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L’intervista è fissata per le 11 di un sabato mattina, e alle 11 in punto don Antonio Sona, coparroco di Lugagnano con don Roberto Tortella, ci riceve sulla porta della canonica di Lugagnano, dopo aver salutato alcuni bambini che partecipano al catechismo il sabato, “sono sempre più quelli che vanno a scuola a Verona e quindi non possono venire al catechismo durante la settimana”, ci spiega.

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Ci accomodiamo nel suo studio, ingombro di libri fino al soffitto, e proviamo a far parlare di sé questo sacerdote di 48 anni, sempre così restìo a mostrarsi. Iniziamo dall’inizio? “Se proprio dobbiamo… – ci dice sorridendo -. Sono nato nel 1964 a Tomba Extra a Verona, da dove proviene storicamente la mia famiglia, un ceppo diverso dai Sona di San Giovanni Lupatoto e da quelli presenti qui a Lugagnano ed in Valpolicella. Dai cinque anni ho vissuto a Santa Lucia e poi, dall’età di dieci anni, mi sono trasferito con la mia famiglia a Quinzano, dove ho abitato fino all’ordinazione sacerdotale. In famiglia siamo quattro fratelli, tre maschi ed una femmina. Mamma Natalia – che proprio in quell’istante sentiamo accogliere qualcuno alla porta della canonica – mi segue da quando ho iniziato a svolgere le funzioni di Parroco, nel 2001. Sono stato ordinato sacerdote nel 1989 assieme ad altri sedici compagni di corso, primo incarico è stato quello di Curato a Lugo di Grezzana, poi ho fatto l’educatore dei ragazzi delle medie presso il Seminario Minore di San Massimo, come padre spirituale, e dopo quattro anni sono stato chiamato in Segreteria del Vescovo: dal 1995 al 2001, tre anni con Nicora e poi tre anni con Carraro”.

Nicora, commentiamo, che poi è andato in Vaticano. “Sì, e recentemente è stato nominato nella Commissione Cardinalizia di Vigilanza. Anche se è soprattutto ricordato per il rinnovo del Concordato. In effetti, a dir la verità, lui è arrivato a Roma un po’ dopo quella firma, che fu nel 1984, e si occupò soprattutto dell’applicazione del Concordato. In più è l’ideatore dell’8 per mille”.

Ma com’è stato lavorare con due Vescovi, a trent’anni? “Un’esperienza di grande arricchimento, soprattutto dal punto di vista delle competenze che ho acquisito. Con Nicora ho avuto un’idea di cosa sia la Chiesa in Italia, ho respirato l’aria della CEI. Con il Vescovo Carraro invece l’orizzonte si è allargato alla Chiesa universale: essendo lui stato Generale dei Cappuccini aveva mantenuto contatti con tutto il mondo”.

E dopo la segreteria del Vescovo? “Poi torno per sei anni, stavolta come Parroco, a Lugo di Grezzana, quindi dal 2007 succedo a don Mario Castagna a Lugagnano. Qui arrivo con don Dario Ferro, e veniamo nominati Coparroci, una nuova figura introdotta a Verona dal Vescovo Zenti che appunto, trovandosi a corto di sacerdoti, istituì in quindici parrocchie la figura del Coparroco. A Lugagnano era già presente anche don Roberto Tortella, nella veste di curato ‘part time’ in quanto divideva la sua attività in parrocchia con il suo impegno in Seminario. Nel 2008 don Dario lascia Lugagnano e don Roberto subentra come Coparroco a tempo pieno”.

Visto che ne abbiamo accennato, chiariamo meglio cosa sia la figura del Coparroco, prevista come eccezione del Codice di Diritto Canonico? “I Coparroci nel guidare una parrocchia hanno pari responsabilità pastorale e spirituale. Quindi, secondo il parere del Vescovo, quando su qualsiasi tema non arrivano ad una decisione comune non devono decidere, è necessario trovare una convergenza. Si tratta quindi di un ruolo che presuppone una collaborazione e una condivisione fortissima. Per quanto riguarda invece i rapporti con l’ordinamento civile, viene prevista la figura del Coparroco Moderatore, che a Lugagnano ricopro io, che ha la responsabilità legale e civile della parrocchia”.

