Santi Giacomo e Giustina a Palazzolo: Storia (poco conosciuta) della chiesa parrocchiale della frazione

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La chiesa parrocchiale di Palazzolo dedicata ai Santi Giacomo e Giustina, fu costruita sul preesistente oratorio dei SS. Filippo e Giacomo tra il 1813 e il 1821, mentre era arciprete don Bernardino Isalberti.

Del precedente oratorio, incorporato nel giardino di villa Palazzoli, esistente già nel 1473, si ha notizia che in esso si celebrasse la S. Messa solo saltuariamente, mentre le regolari ufficiature parrocchiali si tenevano nella pieve di S. Giustina, chiesa matrice. Dal 1533 in detto oratorio, per ordine del vescovo, le celebrazioni divennero quotidiane perché gli abitanti di Palazzolo si erano stabiliti vicino ad esso, dopo l’incendio del paese ubicato prima nella zona di S. Giustina.

L’abitazione del parroco rimase presso la pieve fino al 1585, data nella quale don Andrea Scolari, allora arciprete, perfezionò il lascito di villa Palazzoli alla parrocchia, che fu adibita a canonica.

Per oltre duecento anni le celebrazioni si officiarono nell’oratorio, ormai reso, a dire di don Isalberti e non solo, assai disonorevole alla Maestà di Dio. Nel 1812 il parroco fu esortato al rinnovo della chiesa, ma temeva che fossero parole di poco fondamento, perciò saggiò meglio con un discorso ai parrocchiani. Si meravigliò che per molto tempo non si fosse messa mano alla chiesa e, rincarando la dose, la qualificò “indecentissima”. Fece inoltre notare che il suo desiderio di ristrutturazione fosse raffreddato dal fatto che “dove non pochi sono i progetti e molti i progettanti, si rischia in nulla il progettato”.

Fu dopo questa esortazione che tutti i capifamiglia vennero invitati in canonica, nella prima domenica di Avvento e si trattarono gli “affar di chiesa”. Tutti furono concordi con l’alzare ed ampliare la chiesa, che poi alla fine venne ricostruita interamente. Cominciarono ad arrivare le offerte in crocioni, monete del tempo. Chi ne donò 20, chi 30, chi 50, chi 90, chi la cava di calce, trenta persone si offrirono per trasportare il materiale e i braccianti a cavar sabbia, con l’intento di completare il lavoro entro tre anni. Si stabilì che i sovrintendenti a questa opera fossero il parroco, il maestro della famiglia Maggi dott. Bisatti, Giuseppe Farro, