“Serve un approccio culturale differente”. La professoressa Sbrozzeri del Liceo Medi sulla Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne

“La violenza sessuale contro le donne e le ragazze affonda le sue radici in secoli di dominazione maschile. Non dimentichiamoci che quelle disuguaglianze di genere che alimentano la cultura dello stupro costituiscono fondamentalmente una questione di squilibri di potere”. Lo dichiara Antonio Guterres, il segretario generale delle Nazioni Unite.

La violenza contro le donne, oggi, rappresenta una delle forme di violazione più diffuse dei diritti umani; questo tipo di violenza può manifestarsi come fisica, psicologica o sessuale. Il 25 novembre 1960, nella Repubblica Dominicana, le tre sorelle rivoluzionarie Mirabal, vennero torturate e uccise; questo fatto posò l’attenzione sul regime dominicano e sulla cultura machista che non tollerava di riconoscere alle donne l’occupazione di uno spazio pubblico e politico. Anche per questo motivo, l’Assemblea Generale degli Stati Uniti ha istituito, il 17 dicembre del 1999, la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne, che si celebra oggi.

Per affrontare questo tema ho voluto intervistare la docente di diritto ed economia politica del Liceo Scientifico Statale Enrico Medi, professoressa Barbara Sbrozzeri (nella foto di Christian Segantini), che si è resa disponibile per rispondere ad alcune domande.

Secondo lei, che differenze esistono ancora oggi nella nostra società, tra il ruolo della donna e quello dell’uomo?
Io credo che la nostra società si sia evoluta rispetto al passato, quindi vi è la consapevolezza che esse non dovrebbero esistere; tuttavia concretamente, essendovi ancora una cultura patriarcale, la donna viene considerata tuttora in una posizione subalterna, costretta in questa condizione.

I ragazzi d’oggi sono consapevoli del vero significato della parola “violenza”?
A mio avviso dovrebbero esserne consapevoli, perché abbiamo una serie di strumenti di diffusione di massa che mettono in evidenza quando e cosa si intende per comportamento violento o cosa significa compiere un atto violento. Eppure, allo stesso tempo sono poco consapevoli degli effetti di azioni che, se in apparenza non sembrano violente, intaccano la sfera del rispetto dell’altro e dell’esercizio delle sue libertà: si parla di violenza sulle donne, infatti, si deve considerare violenza a trecentosessanta gradi perché, ahimè, non si tratta solo di violenza fisica e sessuale, ma anche verbale o economica.

Che sensazioni ed emozioni ha provato quando nel 1999, l’Assemblea Generale degli Stati Uniti ha istituito questa giornata?
Ora torniamo un po’ indietro nel tempo. Sono stata sollevata all’istituzione di questa giornata, perché è a dir poco importante, in quanto ci fa sentire finalmente considerate, non abbandonate in questa condizione, pur facendo fatica ad uscirne. Celebrare questa giornata ogni giorno significa continuare a lavorare per superare questo retaggio culturale che ancora purtroppo ancora mette le donne in queste condizioni di inferiorità, le rende subalterne, costrette a sopportare queste situazioni. In Italia, tutto sommato, le donne hanno raggiunto delle opportunità adeguate; d’altro canto, in molti paesi del mondo, la donna si in trova circostanze disastrose, dove le forme di violenza sono molteplici e riguardano diversi aspetti della loro vita, non solo del rapporto con l’altro sesso ma anche per una serie di condizioni economiche o di opportunità sul lavoro. Nonostante le ultime notizie di cronaca, siamo una Nazione virtuosa.

Le è mai capitato di sentirsi in pericolo o di parlare con donne che hanno vissuto situazioni di rischio?
No, non mi è mai capitato. Ritengo di essere una persona fortunata nei suoi rapporti affettivi di amicizia con persone dell’altro sesso, quindi personalmente non sono mai stata coinvolta in situazioni del genere. Le donne, oggi, quando subiscono violenza, vengono abbandonate da altre donne, dalle istituzioni che dovrebbero raccogliere le denunce, vengono lasciate sole con loro stesse e con il dolore e la sofferenza, quando invece dovrebbero essere aiutate e accompagnate nella maniera più adeguata.

Il fatto di cronaca agghiacciante di questi giorni ha riportato in luce il problema in tutta la sua urgenza e complessità. Che sensazioni prova quando sente notizie di questo genere?
L’unica sensazione che si potrebbe provare è sconforto; mi sento profondamente afflitta quando sento notizie di questa natura. Nel nostro paese vi sono delle norme che ci tutelano, pur essendoci voluto molto tempo per arrivarci, solo per la Costituzione emanata per uguali diritti garantiti a donne e uomini, abbiamo dovuto aspettare il 1948, ma che a volte non sono abbastanza. La sensazione in cui mi ritrovo è un senso di impotenza talmente grande che, nonostante il tessuto formativo sia adeguato, è sempre perfettibile per fare in modo che queste tragedie non accadano più. Bisognerebbe chiedersi come attuare un cambiamento culturale, educando gli uomini con un approccio diverso nei loro comportamenti e le donne a essere effettivamente indipendenti, ma esso per poter funzionare deve avvenire fin dall’infanzia.

Pensa sia abbastanza ciò che si sta facendo nel mondo per promuovere l’uguaglianza di genere e per tentare di eliminare la violenza nei confronti delle donne?
Se fosse abbastanza non saremmo a questo livello, quindi per ora non è sufficiente, dato che si vogliono eliminare gli effetti della violenza di genere senza prima capire le cause che portano a questo fenomeno.

Che ruolo ritiene che debba avere la scuola nella prevenzione della violenza di genere?
Io credo che la scuola un ruolo lo abbia già e molto rilevante. Bisogna far capire alle studentesse e agli studenti quali sono le cose veramente importanti e quali meno importanti rispetto al rapporto con l’altro. La nostra scuola si sta già muovendo e ha già fatto dei passi avanti per superare la disparità di genere, per far capire che siamo tutti posti allo stesso piano. Sicuramente c’è la necessità di continuare su questa strada senza tornare indietro, incaricando ogni educatore e ogni docente a portare un contributo personale, un esempio per superare queste condizioni. Non solo piccole cose occasionali, ricordando queste situazioni una volta l’anno, ma ricordandole sempre, continuando a segnalarle un po’ alla volta ed è così che le cose poi pian piano cambieranno. Questo cambiamento richiederà fortemente un percorso, e quindi solo grazie all’impegno di tutti si garantirà così un cambiamento culturale.

Un consiglio che si sente di dare a tutte le donne.
Continuare a pensare di essere alla pari degli uomini, per pari dignità e diritti e a lavorare per garantire un’effettiva indipendenza in tutti i sensi; collaborazione è la parola chiave, che sia tra donne, che sia tra ragazze. Non smettere di combattere e cercare di cambiare le cose lottando insieme, non scoraggiandosi.

Lucrezia Fattori
Classe Quarta L - Ho la passione per la musica e da un paio di mesi a questa parte anche quella per i libri