Serviva una leggenda per ritrovare il miglior Sinner: Djokovic si arrende, ora c’è Zverev in finale

Wimbledon final poster with Sinner vs Zverev, featuring the tournament logo and the word DOMENICA.

C’è un’età in cui il tennis dovrebbe iniziare a chiedere pietà. Novak Djokovic, a trentanove anni, quell’età l’ha lasciata alle spalle da tempo. Eppure continua a ignorarla, proprio come da quasi vent’anni ignora chi, puntualmente, ne annuncia il tramonto.

A Church Road ha aggiunto un’altra pagina alla sua leggenda. Centosette vittorie a Wimbledon, più di qualsiasi altro uomo nella storia del torneo. Un primato che racconta meglio di qualsiasi statistica la grandezza di un campione capace di attraversare tre generazioni di avversari restando sempre lì, ai vertici del tennis mondiale. Roger Federer, il sovrano per eccellenza del Centre Court, si era fermato a 105. Djokovic è andato oltre, conquistando questo record al termine di un’altra impresa, la maratona di cinque ore e un quarto contro Felix Auger-Aliassime, il quarto di finale più lungo nella storia dei Championships.

Ed è proprio da qui che bisogna partire per raccontare la semifinale. Perché, se oggi celebriamo il miglior Jannik Sinner visto in questo Wimbledon, il merito è anche dell’uomo che aveva dall’altra parte della rete. Serviva una leggenda vivente, non un avversario qualunque, per spingere il numero uno del mondo a ritrovare il suo tennis più alto. Le leggende hanno questo potere: obbligano i grandi campioni ad andare oltre i propri limiti. Sinner ha raccolto la sfida e ha risposto con una prestazione vicina alla perfezione.

Perché davanti a Novak Djokovic non basta essere il numero uno del mondo. Bisogna dimostrarlo. E sul Centre Court, Sinner lo ha fatto.

Il 6-4 6-4 6-4 racconta una vittoria netta, ma non restituisce fino in fondo la qualità del tennis espresso dall’azzurro. Fin dai primi scambi Sinner ha imposto un ritmo altissimo, togliendo tempo a Djokovic e impedendogli di costruire quelle trame pazienti e logoranti che per quasi vent’anni hanno fatto la sua fortuna. Il servizio ha funzionato in modo impeccabile, il rovescio ha dominato la diagonale sinistra e il dritto, finalmente esplosivo come nei giorni migliori, ha continuamente aperto il campo. Più che una partita di contenimento è stata una continua dimostrazione di iniziativa: il numero uno del mondo ha comandato gli scambi dal primo all’ultimo punto.

C’è poi un’immagine che vale quasi quanto il risultato. Djokovic conquista l’unica palla break della sua partita, una rarità assoluta quando si parla del miglior ribattitore della storia. Sinner non la gioca, la cancella. Lo fa nel modo più coraggioso possibile: un ace sulla T, imprendibile. È il punto che racconta meglio di ogni altro lo stato di grazia dell’azzurro. Nei momenti decisivi non ha abbassato il braccio, lo ha alzato ancora di più. Sedici ace, nessun doppio fallo e quaranta vincenti hanno completato una prestazione di livello assoluto, nella quale potenza, precisione e lucidità tattica si sono fuse in una delle migliori partite della carriera sull’erba.

L’altra semifinale ha avuto un copione completamente diverso. Alexander Zverev ha spento senza troppi complimenti la favola del britannico Arthur Fery, imponendosi 7-6(0) 6-2 6-4. Boris Becker, ospite negli studi di Sky Sport, ha fotografato perfettamente la sfida: “È sembrato un peso massimo contro un peso piuma.” Un’immagine efficace per descrivere una partita nella quale il tedesco ha fatto valere tutta la differenza di esperienza, potenza e solidità, concedendo al giovane inglese soltanto un primo set equilibrato prima di prendere definitivamente il controllo dell’incontro.

Per Arthur Fery, tuttavia, questo Wimbledon resterà il torneo della consacrazione. Il britannico ha compiuto una delle cavalcate più sorprendenti dell’edizione 2026, guadagnando decine di posizioni nel ranking mondiale e dimostrando di possedere qualità tecniche e personalità fuori dal comune. Adesso arriva però la prova più difficile, quella che separa le grandi sorprese dai grandi giocatori: confermarsi. Perché un exploit può cambiare una carriera, ma soltanto la continuità può trasformarlo nell’inizio di una nuova storia.

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Ora resta l’ultimo atto. Di fronte a Sinner ci sarà uno Zverev diverso da quello che abbiamo imparato a conoscere negli ultimi anni. La conquista del Roland Garros sembra avergli tolto di dosso il peso di una carriera vissuta troppo spesso con l’etichetta del campione incompiuto. Oggi il tedesco gioca con una sicurezza nuova, quasi con la serenità di chi ha finalmente dimostrato a sé stesso di poter vincere uno Slam. La finale di domenica metterà di fronte i due uomini che, in questo momento, stanno esprimendo il tennis più convincente del circuito. Da una parte il campione in carica di Wimbledon, dall’altra uno Zverev rinato, deciso a confermare che il trionfo di Parigi non è stato un episodio isolato ma l’inizio di una nuova fase della sua carriera.

In Tribuna VIP del Divano è stata una serata di pura felicità. L’Orso esultava a ogni accelerazione della Volpe Rossa, il Padrino osservava soddisfatto, quasi compiaciuto, mentre Nostradamus sfoggiava quel sorriso di chi, almeno questa volta, non aveva bisogno di fare previsioni.

L’unico con la faccia lunga era naturalmente l’AutoGufo. Aveva probabilmente già scommesso metà stipendio sul fatto che Sinner e Djokovic avrebbero dato vita all’ennesima battaglia infinita, cinque set, suspense e infarto sportivo fino all’ultimo quindici. E invece la Volpe Rossa ha chiuso la pratica in tre set secchi, lasciando l’AutoGufo con la sua proverbiale sfortuna… inutilizzata. Per una volta persino lei è rimasta senza lavoro. Forza Sinner sempre.

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Davide Rudari
Nato a Bussolengo nel 1974, risiede da sempre a Corte Salvi, tra Lugagnano e Verona. Sposato con Chiara ha un figlio di nome Emanuele. Analista programmatore presso il Banco BPM. E’ appassionato di tecnologia, computer, fotografia, di manga/anime. Nel tempo libero gioca (male) a tamburello e segue con passione la squadra della propria contrada A.T. Salvi per la quale è segretario fotografo e reporter. Amante del freddo e dell’inverno, della buona cucina e delle persone che ridono di gusto.