Sindaci a Sona: Renato Salvetti

Prosegue “Sindaci a Sona”, un ciclo di interviste con le quali il Baco andrà ad incontrare tutti gli ex Sindaci viventi del Comune di Sona. Una panoramica per parlare del Comune che era e del Comune che verrà. Uno sguardo a tutto tondo su ex Amministratori che, in maniera differente, hanno segnato la storia del nostro territorio con le Amministrazioni che hanno guidato e con le scelte che hanno preso.

Nei precedenti articoli avevamo incontrato Raffaele Tomelleri, Sindaco dal 1998 al 2003, e Giorgio Gatto, Sindaco del 1980 al 1985. Oggi è la volta di Renato Salvetti.

Salvetti, residente a Lugagnano, classe 1940, ha guidato il Comune di Sona dal 1975 al 1980, dopo essere stato per un decennio assessore, con delega allo sport e alla gioventù, nell’amministrazione Scattolini. Eletto tra le fila della Democrazia cristiana, è stato il primo sindaco proveniente dalla frazione di Lugagnano. Abbandonata la politica attiva, dopo pochi anni Salvetti ha ricominciato a frequentare da spettatore i consigli comunali, che continua a seguire con interesse: “Oggi”, afferma, “se qualcuno mi chiede un parere o mi propone di partecipare a qualche iniziativa, io non mi tiro indietro. Infatti, ritengo che gli amministratori soffrano molto se lavorano bene”. Anche quando dà dei giudizi sull’operato delle amministrazioni che sono arrivate dopo di lui, l’ex sindaco si dice convinto che “dove non c’è dolo, una persona ha fatto quello che ha potuto e ha fatto del suo meglio”, e chiarisce che è sua abitudine quella di valutare sempre soltanto le scelte, non le persone che le hanno prese.

In pensione da cinque anni, ha lavorato come dirigente d’azienda per Arena e per Amadori. È autore, insieme a Luigi Tacconi e Mario Nicoli, del libro “Lugagnano – Palazzolo – S. Giorgio – Sona. Fatti, storie, personaggi”, il primo volume di una trilogia che racconta le vicende del territorio sonese dal 1866, anno dell’annessione al Regno d’Italia, al 1945, anno della liberazione dal fascismo, della fine della guerra e del ritorno della democrazia.

Ha da poco festeggiato i 46 anni di matrimonio con Luisella Mazzi, da cui ha avuto tre figli: Elena, Piero e (il nostro) Mario. Inoltre, è nonno di cinque nipoti. “Trentino di nascita e di carattere”, Renato Salvetti si racconta al Baco lasciando trasparire, già dalla sua presentazione, le due grandi passioni della sua vita: la storia e la politica.

“Sono nato il 24 maggio, quando l’esercito marciava per raggiungere la frontiera… Ma di un altro anno, il 1940”, afferma, tradendo nella dolcezza del suo sorriso e nel tono narrativo della sua voce la descrizione che aveva precedentemente dato di se stesso, come di una personalità “un pochino ruvida e abbastanza chiusa”. Poi prosegue: “Vengo dalla terra di Alcide De Gasperi e di Cesare Battisti, due personaggi che per me sono sempre stati determinanti: il primo, perché era un cattolico che sosteneva l’importanza della separazione fra la fede e l’impegno laico in politica; il secondo, per il suo sentimento di patria”.

Fino alla quinta elementare, Salvetti ha frequentato la scuola a Rovereto: “Allora il maestro di educazione civica ti inculcava in testa il concetto che sei un cittadino in un contesto pubblico che è di tutti”, ricorda. Adesso, con alle spalle quindici anni di impegno attivo in politica, quell’insegnamento lui lo ripete come un monito: “Non bisogna mai abdicare ad essere cittadini”, afferma, “bisogna essere sempre appassionati ed interessati del proprio Comune”. “Purtroppo”, aggiunge, chiarendo subito il suo punto di vista, “gli amministratori da troppi anni hanno scordato che devono essere loro a fare in modo che il cittadino si entusiasmi e partecipi”.

Sempre su questa linea, poco dopo afferma con convinzione: “Ogni Comune ha lo sviluppo civico che si è meritato in base agli amministratori che ha saputo esprimere”. Prima di parlare della sua amministrazione, fa una lunga premessa, ovviamente di carattere storico, sugli anni del secondo dopo-guerra. Racconta dei tentativi di autonomia di Lugagnano, e della sua soddisfazione per essere stato il primo Sindaco della frazione, dopo l’unificazione del gennaio 1975. Quello era il momento del ricambio generazionale: “Quando sono arrivato io”, racconta, “sono usciti dalla giunta precedente tutti coloro che erano in amministrazione da 20-25 anni. Se ne sono andati volontariamente, e ci hanno aiutati nel passaggio”.

I nuovi entrati puntarono soprattutto sulla programmazione: “In cinque anni furono promossi il piano regolatore, i piani particolareggiati dei centri storici, il pep, il pip, i piani organici del personale, i piani del commercio, i progetti generali degli acquedotti, il piano degli impianti sportivi, il piano della viabilità…”. E tutto ciò perché, secondo Salvetti, “un bravo amministratore deve avere la capacità di progettare il futuro”. Nel suo quinquennio, inoltre, è stata fatta molta progettazione di massima: “Avendo nel cassetto sempre un progetto pronto, appena c’erano i soldi l’opera partiva. La popolazione è salita velocissimamente in pochi anni, e abbiamo dovuto costruire le scuole, i pozzi e le strade di cui c’era bisogno”. A questo punto, da buono storico argomenta le sue affermazioni con tanto di documenti che attestano come, dal 1971 al 1980, gli abitanti del Comune siano aumentati da oltre 7mila ad oltre 10mila.

