Sassi dal cavalcavia a San Massimo: vogliamo iniziare a fare qualcosa anche nelle nostre famiglie?

La triste e mesta vicenda che vede coinvolti ragazzi minorenni che si mettono a tirare sassi dal cavalcavia a San Massimo, mi rende furiosa.

Ma non so con chi. Con i ragazzetti scemi? Con la scuola? Con la famiglia? Con le cattive compagnie? Non so con chi prendermela.

La cronaca ci dice che alcuni minorenni (molto minorenni) escono di casa una sera d’autunno e, dicendo che vanno a dormire a casa di qualcuno, all’alba si piazzano in un cavalcavia e lanciano sassi contro le macchine che passano. Colpendone qualcuna.

Noi non sappiamo nulla di loro. Certo, l’aria che tira ci fa presumere che siano di buona famiglia, mai fatto niente, bravi ragazzi, è la prima volta, dai lasciamoli stare, alla fine c’è di peggio. Perché c’è sempre di peggio.

Non sappiamo se in famiglia parlassero, se si lavassero i denti la mattina, se andassero a catechismo o a calcio, se avessero mai pensato di farlo prima.

L’aria che tira ci farà vedere tra qualche giorno un’intervista dell’ennesimo genitore che postando la pagella d’oro, ci vorrà convincere che è stata una bravata.

Bene. E adesso? Premesso che del Prima non sappiamo nulla ma che sul Dopo possiamo intervenire, cosa accadrà? Non solo in quelle disgraziate famiglie (sì, perché avere un figlio così è una disgrazia) ma in tutte le nostre famiglie.

Passeremo il tempo a crogiolarci sapendo che chi abita con noi mai potrebbe fare una simile azione, spenderemo preziose energie a capire chi è il colpevole per accertarci che chi abita con noi non gli somigli per niente, o alla fine ce ne faremo carico?

Perché questo è quello che conta. Dato che non è successo a noi, è questo il momento di fare prevenzione sulla stupidità umana, sull’inevitabile senso di onnipotenza che pervade il branco.

L’unica possibilità che abbiamo è agire come se fosse successo a noi. Come se la nostra famiglia perfetta contenesse già il germe della scemenza e della crudeltà (no, non è una bravata tentare di ammazzare qualcuno tirando massi da un cavalcavia, è cattiveria).

E’ tempo di muoversi come se riguardasse tutti, invece che tutti gli altri.

Non proteggiamo i bambini dalle brutture del mondo, facciamogli leggere i giornali, portiamoli negli ospedali, nelle comunità, nelle associazioni dove ci si occupa di disabili. Aiutiamoli ad inserirsi nel mondo adulto, nel mondo vero. Insieme a noi. Ma qui casca l’asino forse.

Abbiamo noi adulti la voglia, l’energia di fare questo?

Abbiamo l’onestà di mettere la mano sopra la spalla dei nostri ragazzi e di dire loro: “Ascolta figlio mio: questo può succedere a tutti noi. Allora ti faccio vedere quanto fortunato sei a non essere tu. Forse non sono solo stato bravo io come genitore o tu come figlio, forse è stato un caso che tu alle 5 di mattina non fossi su un cavalcavia a cercare di provocare morte. Allora io e te, figlio mio, adesso vogliamo ricambiare questa fortuna e passeremo del tempo a fare qualcosa per gli altri. Sai, gli altri. Quelli oltre WhatsApp. Quelli che siccome sei fortunato, non vedi mai: i tossici, gli sciancati, gli anziani, i barboni, gli ultimi. I cani, i gatti. Forza e coraggio, usciamo dal virtuale ragazzo, Passiamo dai Social al Sociale. Dai figlio, andiamo che è tardi, abbiamo perso fin troppo tempo. Con l’aria che tira, dobbiamo salvarci la pelle io e te. Altrimenti ci tirano i sassi. Ma sarà sempre meglio che tirarli”.