Sinner e il peccato di vincere: perché il successo in Italia fa ancora rumore

Diceva Enzo Ferrari, l’uomo che ha fatto tremare il mondo intero con dodici cilindri e un cavallino rampante, che gli italiani perdonano tutto tranne il successo. Lo disse decenni fa, seduto nella sua Maranello, con quella lucidità tagliente di chi aveva passato una vita a costruire grandezza e a vedersela contestare in casa. Oggi, guardando come una parte del pubblico italiano tratta Jannik Sinner, si ha la sensazione che il Commendatore fosse un profeta.

Sinner è il tennista più forte del mondo. Numero uno in classifica, quattro Slam in bacheca, tre Davis vinte con l’Italia, un tennis che costringe gli avversari a chiedersi cosa stiano sbagliando anche quando giocano la partita della loro vita. Eppure, ed è qui che sta il paradosso tutto italiano, c’è una frangia rumorosa di connazionali che fatica a tifare per lui, o che addirittura lo avversa. Perché?

Il direttore mi ha chiesto di riflettere su un tema difficile: perché tanti italiani non riescano a farsi piacere Sinner. E lo ammetto subito, per onestà verso il lettore: il cappellino da tifoso non me lo tolgo. Non perché Sinner sia al di sopra di ogni critica, nessuno lo è. Ma perché alcune critiche, ripetute ormai come formule automatiche, non sono più analisi: sono luoghi comuni travestiti da pensiero. E quando un luogo comune viene ripetuto abbastanza a lungo, finisce per sembrare una verità.

Ho letto, raccolto e studiato le critiche. Anche quando non le condivido, le prendo sul serio e cerco di comprenderle, dalla mia Tribuna Vip del Divano.

“Non parla nemmeno italiano”. Cominciamo dal luogo comune più povero: “non parla italiano”. O meglio: “parla tedesco”. Bruno Vespa l’ha sintetizzata in una frase destinata a far discutere: “Perché un italiano dovrebbe tifare per Sinner? Parla tedesco, risiede a Montecarlo, si rifiuta di giocare per la nazionale”. In poche parole, il campionario quasi completo del sospetto nazionale.

Ma qui siamo oltre la critica. Siamo alla caricatura dell’Italia. Sinner viene da Sesto, in Alto Adige, una zona italiana di lingua tedesca. L’ATP conferma che parla italiano, tedesco e inglese. Dunque il problema non è che Sinner non sia italiano. Il problema è che alcuni hanno un’idea così stretta di italianità da non riuscire a contenere l’Italia vera. Un’Italia fatta anche di confini, bilinguismo, montagne, silenzi, culture diverse, accenti diversi, storie diverse.

Pretendere che un italiano debba per forza assomigliare alla cartolina rumorosa che abbiamo in testa è un modo assai curioso di amare il Paese. Sinner non è meno italiano perché viene da una terra dove si parla anche tedesco. È italiano proprio perché l’Italia è anche quella terra lì. Non tutta l’Italia gesticola al sole davanti al mare. Esiste anche un’Italia di neve, boschi, riservatezza. È meno pittoresca, forse. Ma non meno nostra.

“Vive a Montecarlo, non paga le tasse”. Questa è la critica più diffusa, quella che ha trovato spazio persino sulle colonne del Corriere della Sera. Aldo Cazzullo, giornalista di valore, ha scritto che Sinner, non contribuendo alla sanità e alla scuola italiane, dovrebbe farci “dubitare di noi stessi”. Massimo Gramellini, più morbidamente, ha ammesso che se Jannik riportasse la residenza in Italia diventerebbe “il suo tipo preferito di italiano”. È una questione legittima? Sì. Liquidarla con una battuta sarebbe sbagliato. Ma trasformarla nella prova definitiva della “non italianità” di Sinner è un salto logico enorme.

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Il Punto del direttore

Il tennis professionistico non è il campionato condominiale sotto casa. Un giocatore di vertice vive viaggiando, guadagna in decine di Paesi, paga imposte alla fonte dove incassa premi, si allena dove trova strutture, avversari, clima e logistica adatti al proprio mestiere. Ubaldo Scanagatta, su Ubitennis, lo ha spiegato con chiarezza: Montecarlo, per molti tennisti, non è soltanto un indirizzo fiscale, ma una base professionale, tecnica e logistica, soprattutto per chi passa gran parte dell’anno in giro per il mondo.

