“Li hanno fatti quest’anno i falò? Noi li facevamo sempre. La notte di San Giovanni tutta la collina era accesa. Chissà perché mai si fanno questi fuochi. Ai miei tempi i vecchi dicevano che facevano piovere.”
Cesare Pavese, “La luna e i falò”
Al volgere della primavera verso l’estate, i giorni si distendono nella pienezza della loro durata, la vegetazione si manifesta nel pieno del suo vigore e per le antiche comunità contadine era il tempo del raccolto.
Nell’atteso passaggio di stagione, l’astro celeste raggiunge il culmine della sua luce, a cui segue il naturale declino verso l’oscurità e tra il 21 e il 24 del mese, il suo percorso sembra rallentare fino quasi a fermarsi. Una ‘sospensione apparente’, una variazione così tenue da risultare quasi impercettibile. “El sol nol va mai zò”, dà l’impressione di non tramontare, ed è da questa illusione di immobilità che nasceva il termine latino solstitium (composto da sol – Sole – e da un derivato di sistere – fermarsi), che significa ‘il Sole si ferma’.
Con l’intento di esorcizzare il ritorno delle tenebre e sostenere il fuoco solare, fino alla prima metà del XX secolo era ancora diffusa nelle campagne l’accensione dei falò durante la notte di San Giovanni. Tale usanza affondava le proprie radici negli antichi culti solari e nelle celebrazioni dedicate alla fertilità della terra, in cui si rinnovavano le nozze sacre tra il Sole e la Luna. Fuoco e acqua, luce e ombra, forze opposte e complementari, potenze originarie che sostengono il ciclo incessante della vita.
La festività liturgica di San Giovanni Battista, la cui data è variata nel tempo tra il 19 e il 25 giugno a seconda dei calendari, è dedicata alla sua natività. Sin dalle origini, la figura del Battista rappresenta la rinascita attraverso l’acqua, alla quale, per sovrapposizione con gli antichi culti pagani, si univa la potenza luminosa del Sole che scaccia le tenebre e il male: “san Zuàne col su’ fogo el brusa le strighe, el moro e el lovo”. Nel culto religioso ufficiale confluivano diverse pratiche popolari già consolidate, in cui il fuoco, l’acqua e le erbe erano investiti di significati magici e rigenerativi. Ma in che modo queste tradizioni avevano influenzato la festa di San Giovanni nel corso dei secoli?
Le molteplici eredità cultuali delle popolazioni stanziate sul territorio fin da tempi remoti, avevano dato origine a un insieme complesso di credenze, in cui le memorie locali, le forme di devozione popolare e i riti arcaici, che celebravano la natura e i cicli dell’anno, si intessevano in un’unica trama. Tra queste pratiche figuravano il rito di bruciare le erbe dell’anno passato, che si avvaleva della forza purificatrice del fuoco, la raccolta mattutina della rugiada, ritenuta miracolosa e il rinnovo del mazzetto di San Giovanni.
La sua funzione apotropaica e propiziatoria, analoga all’impiego dei rami di abete bianco nel solstizio d’inverno, era sostenuta non solo dal significato attribuito alle erbe spontanee che lo componevano, ma anche dalla ritualità del gesto preparatorio. Le piante selvatiche si sceglievano con cura nei campi seguendo le usanze tramandate di generazione in generazione e la raccolta, che avveniva nel tardo pomeriggio o al tramonto del 23 giugno, coinvolgeva anche i bambini, la cui presenza era considerata di buon auspicio per la salute. Il mazzetto si differenziava a seconda delle consuetudini familiari e della comunità di appartenenza.
Tuttavia, al di là delle varianti locali, l’elemento essenziale della composizione si riconosceva nell’iperico, pianta solare emblematica del solstizio, comunemente conosciuta come ‘erba di San Giovanni’ o ‘scacciadiavoli’. Appeso sopra l’ingresso della casa o accanto a una finestra e alle travi della stalla, il mazzetto “el parava ìa el mal” propiziando fertilità, abbondanza e speranza fiducia nella benevolenza degli elementi della Natura.
Era una di quelle notti in corrispondenza del solstizio d’estate, in cui il tempo sembrava sospeso. I falò erano più numerosi delle stelle e illuminavano l’atmosfera dei caldi colori di un tramonto senza fine, preludio dell’estate contadina. Nel momento in cui la Luna accoglieva il fuoco solare nel suo regno notturno, si rinnovava l’eterno sposalizio, e l’aroma incantato delle erbe di campo, accompagnava dolcemente la luce verso l’ombra crescente dell’inverno.
Nell’immagine Jules Breton, “The Feast of Saint John”, 1875.
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