“Sono passata ad Italia Viva perchè il PD ha smarrito la strada dei valori scegliendo logiche di apparato”. Salemi a tutto tondo sulla politica nazionale, veneta e di Sona

Il Baco ha avuto l’occasione di incontrare Orietta Salemi. Già candidata sindaco della città di Verona nel 2017, copre attualmente la carica di Consigliere regionale del Veneto nel gruppo di opposizione Civica per il Veneto.

La sua carriera politica è iniziata con la candidatura nella lista Zanotto Presidente in occasione delle elezioni amministrative della città scaligera nel 2007 e con l’elezione in Consiglio comunale tra le fila della minoranza. Il 2007 fu anche l’anno in cui in cui Walter Veltroni si candidò alla guida del PD con il celebre discorso del Lingotto: “Sposai subito l’idea di una sinistra moderata, aperta alle istanze civiche e in grado di unire valori cattolici e social democraticiasserisce Orietta al Baco.

Riconosciutasi nei valori e nel codice etico, Orietta aderì, pertanto, al Partito Democratico, con cui si candidò nel 2012 alle elezioni amministrative a Verona (con oltre 1.800 voti di preferenza fu il terzo Consigliere più votato); nel 2015 ha sostenuto Alessandra Moretti per le elezioni regionali in Veneto (secondo candidato più votato in tutta la Regione). Il 4 febbraio scorso Salemi esce dal gruppo del PD in Consiglio Regionale. In vista delle prossime elezioni regionali in Veneto il 20 e 21 settembre sarà candidata nella lista di Italia Viva.

Perché ha deciso di abbandonare il Partito Democratico?

Io nasco civica e mi riconoscevo in quel PD che si proponeva liberal democratico e allo stesso tempo riformista. Tutti questi valori si sono un po’ frantumanti nel corso del tempo, facendo emergere, a mio avviso, delle logiche di apparato a cicli ricorrenti.

Presumo che la fase di Renzi sia stata un’eccezione per lei.

Esatto, credo sia stato un momento di ampio respiro all’interno del partito, una stagione politica in grado, a mio avviso, di svecchiare l’Italia su molti fronti. Dopo questa parentesi il PD è tornato a delle logiche di conservazione, fatte anche di garanzie, diciamo, di rendite di posizione nel partito.

“Rendite di posizione”?

Una forza che governa deve fare delle scelte rischiose e audaci. Ciò che ho notato, invece, è stato molto traccheggiamento, un ritorno alla conservazione con la presidenza di Zingaretti, un appiattimento innaturale al mondo dei Cinque Stelle.

Riguardo a qualche tema specifico o in generale?

Un conto è aderire a un programma di governo per esigenze di governabilità, un altro conto scegliere il M5S come alleato alle prossime elezioni regionali.

Tradotto in termini più gergali pare una strategia, quella del PD, di tenersi strette le poltrone.

Non voglio pensare a questo. Dal mio punto di vista, la scelta del PD di aderire a un patto di governo con i Cinque Stelle è stato il male minore, scongiurando i pieni poteri a Salvini, il quale dettava l’agenda durante il governo giallo-verde.

Si sa, però, che queste coalizioni innaturali prima o poi imploderanno o dovranno fare i conti con la realtà.

Nonostante l’attuale situazione di governabilità innaturale, sono però convinta che se avessimo avuto Salvini al governo durante l’emergenza Covid sarebbe stato drammatico; l’Europa non ci avrebbe aperto le porte come invece è stato. L’Europa ha ragion d’essere grazie a una tessitura molto complicata di mediazione. Non avremmo ottenuto i medesimi risultati se avessimo avuto Salvini al governo.

Anche Conte ha cambiato il suo atteggiamento verso l’Europa nel corso del tempo. Non avendo la sfera di cristallo, è un approccio che non si potrebbe escludere nemmeno nei confronti di Salvini, o no?

Secondo me, no, non è una caratteristica propria della Lega. Se, al contrario, avessimo avuto Zaia come premier, allora sì, perché Zaia ha più rispetto verso le istituzioni, caratteristica che a Salvini manca.

