Sona-Mondo. Aldo Costa, da Lugagnano a Londra: il valore di mettersi alla prova in prima persona

Prosegue la rubrica dedicata a raccontare le esperienze nel mondo che fanno i nostri cittadini. La rubrica ha la finalità di dare un contributo per far capire come si vive all’estero per tutti coloro che l’estero lo vedono forse in vacanza o al più in televisione. In questa puntata raccontiamo l’esperienza di Aldo Costa di Lugagnano che, da qualche anno, vive per lavoro a Londra. Cerchiamo di capire dalla sua esperienza l’Inghilterra nella quotidianità.

Aldo, quali studi hai fatto?

Ho studiato Economia Aziendale a Milano. Ho quindi seguito un Master in sport management a Treviso e successivamente un corso di specializzazione in Marketing negli Stati Uniti.

Che lavoro fai?

Sono Performance Marketing Manager in una azienda a Londra. Di fatto mi occupo di digital marketing ovvero di come far trovare ai propri committenti nuovi clienti attraverso la pubblicità online e su smartphone.

Quando hai capito che saresti andato all’estero a lavorare?

Ho sempre avuto in testa di voler andare per un periodo all’estero, ma l’ho sempre ipotizzata come esperienza di studio/lavoro per un anno circa. Sono quindi partito per gli Stati Uniti con l’obiettivo di fare quel tipo di esperienza ma, una volta tornato, ho capito quasi subito che sarei ripartito. Ad oggi sono in totale quattro anni.

Aldo Costa in bicicletta, una delle sue passioni. Sopra, Aldo con la fidanzata a Londra.

Lavorare all’estero la consideri un’opportunità o una necessità?

Non distinguerei l’una dall’altra. La definirei infatti come una “necessità” di creare “opportunità”. Sono una persona molto ambiziosa e so molto bene che per raggiungere determinati obiettivi, le opportunità bisogna crearsele, non aspettare che arrivino magicamente dall’alto. Io le mie sono andato a crearmele all’estero, ma non è detto sia finita qui…

Come vedi il tuo futuro? Sempre estero o rientro in Italia prima o poi?

La domanda delle domande. Partiamo con le certezze: a breve termine, 4-5 anni, non tornerò perché ci sono ancora un paio di step che vorrei fare; nel lungo termine sicuramente invecchierò a Sona. Tutto quello che c’è nel mezzo dipende da tante cose e tante dinamiche. Sicuramente se avrò la possibilità di ricreare e sfruttare le opportunità nate in questi anni, tornare sarà sicuramente un’ipotesi. Ma in questo momento la vedo dura.

Quanto è diversa la vita a Londra rispetto all’Italia ed a Sona in particolare?

Essendo una persona molto adattabile mi sono creato i miei interessi anche qui e riesco a coltivare le mie passioni, soprattutto sportive. Ma ovviamente la quotidianità è abbastanza diversa.

Partiamo dalle cose pratiche.

Quotidianamente faccio 20-30 km in bicicletta per andare al lavoro; a Lugagnano prendevo la macchina anche per andare a Mancalacqua da mia nonna, da via Brennero… Capitolo cibo: si trova assolutamente tutto quello che si trova in Italia, tranquilli. A parte il tonno in scatola; è diventato infatti il pass d’ingresso per chiunque venga a trovarci. In ufficio è normale scrivere in chat al collega che ti sta seduto a fianco, molto diverso da quello che succede in molti uffici italiani. Quando i colleghi ti chiedono di andare a bere una birra, la versione British dell’aperitivo, significa che si va al pub a bere almeno 4-5 birre a testa, rigorosamente pinte (0.5L). Ovviamente senza toccare neanche mezza patatina. Si ma piove sempre. Falso. Le estati sono molto piacevoli e raramente sopra i 30 gradi; gli inverni sono meno freddi dei nostri. Le mezze stagioni sono molto variabili e ci possono essere tutte e quattro le stagioni all’interno della stessa giornata.

È facile o difficile crearsi una rete di relazioni all’estero secondo la tua esperienza?

Io lo ritengo molto difficile. Ho diversi amici che vivono fortunatamente a Londra, ma le distanze sono importanti. Farsi 45/50 minuti sui mezzi pubblici sono la normalità. È come se ad un mio amico in Italia proponessi “dai stasera troviamoci a Vicenza a bere una birra”… Sono fortunato ad avere la mia fidanzata con me e mio cugino che vive anche lui qui, amici italiani e stranieri conosciuti negli anni. Diciamo che è difficile avere il tipo di relazioni a cui siamo abituati a causa delle distanze e del tipo di vita che le persone fanno in una città come questa.

Hai un aneddoto particolare che vuoi raccontare?

Certo… Primo lavoro a Londra, unico non-inglese in ufficio. Mi alzo e chiedo ai miei colleghi chi volesse qualcosa dalla cucina. Il capo mi chiede “Tea please”. Io vado, faccio bollire l’acqua, bustina di tea lasciata per qualche minuto e porto la bevanda al capo. “What is that?!”, lo guardo incredulo e dopo qualche risata generale mi viene fatto notare che il Tea è senza latte. Prima lezione imparata: se un inglese vi chiede “Tea please”, mettete sempre un po’ di latte, per quanto riguarda la quantità invece quella devo ancora impararla.

Concludendo, cosa suggerisci a chi ti sta leggendo e si sta chiedendo se nel proprio futuro ci dovrà essere o meno un’esperienza all’estero?

Invece della leva obbligatoria, che pare vogliano introdurre, farei “Estero obbligatorio”, dai 18 ai 22 anni ogni giovane deve spendere almeno 12 mesi all’estero di cui 6 continuativi. Stare all’estero qualche mese o qualche anno sono due cose molto diverse, mi rendo conto che la seconda non è una scelta facile e dipende dal carattere di ognuno. Il mondo sta cambiando e lo sta facendo alla velocità della luce, purtroppo lo stesso non vale per l’Italia. Le ricchezze del nostro Paese sono anche il suo tallone d’Achille: la famiglia, la cultura e le tradizioni sono qualcosa di unico che solo noi abbiamo. Questo però crea troppa “comodità” e chiusura. Negli Stati Uniti venivo deriso perché a 24-25 anni vivevo ancora con i genitori; loro a 18 erano già per conto loro ed erano in grado di mantenersi senza problemi. Quindi andate e “scomodatevi”, mettetevi alla prova e siate curiosi! Andate dove siete da soli, dove non parlano la vostra lingua, dove la pasta non è buona come quella della mamma, dove lo spritz costa come una bottiglia di Valpolicella, di quello buono! Partire e poi tornare. In fin dei conti anch’io tornerò, prima o poi.

Enrico Olioso

About Enrico Olioso

Nato a Bussolengo il 16 agosto 1964, risiede dall’età di 5 anni a Sona (i primi 5 anni a Lugagnano). Sposato con due figli. Attivo nel mondo del volontariato fin dall’adolescenza, ha fatto anche esperienza di cooperazione sociale. È presidente dell’associazione Cav. Romani e socio Avis dal 1984. Fa parte della redazione di Sona del Baco da Seta dal 2002. È tra gli ideatori del progetto Associazioni di Sona in rete attivato nel settembre 2014.

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