Del resto, cinque dei primi dieci giocatori della classifica ATP vivono nel Principato: Novak Djokovic, Daniil Medvedev, Holger Rune, Stefanos Tsitsipas, e tra loro anche i nostri Matteo Berrettini e Lorenzo Musetti. Nessuno di loro viene accusato dai propri tifosi di tradimento nazionale. Prima di loro, Max Biaggi e Loris Capirossi avevano legato le proprie carriere allo stesso indirizzo. Nicola Pietrangeli, il più grande tennista italiano prima di Sinner, è addirittura ambasciatore per lo sport del Principato.

Su una popolazione di circa 38.000 abitanti, gli italiani residenti a Monaco sono oltre 8.000: sportivi, imprenditori, professionisti. Non è una colonia di espatriati in fuga dall’Italia. È la realtà di un mondo internazionale che si muove dove trova le condizioni migliori per lavorare. Sinner paga le tasse dove la legge gli chiede di pagarle, e nei tornei le paga sul posto, spesso al 35% come negli Stati Uniti. Non è evasione: è residenza legale.

Questo non significa che il tema fiscale non esista. Esiste eccome. Ma un conto è discutere una scelta, un altro è usarla come una clava morale per decidere chi sia italiano e chi no. Perché allora dovremmo applicare lo stesso metro a mezzo sport mondiale, a piloti, tennisti, imprenditori, artisti e professionisti internazionali? Invece, con Sinner, sembra che la residenza a Montecarlo diventi non una questione da analizzare, ma una sentenza già scritta: bravo sì, italiano però fino a un certo punto.

E viene da sorridere pensando che persino Roberto Baggio, probabilmente il calciatore italiano più amato di sempre, abbia dovuto convivere per anni con critiche e polemiche legate alla sua vita privata. Nel suo caso il problema non era Montecarlo, ma la passione per la caccia. Una passione che ancora oggi gli viene rimproverata da alcuni, seppur in misura minore. Forse perché allora non esistevano i social network e il tribunale permanente dell’opinione pubblica online. Cambiano i tempi, cambiano gli argomenti, ma il meccanismo resta lo stesso: il bisogno quasi compulsivo di trovare una macchia anche nei personaggi più amati.

“È freddo. Non ha la grinta italiana”. Questa è la critica che mi fa più male, perché rivela qualcosa di brutto che abbiamo dentro.

Sinner non urla in campo. Non gesticola. Non prende a racchettate le sedie né insulta i giudici di linea. Non fa teatro. E allora, come ha scritto Fabrizio Del Prete in una risposta diventata virale, qualcuno lo trova “poco italiano”, troppo algido, troppo nordico. Come se l’italianità fosse per definizione sinonimo di sregolatezza, di sfogo emotivo visibile, di imperfezione bonaria. Ma l’Italia non è solo quella.

L’Italia è anche il David di Michelangelo, che non urla ma spaventa. È Ennio Morricone, che non aveva bisogno di urlare per farti sentire tutto. È la disciplina dei grandi artigiani, dei maestri del made in Italy che portano in giro per il mondo un’eccellenza silenziosa e sovrana.

Sinner non è freddo: è concentrato. L’emozione c’è, eccome, ma è sublimata nel gesto, nel rovescio a due mani in salto, nel break a quaranta pari sul 5-5 del terzo set quando tutto crolla. L’intensità che non urla è spesso quella più profonda.

Andrea Scanzi, che lo segue dai suoi esordi nel circuito professionistico, lo ha detto bene: “È uno che non disperde, è uno che concentra”. Scambiare il controllo per freddezza è un errore vecchio quanto lo sport. Forse tipico di chi, senza maschera e senza pagliacciate, non sa più riconoscere la grandezza.

