Sguardo gentile e sorriso delicato: venticinque anni nel ricordo di Michele Alboreto

Race car driver in a red racing suit sits in the cockpit of a red Formula car, looking upward with a smile.

Il 25 aprile è una data carica di significati: si commemora la liberazione dell’Italia dalla morsa nazifascista ottantun anni fa e si celebra San Marco Evangelista, patrono della regione veneta e di tutti i Marco. Eppure col pensiero non posso fare a meno di pensare che qualcuno, esattamente un quarto di secolo fa, si sarebbe trovato ad odiare questo giorno per sempre a prescindere dal significato.

Michele ha solo quarantaquattro anni, un “veterano” come verrebbe definito nel motorsport (provate a dirglielo ad un certo Fernando Alonso…), un veterano che dimostra la sua età solo ed esclusivamente da alcuni riccioli brizzolati e qualche giro di pista in più del pilota medio. Basterebbe una parafrasi di “Fortuna” del cantante Mario Venuti (“questo ragazzo di quarant’anni – o poco più – ha amato le corse e poi una donna” anzi, esattamente il contrario: prima l’amata Nadia Astorri e poi le corse) per tracciare il ritratto del pilota meneghino in una parola: gentiluomo. Sì, perché se si chiede “com’era Alboreto?” a coloro che l’hanno visto o conosciuto, la risposta sarà sempre la medesima: “Con lui si stava bene”.

Michele Alboreto, ragazzo del ’56, cresce in una famiglia normale a pane e semplicità, si appassiona alle corse mentre consegue il diploma di perito industriale, entra in Formula Monza, poi in Formula Italia in cui i buoni risultati gli consentirono di accedere alla Formula 3 e poi Formula 2 nella scuderia del grande amico Giancarlo Minardi (tenetelo presente). Naturale aspettarsi di vederlo in F1 a questo punto, no? Sì ma non (ancora) a tempo pieno: Cesare Fiorio, a capo della Squadra Corse Lancia, lo nota nel 1980 e lo piazza prima in una Beta Montecarlo Turbo e poi in una LC1 dell’Endurance con le quali corre a Brands Hatch, Mugello, Watkins Glen, Silverstone, Nürburgring e Sua Maestà Le Mans, ottenendo sempre ottimi risultati. Ha manico il ragazzo!

L’ingresso in F1 avviene nel 1981 nella squadra di Ken “Boscaiolo” Tyrrell, squadra nobile in decadenza che, però, può ringraziare proprio Alboreto per aver vissuto la loro due ultime vittorie (Las Vegas 1982 e Detroit 1983). Un certo Enzo Ferrari vede in lui la giusta cattiveria unita ad una guida pulita e decide di dimenticare la sua proverbiale esterofilia e di ingaggiarlo per l’annata 1984, annata bruttarella per Maranello se non per l’unica vittoria proprio di Michele al GP di Zolder, in Belgio (segnando il ritorno sul gradino più alto del podio di un italiano dai tempi di Ludovico Scarfiotti nel ’66).

Gli italiani sognano di vedere il pilota Azzurro di rosso vestito cancellare il digiuno quinquennale di mondiali di Ferrari (per i Tifosi cinque anni al tempo erano un’eternità indicibile, se sapessero…) ed è proprio Michele che li fa sognare, conducendo un indimenticabile testa a testa mondiale con Alain Prost. Il sogno è possibile, è tangibile e proprio per questa ragione deve finire ovviamente malissimo grazie, in primis, allo scellerato passaggio in piena corsa mondiale alle turbine Garrett (in Ferrari c’era la paranoia che KKK, fornitore anche di McLaren, favorisse quest’ultima), turbine statunitensi affidabili quanto il loro attuale Presidente. Si ritrova vicecampione del mondo dietro al “Professor” Prost, ma tanto basta per entrare di diritto nel cuore degli italiani per la vita.