Quella di creare parrocchie guidate da Coparroci è una scelta dovuta ad una carenza di vocazioni: quali sono quindi le prospettive tra dieci anni per la Chiesa Veronese? “Tra dieci anni le cose non cambieranno molto. Verona in questo senso è ancora un’isola felice con un seminario maggiore, uno minore e una casa per le vocazioni giovanili. I veri cambiamenti, se non vi sarà un’inversione di tendenza, si avvertiranno tra trent’anni. Il Vescovo Zenti sta già lavorando in questa prospettiva: la linea da seguire sarà quella di dare ai laici, ai diaconi permanenti ed alle comunità religiose delle suore una fisionomia nuova, delle responsabilità che oggi sono prettamente sacerdotali. Un’esperienza che si comincia già a mettere in campo in alcune zone d’Italia, come ad Udine che è esempio di come potrebbe diventare Verona tra trent’anni. Potremmo avere – continua don Antonioun Parroco con otto parrocchie, che manterrà la competenza della comunione nelle parrocchie, ma la residenzialità nelle comunità andrà invece a laici o a religiose. Le nostre comunità oggi non sono preparate ad una simile evoluzione, ma questo sarà probabilmente il futuro obbligato. Ad esempio già da oggi si lavora molto sui Diaconi permanenti, e della cosa mi occupo personalmente in quanto faccio parte, come rappresentante dei Parroci, della Commissione per il Diaconato Permanente, di cui è presidente il Vescovo”.

Torniamo a Lugagnano: come vi siete divisi le competenze in parrocchia con don Roberto? “Avendo molti gruppi da gestire la scelta iniziale, che avevamo fatto ancora con don Dario, era stata quella di essere sempre presenti entrambi in ogni occasione per poter conoscere a fondo tutte le realtà esistenti. Oggi invece io seguo la pastorale delle elementari e don Roberto delle medie, degli adolescenti e dei giovani. Io seguo la Caritas, i poveri ed i malati e don Roberto le famiglie. Io seguo il NOI e don Roberto il Grest e i campi estivi. Poi alcune attività necessariamente sono comuni: ad esempio il Consiglio Pastorale e l’assistenza al gruppo degli accompagnatori del Battesimo. Le celebrazioni invece ce le dividiamo a seconda degli impegni”.

Proviamo ad approfondire l’analisi: come descriverebbe oggi lo stato di salute della Parrocchia di Lugagnano? “La nostra comunità è ricca di molte componenti in termini di persone e di gruppi, e questo è sicuramente un indicatore estremamente positivo. Molto buona è poi la frequenza alle messe, un aspetto molto importante perché una parrocchia non funziona solo per le attività che svolge, che potremmo definire come l’aspetto caritativo e associativo, ma deve funzionare anche sotto l’aspetto celebrativo e l’aspetto catechetico. Dobbiamo vedere la vita cristiana come l’unità dei tre aspetti. Abbiamo creato due strumenti per portare a coesione parrocchia e gruppi che vi operano. Il primo è il calendario pastorale, che ha lo scopo sia di tracciare il lavoro dell’anno, sia di evitare sovrapposizioni nelle attività, sia di rendere partecipi tutti i gruppi del lavoro degli altri, in maniera che si possa fare vera comunità. L’altro strumento, che abbiamo avviato nel mese di giugno, è l’assemblea parrocchiale che consiste in un’assemblea dotata di rappresentanza allargata a tutti i componenti dei gruppi parrocchiali. Si tiene una volta all’anno, vi partecipano circa 60 persone e serve per fare analisi e verifica sull’attività svolta e per programmare il nuovo anno, attorno ad un tema forte comune”. Quindi un quadro che si sente di definire positivo. “Positivo e attivo”, ci dice don Antonio.

Ma ci sono dei fronti deboli, delle carenze sulle quali si deve lavorare come vita parrocchiale? “I fronti ci sono. Se devo isolare un grande tema sul quale dobbiamo e possiamo migliorare, e sul quale già stiamo lavorando, posso indicare la collaborazione. Dobbiamo sentire le esperienze e le attività degli altri come nostre, dobbiamo avere la forza di comunicarci costantemente quello che siamo e facciamo, senza alzare steccati tra i vari gruppi. Dobbiamo imparare a parlarci maggiormente, uscendo dal nostro ambito più stretto”.

