“Songbird”, di Adam Mason. Un (brutto) film sulla pandemia del Coronavirus

Trama e Recensione

Nel 2024 il mondo è ancora vittima della morsa pandemica del Coronavirus, rinchiuso in un  estenuante lockdown di oltre quattro anni. Il Covid-19 nel frattempo è mutato nel Covid-23, più aggressivo, diffuso e letale (dai primi sintomi trascorrono circa 48 ore prima di arrivare a una morte sostanzialmente certa).

In questo contesto di coprifuoco e legge marziale i nuovi positivi non vengono più individuati grazie ai tamponi, ma attraverso un’applicazione dello smartphone in grado di allertare le autorità sanitarie, che prelevano (con la forza) gli infetti e li conducono in enormi aree di quarantena (Zone Q) senza possibilità di contatti con l’esterno.

Solo gli immuni possono muoversi liberamente. Tra questi, in una Los Angeles desolata e deserta, vi è Nico, un corriere belloccio che effettua consegne in bicicletta. Nico è fidanzato con Sara, confinata in un appartamento con la nonna. Quando la nonna di Sara contrae il virus e la polizia, guidata dal perfido e corrotto direttore Harland, si reca presso la loro abitazione per prelevarle, Nico farà una corsa contro il tempo per salvarle, infrangendo la legge per trovare un certificato di immunità.

Si potrebbe aprire un dibattito sull’etica della scelta di avvicinare la realtà alla finzione, di declinare la delicata situazione del Covid in un contesto distopico e di stravolgere il contesto che stiamo ancora vivendo – e da cui non siamo ancora pienamente usciti – a fini di spettacolarizzazione e intrattenimento.

Songbird, tuttavia, necessita di essere visto solamente nella sua componente estetica, perché altrimenti l’esperienza personale e il giudizio soggettivo dello spettatore implicherebbero una predisposizione (s)favorevole a priori di fronte al grande schermo. È un esercizio difficilissimo, dato che la crisi pandemica ha lasciato una cicatrice più o meno profonda su ciascuno di noi, ma i difetti (enormi) della pellicola ci ricordano che effettivamente il film demarca (in)volontariamente il perimetro della finzione, e che lo scenario reale (o verosimile) è lontanissimo.

Girato negli Stati Uniti in piena pandemia, Songbird contiene molte inquadrature che ricordano le città silenziose e senza vita durante i mesi più tragici del 2020, ma confezionate in un montaggio frettoloso e confusionario, in cui le numerose riprese effettuate da Go Pro o Smartphone appesantiscono la visione del film. Nonostante sia prodotto da Micheal Bay, che è anche regista non accreditato di alcune scene, il film non possiede lo stile cinetico del regista statunitense, apparendo fiacco e superficiale.

Purtroppo (o per fortuna) alla sceneggiatura manca una sana dose di credibilità, a partire dalla caratterizzazione dei protagonisti (praticamente tutti stereotipati e senza spessore) fino ai meccanismi narrativi, scadendo in scene a dir poco prevedibili e in cliché banali. In questo senso la carriera del direttore Harland, ad esempio, è forse una chicca (dal sapore avariato) della pellicola.

Songbird, concentrato moltissimo (troppo) sulle vicende che intrecciano i personaggi, si configura come un thriller romantico, sempliciotto e rozzo, che fatica a riempire quegli enormi buchi che la narrazione avrebbe dovuto (o sarebbe stato interessante) affrontare: gli effetti economici, politici e sociali sulla popolazione, la differenza di ricchezza e benessere tra le classi sociali, i pericoli per le persone più fragili, il ruolo dello Stato e delle istituzioni sono solo alcuni temi che vengono appena abbozzati e mai approfonditi.

In Songbird, dunque, la pandemia del Coronavirus poteva rappresentare uno spunto delicato, ma sempre interessante per una riflessione lucida e profonda sul presente. Ma si rivela, in fin dei conti, un pretesto insipido e fuori luogo.

La Scheda

“Songbird”, regia di Adam Mason, 2021

La Valutazione

1 stelle di 5

Il trailer