“Non gioca la Davis”. Queste critiche meritano di essere liquidate con dati, non con sentimento. Sulla Davis: Sinner ha vinto tre edizioni consecutive per l’Italia. Tre. Un’impresa che nessuna nazione aveva realizzato dal 1972, quando ci riuscirono gli Stati Uniti. Se ha saltato qualche incontro, ha fatto come hanno fatto Federer, Nadal e Djokovic per vent’anni: scegliere i propri impegni in base alla programmazione fisica di una stagione lunghissima.

La Davis conta, ma conta meno di uno Slam. È brutto da dire, ma è così. E comunque, quando l’Italia ne ha avuto bisogno, Jannik c’era. Sempre.

La vera domanda. Allora perché? Perché questa avversione, questo fastidio, questo bisogno di trovare il pelo nell’uovo sul migliore tennista che l’Italia abbia mai prodotto? Ferrari lo sapeva già. E c’è chi lo ha detto senza diplomazie: “I vincenti purtroppo agli italiani piacciono poco, a volte. Il vincente ti ricorda quello che tu non hai fatto”.

C’è una sorta di risentimento sociale atavico, tipico di un popolo che ha sofferto abbastanza da imparare a diffidare di chi sale troppo in alto. Un meccanismo di difesa che si traveste da critica morale, le tasse, la lingua, la Davis, ma che ha, volendo darle un nome brutale, il sapore antico dell’invidia. Non sempre consapevole, non sempre dichiarata. Ma riconoscibile, per chi ha voglia di guardarla in faccia.

Conclusione: alzare lo sguardo. Jannik Sinner non ha bisogno della nostra approvazione per essere grande. Lo è già. È grande a prescindere da noi, da questa discussione, da questi editoriali, compreso il mio.

Ma noi, forse, abbiamo bisogno di lui. Abbiamo bisogno di imparare a guardare il successo senza automaticamente cercarne il difetto. Abbiamo bisogno di capire che un campione non è un simbolo da usare quando fa comodo e da punire quando non si piega alle nostre attese.

Sinner non è “italiano ma non troppo”, come ha titolato qualcuno con quella che credeva essere un’analisi acuta. Sinner è italiano in un modo che certa narrativa non sa leggere: disciplinato, rigoroso, silenzioso come una vetta.

È italiano come l’artigiano che lima il dettaglio fino alla perfezione. È italiano come il Rinascimento quando smette di essere cartolina e torna a essere studio, geometria, disciplina, ossessione per la forma. È italiano come chi non ha bisogno di urlare “sono italiano” perché lo dimostra nel modo in cui prende sul serio il proprio talento.

Il problema non è Jannik Sinner. Il problema siamo noi, ogni volta che non riusciamo a perdonargli il successo. Allora sì, io il cappellino da tifoso lo tengo. Lo tengo perché tifare Sinner oggi non significa chiudere gli occhi davanti alle discussioni, ma aprirli davanti a una grandezza che il nostro Paese fatica ancora a raccontare.

Significa difendere l’idea che si possa essere italiani senza essere macchiette, campioni senza essere personaggi, emotivi senza essere teatrali, patrioti senza fare proclami. Forse tanti italiani non riescono a farsi piacere Sinner perché Sinner non chiede di piacere. Chiede solo di essere guardato per quello che fa. E quello che fa, da anni, è una cosa semplice e terribile: alza l’asticella.

E quando qualcuno alza l’asticella, chi resta sotto ha due possibilità: allenarsi a saltare più in alto, oppure spiegare che quell’asticella, in fondo, non è poi così italiana. Sinner ha scelto la prima strada. A noi resta da decidere se seguirlo, o continuare a giudicarlo da fermi. Forza Sinner sempre!

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Davide Rudari
Nato a Bussolengo nel 1974, risiede da sempre a Corte Salvi, tra Lugagnano e Verona. Sposato con Chiara ha un figlio di nome Emanuele. Analista programmatore presso il Banco BPM. E’ appassionato di tecnologia, computer, fotografia, di manga/anime. Nel tempo libero gioca (male) a tamburello e segue con passione la squadra della propria contrada A.T. Salvi per la quale è segretario fotografo e reporter. Amante del freddo e dell’inverno, della buona cucina e delle persone che ridono di gusto.