“Si insegni la storia amandola”. Riflessioni in occasione dell’uscita del primo libro storico del Baco

In occasione della pubblicazione del primo libro del Baco sulla storia di Sona, acquistabile ad € 20 in tutti i punti di distribuzione del Baco o richiedendolo a redazione@ilbacodaseta.org, proponiamo alcune riflessioni sul tema dell’importanza dello studio e dell’insegnamento della storia.

 

Ecco la prima riflessione, della professoressa Simonetta Tinazzi.

 

E’ naturale chiedersi che senso ha studiare il nostro passato se tutto ciò di cui abbiamo bisogno è vivo e operante nel presente e nelle promesse tecnologiche del futuro? E’ ancora importante conservare memoria del passato? Cos’hanno da insegnarci le generazioni passate se il sapere oggi invecchia così rapidamente? Conserva una qualche utilità il suo insegnamento nelle scuole?

 

Aprire una riflessione sull’utilità della storia con una serie di domande retoriche con le quali ogni insegnante si trova a dover fare i conti quotidianamente mi è sembrato però sterile ed inutile. Ho scelto, piuttosto, di iniziare riportando una citazione della celebre lettera scritta dal carcere da Gramsci al figlio Delio, una lettura che spesso propongo ai miei studenti per avvicinarli, senza pregiudizi e con interesse, allo studio della storia: “Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi, e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi non può non piacerti più di ogni altra cosa“.

 

Partirei da un presupposto che ritengo debba essere accettato come fondamentale: non si può appassionare alla storia, facendola amare agli allievi, se, a sua volta, l’insegnante non ama questa disciplina e non ne coltiva con passione lo studio. Questo implica anche la disponibilità a metterne in discussione la metodologia dell’insegnamento, ripensando così una nuova economia della memoria storica. Inutile nasconderselo, i valori dominanti, lo stile stesso dell’epoca presente tende a rendere inutile, obsoleta, la storia.

 

Ogni istituzione è chiamata a ubbidire alle logiche del mercato che, attraverso immagini accattivanti, ci invita a consumare voracemente ciò che abbiamo oggi. Accade anche alla scuola. E accade a maggior ragione anche alla storia, quest’antica musa che ha la testa girata all’indietro. Il mondo del libro, della scrittura e della memoria è, salvo poche eccezioni, completamente sparito dall’orizzonte culturale dei giovani e la tecnologia si fa sempre più formidabile condizionatrice del pensiero. Esiste, di fatto, una richiesta generalizzata, uno stimolo a produrre storia, a parlare di storia e a discutere in termini storici. La storia, inoltre, entra prepotentemente nel mondo dei giovani, anche se lo fa con forme e modalità che non sono quelle proprie della scuola. Si pensi, ad esempio, alla storia ricostruita da un film, da un romanzo o da un video-game.

 

Si tratta, in tutti questi casi, di frammenti di storia accostati ad arte dal giornalista, dall’autore o dal regista, nel tentativo di ricomporre fatti ed epoche. Descrizioni minuziose e dettagliate, trame, personaggi, costumi e paesaggi vengono riprodotti fedelmente allo scopo di catturare l’attenzione delle nuove generazioni. Una forma di incontro con il passato, questa, che non trova però riscontro né continuità con la storia che i ragazzi studiano a scuola. Oltre a combattere contro la pura consumazione del presente, la scuola si trova a competere anche sul piano delle emozioni poiché il mondo della Tv e dei videogiochi, basati sulla mera visione e sull’ascolto, coinvolgono perlopiù l’emozione a scapito del pensiero logico.

 

Per questo la sfida odierna degli educatori è quella di imparare a coinvolgere anche le emozioni che, anche nell’insegnamento della storia, si ridestano attraverso il coinvolgimento e l’effetto di spaesamento che fa leva sul fatto che il passato è tanto lontano e diverso da poter suscitare stupore e stimolare interesse e curiosità. Credo che l’insoddisfazione degli insegnanti per la crescente insensibilità che le nuove generazioni manifestano nei confronti della storia sveli un disamore per la disciplina, un male che colpisce le stesse fondamenta della memoria, prima tra tutte la famiglia, che si fa sempre meno luogo privilegiato di trasmissione delle eredità del passato. Ne consegue che la stessa memoria storica è minacciata anche dal nostro tempo che tende a prosciugare l’acqua viva della memoria in nome di un individualismo totalizzante e preoccupante e ce lo presenta come se questo fosse l’unico dei mondi possibili.

 

La storia mostra – ed è questo il suo insostituibile compito civile – che altri mondi sono possibili, che le cose non necessariamente sono andate come dovevano andare; che l’ambito delle possibilità umane si muove in uno spazio che non è chiuso. Questa consapevolezza del carattere aperto delle nostre vicende si può avere soltanto studiando la storia e con essa la sua discutibilità. Noi non conosciamo realmente i fatti del passato: conosciamo piuttosto la loro interpretazione. E se abituiamo i nostri ragazzi a leggere gli eventi per quello che realmente sono, sottoponendoli a continua revisione e critica, anche il loro apprendimento cesserà di richiedere un atteggiamento passivo.

 

La storia, dunque, se intesa come un sapere che deve continuamente verificare le proprie fonti, costituisce uno strumento straordinario per la formazione del cittadino. L’importante contributo che deriva dall’apprendimento della storia si traduce nella corretta formazione dell’identità personale e sociale; abituare a riconoscere, a relativizzare e a contestualizzare i punti di vista significa aiutare i ragazzi a fare i conti con le idee collettive e le ideologie con cui essi vengono a contatto. Significa, in una parola, aiutarli a diventare adulti.

 

Un’ultima riflessione sulla metodologia dell’insegnamento. La storia non si vede, non si impara, non si scrive solo negli archivi e nelle biblioteche. La storia si impara, si comprende e si vede soltanto all’aria aperta, da un punto di vista, che corrisponde alle nostre radici, alla nostra terra e alla nostra casa. In questa prospettiva, la lezione narrativa accompagnata, al massimo, dalla lettura di qualche documento, cessa di essere il momento essenziale e forse unico dell’insegnamento. Al contrario, tener conto nella didattica dell’enorme ampliamento delle fonti della storia, significa andare oltre il documento scritto e spingersi ad interrogare tutti gli elementi che la creatività dell’insegnante gli consente di utilizzare per far comprendere la sua materia.

 

Ben venga la storia insegnata attraverso le armi e i soldatini, gli abiti e le parrucche sontuose, attraverso monete, stemmi e canti popolari. Perché la storia – come scriveva lo storico Lucien Febvre – si fa con documenti scritti. Quando ce ne sono. Ma si può e si deve fare anche per mezzo di tutto quello che l’ingegnosità dello storico gli consente di utilizzare per fabbricare il suo miele, in mancanza dei fiori normalmente usati. Quindi con parole. Con segni. Con paesaggi e con mattoni. Con forme di campi e con erbe cattive. Con eclissi lunari e collari da tiro. In una parola, con tutto quello che, essendo proprio dell’uomo, dipende dall’uomo, serve all’uomo, esprime l’uomo, significa la presenza, l’attività, i gusti e i modi d’essere dell’uomo.

 

Ciascuno di noi è legato alla storia della sua patria, del suo luogo, della sua famiglia, del suo nome, anche se questo nome non ha niente di storico. Ciascuno di noi, per umile e limitata che sia, possiede una storia.