In Sala consiliare, a Sona, giovedì 28 maggio, il punto numero 6 scatta come una scintilla in mezzo ai fascicoli. Il presidente del Consiglio Pesce lo annuncia in modo secco e istituzionale, ma l’argomento è tutto tranne che freddo: l’interrogazione presentata dai gruppi Scelta per Sona, Sona domani e Fratelli d’Italia sulla pratica SUAP della ditta LUFIN S.P.A..
Tocca alla consigliera di Scelta per Sona Antonella Dal Forno esporre l’interrogazione. E prima ancora di entrare nel merito sente il bisogno di disinnescare il clima: “Con questo documento noi non intendiamo e non abbiamo mai inteso fare un attacco personale all’assessore Merzi”. La premessa è già un segnale: la materia non è solo una pratica, ma la percezione di un possibile nodo tra ruolo pubblico e attività professionale.
L’interrogazione, letta in aula, ricostruisce il quadro dal punto di vista della minoranza. Dal Forno spiega che, dopo un accesso agli atti del 2 febbraio, i firmatari hanno acquisito documentazione relativa a una pratica SUAP che riguarderebbe “un intervento in variante urbanistica ai sensi dell’articolo 4 della legge regionale 55 del 2012”.
E mette sul tavolo l’elemento che accende la domanda politica: nei documenti comparirebbe il nome di Merzi come soggetto coinvolto, con un riferimento al fatto che la richiesta sarebbe pervenuta nel corso del 2024 “da parte del geometra Merzi in qualità di tecnico incaricato”. Da qui la raffica di quesiti: “Qual è il ruolo preciso svolto dall’assessore Merzi”, se l’eventuale incarico sia precedente o successivo alla nomina, se ci siano state verifiche di compatibilità, misure di separazione, esclusioni da ogni coinvolgimento nella gestione amministrativa, e se tutto sia coerente con i principi di trasparenza, imparzialità e buon andamento.
La risposta arriva senza giri larghi. Merzi (nella foto di Mario Pachera) prende la parola e la prima frase è già un muro: “Rispondo io”. Poi l’affondo: la premessa del “non è un attacco personale” per lui non regge. “Prima di fare delle accuse così gravi avreste dovuto verificare”, dice. E quando entra nel merito, la sua replica è lapidaria sul punto chiave: “Qual è il ruolo preciso svolto dall’assessore Roberto Merzi all’interno della pratica in qualità di tecnico incaricato? Nessuno”.
Da lì, l’assessore prova a rimettere in ordine la cronologia che, secondo lui, spiega l’equivoco. Racconta di un incarico ricevuto non dall’azienda, ma dai precedenti proprietari dell’area: “Nel settembre del 2024 mi chiamano: geometra, abbiamo bisogno di te” e la richiesta sarebbe stata legata al certificato di destinazione urbanistica, il CDU, documento che il proprietario deve fornire in fase di vendita. “Quindi io ho proceduto a fare la richiesta”, spiega, sostenendo di aver ottenuto il certificato e di averlo poi trasmesso. Il cuore della sua difesa è tutto qui: nessun incarico da LUFIN, nessun rapporto professionale con i tecnici del SUAP, nessuna partecipazione alla pratica oggi in istruttoria.
Sulla compatibilità, Merzi sceglie la strada della norma e, in aula, cita il Testo unico degli enti locali: “Articolo 78 comma 3 del testo unico 267 del 2000”. E aggiunge l’argomento politico-amministrativo: la sua delega, dice, non è urbanistica né edilizia né lavori pubblici. “le mie deleghe sono innovazione tecnologica, tributi, servizi demografici, cimiteriali, gas, farmacie comunali e società partecipate”. Il sottinteso è netto: se non c’è incarico e non c’è delega sulle materie che rendono sensibile la questione, la catena dell’incompatibilità non parte nemmeno.
Ma la temperatura non resta tecnica. L’assessore allarga il discorso e lo fa in modo duro: “Questa interrogazione è imbarazzante”, la definisce, sostenendo che sarebbe stata evitabile con un chiarimento preventivo con gli uffici comunali. Poi elenca, a dimostrazione, la squadra di professionisti che a suo dire compone il gruppo tecnico della pratica: progettista, agronomo, geologo, ingegnere, tecnico acustico, perito industriale. “Io questi nemmeno li conosco e non lavoro per loro”, insiste. E chiude il cerchio con una frase che, detta in aula, suona come un giudizio politico sul metodo: “È un’accusa grave”; poi la parola più pesante: “Avete azionato la macchina del fango”; infine l’accenno a un confine che per lui è stato sfiorato: “È al limite, se non oltre, della calunnia”.
A quel punto la parola torna alla consigliera Dal Forno. Il tono cambia e si fa più misurato: “Ringrazio l’assessore Merzi per la risposta che ci ha dato, che riteniamo esauriente e chiara”. Rivendica il carattere dello strumento: “Non erano accuse, ma erano interrogazioni, erano delle domande”. E prova a spostare il baricentro sul documento: quel riferimento al “tecnico incaricato” non sarebbe una costruzione politica, ma parole presenti in un documento ricevuto dagli uffici. “Noi abbiamo utilizzato i termini che sono presenti all’interno del documento”, dice, ribadendo: “Non era nostra intenzione né di offendere e né di fare un attacco personale”.
È qui che interviene il sindaco Dalla Valentina, e lo fa sul terreno umano prima ancora che amministrativo. “Viene messa in dubbio l’onestà dell’assessore e anche questo fa male”, dice, ricordando una conoscenza e un lavoro condiviso nel tempo: “Abbiamo lavorato assieme in amministrazione 10 anni”. Riconosce che l’interrogazione è legittima, ma la contesta nel bersaglio: “Trovo intrisa di ipocrisia l’affermazione che non è un attacco personale”.
IL PUNTO DEL DIRETTOREPalazzolo e quelle radici che possono ancora tenerci insiemePoi la frase che pesa come un avvertimento: “Ricordatevi che avete davanti delle persone”. E il ragionamento politico diventa un’accusa rovesciata: “A me sembra un modo di far politica per distruggere e non per costruire”. Il sindaco spinge fino al punto più spigoloso, chiedendo alla minoranza di assumersi il significato implicito che lui legge nell’interrogazione: “Cosa intendevate dire? Si intendeva dire che Roberto Merzi è disonesto”.
La replica di Dal Forno prova a rimettere i binari sul termine contestato: “Noi non abbiamo parlato mai di progettista, noi abbiamo parlato di qualità di tecnico incaricato”. E ancora: “Ha detto che non c’è nessun ruolo. Benissimo, va bene così”. Ma la coda è velenosa. Merzi, in chiusura, torna a chiedere a Dal Forno un gesto che non arriva: “Io le ho dato un’opportunità prima di dire che avete capito la mia risposta e che chiedete scusa. Non volete farlo, ne prendo atto”.
Il punto 6, così, non resta solo una pratica SUAP. Diventa un braccio di ferro sul confine tra controllo politico e accusa personale, tra il diritto della minoranza di fare domande e il dovere di pesare le parole quando in mezzo c’è il tema della correttezza di una persona e di un amministratore. E in una sala dove ogni frase finisce in streaming e poi rimbalza fuori, la sostanza è questa: non basta che una risposta sia “tecnica”, deve anche riuscire a ricucire lo strappo che l’ha resa necessaria.
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