Ma quindi, quella di Lugagnano è una parrocchia aperta o una parrocchia che alza muri? Don Antonio ci pensa un istante e poi allarga le mani. “Entrambe le cose: vi è grande disponibilità, grande apertura, grande volontà e grande ricerca di comunione. Con vere punte di eccellenza, come coppie e singoli che hanno fatto e fanno esperienze di missione dentro e fuori la comunità. Ma si trovano però anche dei muri, perché talvolta per alcuni lasciare le proprie sicurezze per favorire un vero confronto è difficile”. Lei ricopre anche l’incarico di Vicario Foraneo, sorta di coordinatore dei sacerdoti della zona nei confronti della curia: dal suo punto di vista cosa significa oggi essere prete sul territorio? Quali le difficoltà più grandi? “Una grande difficoltà è sicuramente il tempo: le attività sono talmente numerose che non rimane spazio per partecipare ad iniziative che siano a scavalco della singola parrocchia. Poi il prete veronese, per tradizione, è uno sgobbone: questa è una ricchezza ma è anche un limite perché questo lo chiude un po’ sul suo territorio. Altro problema, forse il più grave, è che nelle nostre comunità molte famiglie ormai non riconoscono più il sacerdote come una figura partecipativa, che rappresenta la comunità. Prevale un forte individualismo che esclude la dimensione collettiva”.

Possiamo provare un’analisi della situazione sociale della frazione di Lugagnano, in questi anni di crisi? “La domanda è complessa, e vi sono persone più titolate di me per parlarne. Quello che posso dire è che il paese mi sembra vivere una dimensione un po’ sopita: i problemi ci sono ma non emergono. Questo secondo me è dovuto a più fattori. Uno di questi è che la comunità è composta ormai per più di metà da persone che nel paese esclusivamente dormono, senza condividerne la vita sociale, senza avere alcun rapporto addirittura con i vicini di casa. Esiste poi un forte senso di riservatezza e di orgoglio, che impedisce anche nelle difficoltà più dure di chiedere aiuto. I problemi però ci sono, i bisogni ci sono, e noi come Parroci riusciamo ad arrivare a molti, anche se purtroppo non a tutti. E ritengo che riusciamo a dare risposte significative. Per andare incontro a certe esigenze, senza violare quel senso di pudore di cui parlavo, abbiamo anche messo in campo alcune iniziative mirate, come ad esempio far avere direttamente a casa i generi alimentari a quelle famiglie che ne hanno bisogno, evitando così l’esposizione pubblica in un centro di distribuzione. Anche verso gli stranieri in difficoltà – prosegue il Coparroco – cerchiamo di essere attivi: offriamo assistenza gratuita negli ospedali attraverso il gruppo del malato, cerchiamo di far circolare informazioni ad esempio per le badanti, facciamo quello che possiamo, non essendo purtroppo in grado di trovare lavoro a nessuno. Molte sono comunque le famiglie di stranieri che iniziano ad integrarsi nei nostri gruppi. Devo anche aggiungere su questo argomento che sono numerosi i privati che hanno gesti importanti di solidarietà verso questi nostri fratelli più poveri, forse servirebbe la capacità di fare maggiormente rete per rendere questi aiuti più incisivi. E’ doveroso anche segnalare il grosso lavoro di collaborazione che portiamo avanti con i servizi sociali del Comune”.

Per chiudere, quale dovrebbe essere secondo lei il primo impegno della chiesa locale sul territorio? “Io direi l’impegno della testimonianza vissuta come comunione. Abbiamo fatto un incontro con i Consigli Pastorali della zona e abbiamo messo a tema proprio questo argomento: la comunione nella Chiesa. Là dove la Chiesa non fa comunione non è la Chiesa che Cristo ha voluto. Possiamo talvolta realizzare poco rispetto a quello che ci siamo prefissi, possiamo lavorare solo su un piccolo territorio senza riuscire nel grande, ma l’importante è essere testimonianza di Gesù Cristo che ci ha voluti insieme”.

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