Torniamo alla sua carriera politica: quali sono i principali motivi che l’hanno spinta a candidarsi per il partito di Renzi?

Trovo una maggior realizzazione del mio spirito civico, lo stesso che avevo agli esordi della mia vita politica nella lista Zanotto nel 2007. Quello spirito per cui non si è obbligati a seguire logiche di partito, di maggioranza o di opposizione, ma la libertà di condividere, ma anche votare un’idea a prescindere dalla provenienza. In questa logica Italia Viva non ha paletti ed è aperta ad accogliere figure dalle provenienze più eterogenee e che credono in una forza liberal democratica. L’unica soluzione, a mio avviso, che possa dare in Europa e in Italia garanzie di stabilità.

La crisi sanitaria del Coronavirus ha tracciato una strada in questo senso?

Assolutamente sì. Dopo le vicende del Covid che abbiamo vissuto sulla nostra pelle dal punto di vista sanitario, ma anche economico, credo che la gente abbia bisogno di riferimenti rassicuranti e certezze, di una politica che faccia stare l’Italia dentro la partita dell’Europa.

Una partita dai caratteri europeisti?

Sì, esatto. Non mi ritengo una femminista, ma il fatto, inoltre, che in questo momento ci siano tre donne alla guida dell’Europa, Christine Lagarde alla BCE, Ursula von der Leyen alla Commissione Europea, e per certi versi anche Angela Merkel, rappresenta, a mio avviso, un segnale forte e importante. Penso che le donne riescano a fare dei passi che gli uomini non siano riusciti a fare in questi anni, scelte che richiedono determinazione, concretezza e molta capacità di tessitura di relazioni politiche.

Con questi termini mi ha descritto anche Mario Draghi.

Vero. Chissà se non avessimo avuto Draghi. Ecco, però io lo dico in questa contingenza.

Torniamo ora nei confini regionali. Come è stata gestita, dal suo punto di vista, l’emergenza sanitaria degli scorsi mesi da parte del Presidente Zaia?

Zaia è un superstar della comunicazione.

Effettivamente tutti i leader politici sono stati attivissimi a livello mediatico.

A differenza di Salvini e altri, però, Zaia riesce a vendere molto bene anche ciò che non ha fatto, a mostrare un volto politico rassicurante e a comunicare un’idea di concretezza che non tutti riescono a trasmettere. Ma ha le caratteristiche di un centometrista, non di un maratoneta.

Ci spieghi.

Tenuto conto del patrimonio artistico, naturale, culturale e storico, il Veneto ha potenzialità enormi: pensiamo alle due principali città d’arte, Venezia e Verona, al patrimonio Unesco delle Dolomiti, al litorale del Garda, ai parchi naturali del delta del Po. Eppure in questi quindici anni di amministrazione in Veneto – contando anche il mandato in cui era Vice Presidente con il Governatore Galan – non abbiamo assistito a investimenti significativi. Siamo la Regione della Biennale e del Festival di Venezia: nel settore cinematografico e artistico sono stanziate cifre irrisorie; abbiamo votato il piano regionale trasporti a metà luglio, non quattro o cinque anni fa, quando sarebbe stato logico e prioritario.

Questo aspetto infrastrutturale come si riflette su Verona e provincia?

Manca un biglietto dei trasporti unico: l’attuale sistema metropolitano comprende Padova, Treviso e Venezia; la parte occidentale della Regione, Verona compresa, è dimenticata. Il territorio veronese – mi riferisco alla Lessinia e al lago di Garda, al Baldo e alla Valpolicella – è una Ferrari su cui è installato il motore di una Cinquecento.

Che valutazione si può fare, pertanto, a livello politico amministrativo?

Bisognava essere più coraggiosi: gli aeroporti – pensiamo al Catullo a Villafranca – non sono collegati a livello ferroviario. Consideriamo, inoltre, quanto la nostra Regione non riesce ad essere attrattiva per i giovani: nel 2018 oltre tredici mila sono emigrati, e il saldo tra arrivi e partenze dei giovani tra i 15 e 34 anni è tutt’altro che positivo (quasi -4 mila secondo i dati Istat, NdR).