In quegli anni nacquero le Ulss e partì la biblioteca comunale; furono, inoltre, ristrutturate la chiesa di San Quirico a Sona e la chiesa di Santa Giustina a Palazzolo. Si agiva, ma si parlava anche molto. Veniva programmata una giunta a settimana, e c’erano tre consigli comunali al mese. Inoltre, venivano convocate ogni anno dieci assemblee pubbliche: in tutte le frazioni si parlava del bilancio di previsione, e poi si incontravano i cittadini dei diversi paesi a seconda dei diversi argomenti all’ordine del giorno. In cinque anni, ci sono state anche 9 tavole rotonde fra i partiti. “Il problema della nostra politica oggi”, secondo Salvetti, “è che tutti fanno tutto. Invece, il Comune dovrebbe chiudersi in una fortezza: non per non collaborare con le realtà vicine, ma perché le scelte devono essere fatte solo con i cittadini”.

Chi è allora il buon amministratore, in una piccola realtà come la nostra? L’ex sindaco non ha dubbi: “È colui che è capace di fare programmazione, di fare progettazione e di concentrarsi sul locale: nel muoversi sul territorio, non deve essere un leader politico, ma un leader amministrativo”. Inoltre, secondo lui, dovrebbe saper coinvolgere la cittadinanza alla partecipazione e saper creare comunità. Come? “Creando solidarietà e uguaglianza, e cercando di eliminare gli steccati che ci sono tra i gruppi sociali, economici ed etnici”. E, soprattutto, dialogando con la gente: “Ma non si parla con la gente alle sagre, ai meeting di partito, oppure nei bar”, chiarisce, “perché lì si chiacchiera e questo, politicamente, servirà per i voti ma non serve a niente per l’amministrazione”.

Nonostante questa lucida disamina sul presente abbia un sapore un po’ amaro, Salvetti si dice ottimista: “Ogni tanto mi rileggo La democrazia in America di Tocqueville: lui scrive che gli stati non diventano vecchi, è la gente che diventa vecchia. Ogni generazione può essere uno stato nuovo, e io spero che i miei nipoti siano parte di esso”. Nella desertificazione culturale in cui brancola la politica odierna, una citazione di questo tipo basterebbe da sola a rendere il senso di questa intervista e a far intendere l’eccezionale profilo del nostro intervistato che, come accennavamo, coltiva da sempre una passione tanto significativa quanto rara al giorno d’oggi: quella per la storia. Lui dice di “averla nel sangue”, e di essere sempre stato interessato alle sorti dei popoli, più che a quelle dei regnanti. Inoltre, è appassionato di monete. Da quando è andato in pensione, ha unito il suo amore per la storia e quello per il Comune in un unico progetto, condiviso con gli amici Luigi Tacconi e Mario Nicoli: quello di narrare le vicende che hanno interessato i nostri paesi in tre volumi, il primo dei quali edito dal Baco e stampato in mille esemplari il 17 marzo scorso, in occasione dei festeggiamenti per il 150esimo anniversario dell’Unità d’Italia.

Dopo la pubblicazione del primo libro, che copre il periodo che va dal 1866 al 1901, Salvetti sta ora concentrando le sue ricerche sugli eventi accaduti tra il 1901 e il 1924, per terminare poi con la ricostruzione degli anni che vanno dal 1924 al 1945. Da assiduo frequentatore degli archivi comunali, l’ex sindaco esprime la sua amarezza per l’attuale mancanza di statistiche aggiornate sulla situazione del nostro territorio: “Come si fa ad andare avanti senza dati? Non si può guardare nella palla di vetro, bisogna avere cifre. Invece, oggi si improvvisa”. E continua: “I partiti, le parrocchie e le associazioni non sfornano più amministratori: manca la formazione… Che non è miracolistica, ma deriva dall’applicazione, dall’impegno e dalla passione per il proprio territorio”.

Una passione che Salvetti continua a coltivare e a trasmettere anche oggi, perché, nonostante siano passati più di trent’anni dalla sua esperienza di sindaco, fedele all’insegnamento del suo maestro delle elementari, lui non ha mai abdicato al suo ruolo di cittadino: partecipe, attento ed informato. A dirlo non è lui, troppo modesto per esprimersi in questo modo, ma questa intervista… frutto di una chiacchierata dal tono misurato e discreto, ma dalla grande sostanza.

Articolo precedente“Il diritto di aprire le finestre!”
Articolo successivo“Ancora odori in valle di Sona”
Federica Valbusa
Nata nel 1988, coltiva la passione per la scrittura fin da quando era bambina. Ha iniziato a scrivere per Il Baco da Seta nel 2005, all’età di 17 anni. Dopo la maturità classica, ha conseguito la laurea triennale in Filosofia e la laurea magistrale in Scienze filosofiche presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano. Dal febbraio del 2011 è iscritta all’Ordine dei giornalisti, elenco dei pubblicisti, del Veneto e da qualche anno è collaboratrice del quotidiano L’Arena. Da ottobre 2020 è Vicedirettore del Baco.