Sono mamma di un figlio maschio: Come educarlo all’amore rispettoso?

Sono mamma di un figlio maschio. E quando una donna muore per mano di un uomo, il senso di responsabilità mi travolge insieme al dolore. Dopo l’ennesimo femminicidio che ha segnato di tragedia e di orrore la cronaca di questi giorni, l’uccisione della ventiduenne veneziana Giulia Cecchettin la cui vita è stata violentemente spezzata dall’ex fidanzato, la questione culturale torna prepotente a martellarmi nel cuore, inestricabilmente legata alla domanda: “Come educare un figlio, affinché diventi un uomo capace di rispetto e, quando si innamorerà, di amore vero?”. Quell’amore che accetta anche che una relazione possa finire, e che si misura solo per il bene che riesce a dare.

La risposta non può tradursi in proclami educativi distillati in slogan, quasi che l’educazione potesse ridursi a una lista di istruzioni facilmente applicabili, se solo si volesse. Quasi che insegnare il rispetto e l’amore rispettoso fosse lo stesso che insegnare l’alfabeto e le tabelline. Piuttosto, la sfida educativa, che mette ogni genitore e ogni educatore di fronte a un impegno immenso, è proprio quella di far imparare a un bambino qualcosa che non si insegna come si insegna invece ad allacciarsi le scarpe, a leggere e scrivere, o a contare.  Rendersi conto di questo può far tremare il cuore, per il senso di impotenza che si rischia di avvertire.

Come far crescere un figlio che, di fronte a un no, sappia arretrare invece che insistere? Che riconosca nel corpo la casa del nostro essere, e capisca che se il permesso non è accordato, quel corpo rappresenta un limite assoluto, di fronte a cui fermarsi e fare tutti i passi indietro che sono richiesti?

Che senta riconosciuto il proprio valore nei sorrisi che riesce ad accendere, e sappia che non è “volere bene” a un’altra persona se questo non si traduce nel “volere il suo bene”? Che sappia anche riconoscere e accettare la propria fragilità, senza doverla mascherare dietro atti di forza? Che sappia anche rimanere da solo con se stesso, perché quell’altro da sè che gli fa compagnia mentre pensa – secondo la definizione socratica del pensiero come dialogo del “due in uno” – è un uomo buono?

Che, innanzitutto, sappia pensare, pensare a quello che sente, a quello che pensa, e a quello che fa, anche nel suo essere in relazione con le altre persone? Che sappia valorizzare la persona di cui si innamorerà, e che si senta orgoglioso di lei quando la vedrà raggiungere obiettivi importanti, anche se si tratterà di obiettivi più alti di quelli in cui lui stesso è riuscito o in cui penserà di poter riuscire?

Educare un figlio ad essere il meglio di sè, per sè e per gli altri, si diceva, non può tradursi in una lista di istruzioni, nè è meramente trasmissione di contenuti. È certamente esempio, disponibilità al dialogo, e spazio di riflessione sull’esperienza. Ed è anche, credo, saper tenere sempre aperta la domanda su “come fare”, nella consapevolezza che le risposte non sono facili e gli esiti non sono scontati, ma è comunque necessario essere determinati a provarci.

Vedere la complessità dell’educazione significa anche non colpevolizzare altre famiglie o altri genitori per le azioni orribili perpetrate dai figli, ma significa ragionare a partire da sé, dal contributo che ognuno di noi può dare all’affermazione di una cultura che promuova l’educazione al rispetto, alla riflessione su di sé e sui modi positivi di relazionarsi alle altre persone, e a un’affettività matura, che sappia analizzarsi nel profondo ed esprimersi in maniera costruttiva.

Tutto questo nella consapevolezza che, come recita il famoso proverbio africano, “per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”: non basta l’impegno della famiglia, ma serve quello dell’intera comunità. Con interventi di supporto alla genitorialità, con politiche educative lungimiranti e mirate, ma anche con quel piccolo contributo quotidiano che ciascuno può dare, anche solo nel tenere accesa la discussione e nel rimarcare l’importanza della riflessione su questi temi. Nel continuare a farsi domande su come fare, o come poter fare meglio.

Federica Valbusa
Nata nel 1988, coltiva la passione per la scrittura da quando era bambina. Da ottobre 2020 è Vicedirettore del Baco, per cui scrive da quando aveva 17 anni. Laureata in Scienze filosofiche all’Università San Raffaele di Milano, ha poi conseguito il dottorato di ricerca in Scienze dell’educazione e della formazione continua all’Università di Verona, dove ora insegna. È giornalista pubblicista, iscritta all’Ordine dei giornalisti del Veneto, e ha collaborato per dieci anni con il quotidiano L’Arena, come corrispondente per il territorio sonese.