Quali potrebbero essere le soluzioni per quest’ultimo ambito?

Non c’è una filiera efficace tra le nostre Università – che sono un’eccellenza nel panorama formativo italiano – e il tessuto produttivo veneto che, per quanto prezioso ed eccezionale, non riesce a incrociare l’offerta di capitale umano dei giovani al termine della loro formazione. Occorre attrarre capitali per investire in grandi distretti di eccellenza, come in quello bio-medicale, ad esempio; occorre, pertanto, partecipare anche attraverso fondi propri a investimenti esteri insieme a grandi realtà.

Orietta Salemi in occasione dell’ultimo Consiglio regionale del 21 luglio

Spese o investimenti aggiuntivi, però, implicano più tasse.

La Regione Veneto è forse l’unica in Italia che ha deciso di non mettere mano nelle tasche degli italiani, non introducendo l’aliquota per l’addizionale IRPEF. È vero, quindi, che siamo in una Regione “tax free”, per usare le parole del governatore, ma con questa addizionale si potrebbero applicare servizi aggiuntivi o, quantomeno, garantire un tesoretto di qualche decina di milioni di euro all’anno, utilissimo per incentivare quegli investimenti di cui abbiamo parlato e che sarebbe stato prezioso in questi mesi di emergenza sanitaria.

Ecco, torniamo a una domanda precedente: qual è il suo parere in merito alla gestione della crisi del Coronavirus in Veneto?

Penso che l’emergenza sanitaria sia stata gestita con intelligenza, ma grazie soprattutto alla tenuta del modello socio sanitario, che, attenzione, ha rischiato di essere smantellato proprio dalla giunta Zaia.

Per quale motivo?

Parliamo dei medici di base del territorio che cercato di frenare il ricovero in ospedale; di strutture e realtà, come cooperative e associazioni, che in sinergia con le grandi strutture ospedaliere e gli ospedali provinciali hanno garantito continuità nell’assistenza sanitaria; questo sistema ha dovuto fare i conti con un modello accentratore della sanità. Ecco, credo che Zaia debba ringraziare soprattutto questo mondo, che in silenzio ha garantito la tenuta del sistema.

Un sistema che, invece, in Lombardia non ha retto?

Esattamente. In Lombardia si è rotto questo equilibrio tra la medicina territoriale e le grandi strutture ospedaliere. Espongo un ulteriore dato politico amministrativo che mi permette di dare credito a Zaia sotto questo punto di vista: ha di certo contribuito a crearsi una sua immagine rassicurante e da “superstar” il confronto vicino col Presidente lombardo Fontana, che, a mio avviso, insieme a Gallera ha gestito l’emergenza sanitaria in modo imbarazzante.

Le chiederei ora una riflessione sul PD di Sona.

Certo.

A Sona non partecipano all’attività amministrativa le due attuali forze di governo, PD e M5S. Il PD di Sona, con cui ha già avuto occasione di collaborare, pur essendo abbastanza attento a tematiche nazionali, nel perimetro locale sembra resuscitare in occasioni facili e strettamente mediatiche, come nei casi della mascherina raffigurante Benito Mussolini e della mozione della minoranza contro il ddl Zan.

Il mio ragionamento può essere ricondotto a quanto ci dicevamo prima: oggi il PD nazionale, e di riflesso vale anche per quello locale, fatica a trovare una propria fisionomia netta perché è continuamente lacerato al suo interno da un correntismo che diviene cannibalizzante e che non favorisce una sintesi e un’identità.

Un’altra ragione per cui ha aderito a Italia Viva.

Forse la mia è stata una scelta “kamikaze”, se vuoi. Tutto mi possono dire fuorché di aver fatto una scelta opportunistica. Italia Viva è una forza appena nata, debole nei sondaggi – anche se questo sarà tutto da valutare –; ma si tratta di una scelta che non mi obbliga a rispondere a logiche di appartenenza, ma di mantenere la mia coscienza e identità.