieri. Questo anche (soprattutto?) per una loro mancanza di interesse ad essere coinvolti. Ma anche perché ad oggi non si sono trovati modi ed occasioni per far uscire di casa chi è venuto ad abitare da noi da tanto lontano. L’esperienza delle realtà dove l’integrazione è maggiormente riuscita ci insegna che è sempre tramite i bambini che gli adulti imparano a conoscersi e a capirsi, è quindi fondamentale che scuola, parrocchia, associazionismo, sport e Comune si sforzino sempre più – nel solco del lavoro che già stanno ben portando avanti – di dare vita ad una rete di iniziative che li vedano collaborare assieme proprio per coinvolgere le nuove famiglie, partendo dai bambini.

La nuova sfida è quella della società multirazziale, anche a Sona. Non è un’opzione che possiamo accettare o rifiutare (basti accennare al fatto che il Bilancio Demografico Nazionale 2006 dell’ISTAT indica che Verona registra un aumento dei residenti, 1300 in più, soprattutto grazie alle famiglie di stranieri che si sono integrate), quella della società multirazziale è una realtà che già esiste e che spetta a noi trasformare in una possibilità eccezionalmente positiva per le nostre comunità.

Evitiamo di far provare a chi è venuto ad abitare tra noi da ogni angolo del mondo quello che solo pochi decenni fa noi Italiani subimmo in Australia, negli Stati Uniti, in Germania, in Svizzera e in altri mille posti. Quando addirittura il Presidente Statunitense Richard Nixon, parlando dei nostri emigrati nel 1970 (1970!), arrivava a sostenere che “il guaio è che non si riesce a trovarne uno di onesto. Non sono, ecco, non sono come noi. La differenza sta nell’odore diverso, nell’aspetto diverso, nel modo di agire diverso”. O quando, per fare un altro esempio, alcuni quotidiani di Melbourne nel 1950 parlavano degli italiani che sbarcavano in Australia come “dell’invasione delle pelli-oliva”.

A Sona stiamo dimostrando da anni di saper essere migliori di chi discriminò i nostri nonni e i nostri bisnonni. Continuiamo lungo questa strada, perché i valori civici ce lo impongono, per rispetto della nostra stessa storia e perché crediamo nell’importanza di fare comunità.