A Maranello ci rimane sino al 1988: qualche podio ma niente vittorie, tanti ritiri e vetture inaffidabili. Poi un travagliato ritorno in Tyrrell nel 1989 finito col passaggio in extremis alla Larrousse nella medesima stagione, un trascurabile 1990 in Arrows, un tristissimo biennio in Footwork tra ’91 e ’92, un indicibile 1993 in Scuderia Italia e il singolo ma significativo punto nel macabro 1994 (in cui fu protagonista anche lui, suo malgrado, ad Imola) al volante di una Minardi, memore di una promessa fatta al grande Giancarlo: “Prima di ritirarmi correrò per te in Formula 1”. Insomma, un uomo dalla lealtà d’oro, che si è fatto completamente da sé, perbene e discreto come lo descrive l’amico manager Oscar Borselli, tranquillo ma estremamente dedito a tutto ciò che faceva e, conseguentemente, senza nemici.

Capite perché provoca male fisico il fatto che la sua vita, oltre che la sua carriera, sia finita così presto? Anche perché mica penserete che finita la F1 sia andato in pensione anticipata. Tutt’altro: ci infila DTM, IMSA, Formula Indy e diverse Le Mans, ottenendo lì una stupenda vittoria assieme a Stefan Johansson e Tom Kristensen in TWR-Porsche nel 1997. Non dimentichiamo negli anni gli impegni di commentatore sportivo, giornalista e collaudatore per le testate Quattroruote, F1 Racing e Auto Oggi.

Sapete però quali erano le caratteristiche di molte vetture sport prototipo a inizio millennio? Una leggerezza incredibile, l’assenza totale di un tetto e una mal celata propensione a prendere letteralmente il volo. E quando in quel dannato 25 aprile 2001 lo pneumatico dell’Audi R8S in collaudo esplode facendola prima schiantare alle barriere e poi decollare, Alboreto si trova da suo guidatore a passeggero incolpevole. Una morte che arriva immediata e diretta come una coltellata al cuore di chi lo ha conosciuto, solo visto o nessuna delle due, categoria di cui facciamo parte sia io che Andrea Kimi Antonelli, colui che di bellissimo dimostra le stesse caratteristiche umane e sportive del pilota di Rozzano: è italiano, leader mondiale di Formula 1 e non si può non volergli bene.

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Ricordo benissimo il momento in cui ho conosciuto per la prima volta la figura di Alboreto: una rassegna di modellini delle sue F1 su Quattroruotine (quanto mi manchi…) di aprile/giugno 2012, a trent’anni dalla sua prima vittoria in F1. Qualunque altro ragazzino di otto anni avrebbe visto, come me, in quegli occhi verdissimi e sempre un po’ assonnati un volto amico. Così mi piace ricordare Michele Alboreto, come un amico gentile che non ho mai conosciuto.

Come dicevo in apertura, il 25 aprile ha millemila significati, anche se non tutti dovrebbero trovare posto al suo interno: da ottantun anni è tristemente più noto per la italianissima ed ignorantissima guerra civile politico-ideologica, inutile e odiosamente martellante anziché che per la ragione per cui è stato istituito un giorno di festa. Ecco perché mi piace dedicare un momento, seppur piccolo, anche il garbo e l’educazione di un pilota che in quarantaquattro anni non è mai stato fuori posto, né nelle parole né in pista. Forse ci insegna qualcosa… Viva Alboreto!

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Nicola Franchini
Nato nel 2004 e Palazzolese doc, si è diplomato al liceo linguistico Medi di Villafranca nel luglio 2023. Frequenta attualmente il corso di Scienze della Comunicazione all'Università di Verona ed ha iniziato a collaborare con il Baco da Seta nel novembre 2023 come corrispondente per Palazzolo. Cresciuto secondo il culto dell'automobile, negli anni ha collezionato centinaia di modellini e riviste del settore dell'automotive e visto tutti gli episodi del celebre programma britannico "Top Gear". Ascoltatore sin da neonato dell'emittente radiofonica che trasmette "musica di gran classe", nel tempo libero si diletta ad ascoltare (per ore) la musica, suonare (per altrettante ore) la chitarra e nuotare (fin dai tempi dell'asilo).