Sona e le case popolari: la stagione dei P.E.E.P. tra espropri, cooperative e 600 alloggi

Recentemente il Governo ha annunciato l’intenzione di finanziare un progetto nazionale per la costruzione di 100mila abitazioni di Edilizia Economica Popolare, risposta diretta a una ferita che torna a farsi sentire: poche case disponibili e prezzi sempre più alti, sia per comprare sia per affittare.

In Italia questa storia non nasce oggi. È un copione già visto, soprattutto nell’immediato dopoguerra, quando il bisogno di un tetto era urgente quanto il pane. Per questo nel 1962 arrivò la legge n. 167, che introdusse i Piani di Edilizia Economica e Popolare (P.E.E.P.). La norma impose ai Comuni con più di 50mila abitanti o ai Capoluoghi di Provincia un compito preciso: individuare aree dove costruire alloggi a costo ridotto, da cedere in proprietà oppure in diritto di superficie. Non dovevano essere interventi episodici, ma strumenti strutturati: piani dimensionati su dieci anni, capaci di coprire tra il 40% e il 70% del fabbisogno complessivo di edilizia abitativa nel periodo considerato.

Dentro quel quadro nazionale, anche il Comune di Sona si trovò a fare i conti con numeri che descrivono un disagio concreto e quotidiano. Al Censimento del 1961 gli abitanti erano 6.895, con famiglie mediamente composte da 4,62 persone. La crescita era modesta, circa 1% annuo, ma non bastava a rendere più sopportabile la vita dentro le case: il superaffollamento raggiungeva 1,15 persone per stanza, contro 1 della media provinciale. E poi c’era la coabitazione, una soluzione obbligata più che una scelta, che coinvolgeva tra il 10% e il 15% delle famiglie.

Non era solo questione di spazio. Sempre con riferimento al Censimento dello stesso anno, e secondo il Regolamento di Igiene del Comune, risultava malsano — quindi “inadatto alla residenza per ragioni statiche ed igieniche” — il 16% dei vani esistenti. La fragilità dei servizi era un altro segnale pesante: ancora nel 1971 un terzo delle abitazioni non disponeva di servizi igienici.

Poi, a partire dagli anni Settanta, il ritmo cambiò. La popolazione iniziò ad aumentare fino a un 5% annuo. In un attimo, i decenni si misurarono con percentuali che spiegano l’urto: tra il 1961 ed il 1971 Sona crebbe del 12,55%, ma tra 1971 e 1981 l’aumento arrivò al 33,01%. In quel periodo la domanda di nuove abitazioni esplose e le ditte edili locali risposero con tempestività. Ma la rapidità dell’offerta non impedì l’effetto più temuto: in tempi brevi i prezzi di vendita e di affitto aumentarono in modo importante.

In quegli anni le “case popolari” erano poche, e proprio per questo diventavano l’aspirazione di ogni paese: quelle realizzate dall’I.A.C.P. (Istituto Autonomo Case Popolari) e quelle legate alla legge Fanfani. Nel dopoguerra l’I.A.C.P. di Verona costruì alcuni — pochi — appartamenti nel Capoluogo e nelle altre tre frazioni del Comune, grazie anche al supporto dell’Amministrazione, che mise a disposizione terreno e impianti idrico ed elettrico.

Eppure, per quanto il Comune non fosse obbligato a intervenire in modo diretto — la dimensione del territorio amministrato non lo imponeva — l’Amministrazione comunale ritenne di doverlo fare. Tra 1975 e 1985 scelse quindi di utilizzare proprio la legge n. 167/1962 per portare un calmiere ai prezzi del settore. Il contesto normativo e amministrativo si completò nel 1978, quando la Regione Veneto, con delibera n. 4604 del 19 settembre 1978, approvò il piano di zona per l’Edilizia Economica e Popolare del Comune e, con la legge n. 457 del 5/8/1978, fissò i parametri massimi per determinare il prezzo di cessione dei lotti e degli immobili. Con quelle basi, gli amministratori di Sona poterono muoversi con strumenti più solidi.

Il passaggio politico e operativo decisivo arrivò nel 1979. L’Amministrazione comunale, con sindaco chi scrive questo articolo, approvò infatti con delibera consigliare n. 92 del 4 maggio un piano che prevedeva un intervento di edilizia economica-popolare pari al 25% del fabbisogno complessivo previsto di edilizia abitativa per un decennio. Il progetto non era piccolo: riguardava 129.555 metri quadri di territorio e puntava a un inserimento di 2.075 abitanti, distribuiti secondo un equilibrio tra le frazioni: 38% a Lugagnano, 35% nel Capoluogo, 14,5% a Palazzolo, 12,5% a San Giorgio in Salici.

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Non si definiva soltanto “dove” e “quanto”, ma anche “come”. Il piano prevedeva che il 40% delle abitazioni potesse essere costruito in diritto di proprietà e il 60% in diritto di superficie per 99 anni. A San Giorgio in Salici l’intervento venne previsto più contenuto, e la ragione era precisa: nello stesso periodo alcuni privati, associati in Cooperative — delle quali si parlerà più avanti — avevano avviato progetti di edilizia economica che contribuivano anch’essi a riequilibrare un mercato decisivo per l’economia delle famiglie.

Gli effetti iniziarono a vedersi presto. Tra 1975 e 1980 venne realizzato il 52% del piano, con la costruzione di 52 alloggi nel Capoluogo, 189 a Lugagnano, 8 a Palazzolo e 13 a San Giorgio in Salici. Nello stesso periodo il Comune cedette un lotto di terreno, nella frazione di Lugagnano, all’Istituto Autonomo Case Popolari di Verona, che costruì alcuni appartamenti in un edificio a più piani e li concesse in affitto a famiglie disagiate in possesso dei requisiti. La seconda parte del piano venne realizzata tra 1980 e 1985 con il sindaco Giorgio Gatto.

La macchina amministrativa aveva un punto delicato: i terreni. Quelli destinati all’edilizia economica-popolare furono acquisiti dal Comune tramite esproprio, e il costo fu addebitato a chi ne entrava in possesso, in proprietà o in diritto di superficie, applicando due parametri diversi. A questo si aggiungevano i costi delle opere primarie — strade, acquedotto, illuminazione pubblica, fognatura — e una quota di quelle secondarie, come scuole, attrezzature sportive e parchi.

Poi c’era la regola che decideva chi avrebbe avuto accesso a lotti e alloggi: la graduatoria. La posizione dipendeva dalla somma di punteggi di varia entità, stabiliti da un regolamento approvato dal Consiglio comunale con la stessa delibera consigliare n. 92 del 4 maggio 1979. Il primo filtro riguardava la residenza o l’attività lavorativa nel territorio comunale: entrambe dovevano risultare registrate da almeno due anni. Se la residenza era stata abbandonata, ma in passato era durata almeno quindici anni, veniva equiparata a una residenza ancora attiva.

C’erano poi i requisiti economici: chi presentava domanda non doveva possedere altri immobili oltre un certo valore e doveva avere, come nucleo familiare, un reddito non superiore a Lire 10 milioni annui. La graduatoria poteva migliorare in base alle condizioni abitative: sovraffollamento da 2 a 3 persone per vano utile, oltre 3, oltre 4, o permanenza in un alloggio antiigienico. Anche il numero dei componenti della famiglia incideva: 3, 4, 5, 6, 7, 8 e oltre. E lo stesso valeva per il peso del canone d’affitto: se superava il 25% della capacità economica del nucleo familiare, il punteggio aumentava. Infine, erano previsti punteggi aggiuntivi e diversificati per i grandi invalidi militari e civili, per i profughi della Libia (in quegli anni molti italiani dovettero lasciare quella ex-colonia) e per i lavoratori dipendenti emigrati dall’estero.

Accanto al piano pubblico, a San Giorgio in Salici si muoveva una storia parallela, partita dal basso. Nel 1967 il parroco della frazione, don Alessandro Speri, scrisse al conte Giusti del Giardino e al parlamentare Guido Gonella per segnalare una perdita di quattrocento abitanti in pochi anni “per mancanza assoluta di case igieniche”. Nella lettera descriveva anche la fuga silenziosa di tanti giovani lavoratori “che avrebbero voluto rimanere dove erano nati” ma che, pur avendo trovato lavoro nelle vicinanze, non poterono restare. Chiedeva ai due parlamentari un interessamento per sostenere la costruzione di abitazioni economico-popolari. Entrambi risposero.

In quel clima nacquero le cooperative. Una prima cooperativa di dodici soci, San Giorgio 1, venne registrata al Tribunale di Verona il 22 dicembre 1966; a questa seguì una seconda, San Giorgio 2, di sedici soci, e poi altre nel breve giro di tempo. Le cooperative successive riuscirono a costruire in pochi anni una quarantina di alloggi. Alcuni furono realizzati ottenendo parte dei vantaggi previsti dalla legge 167/1962; altri grazie a mutui vantaggiosi con l’Istituto di Credito Fondiario delle Venezie; in qualche caso arrivò anche un contributo sul 50% degli interessi dovuti da parte del Provveditorato Regionale delle Opere Pubbliche.

Nel complesso, questa vicenda divenne un esempio di collaborazione pubblico-privato capace di produrre risultati tangibili: in poco più di dieci anni furono messi a disposizione dei cittadini del Comune di Sona seicento alloggi di edilizia economica popolare, in parte in proprietà e in parte in diritto di superficie.

Infine, a distanza di tempo, un altro passaggio ha segnato la storia di quel modello. Alcuni anni fa l’amministrazione comunale del sindaco Gianluigi Mazzi ha aderito alla richiesta di chi aveva costruito a Lugagnano in diritto di superficie, consentendo di entrare in possesso delle abitazioni prima della scadenza dei 99 anni, pagando la quota prevista per questa eventualità al momento della costruzione degli immobili.

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Renato Salvetti
Nato a Rovereto (Trento) il 24 maggio 1940, ha conseguito il diploma di ragioneria a Verona. Sposato, con tre figli, ha svolto l’attività di dirigente d’azienda. È stato per quindici anni un amministratore comunale come assessore e sindaco di Sona. È storico delle vicende del Comune ed è autore di pubblicazioni sulla storia recente e dei secoli passati del territorio di Sona e dell’area veronese.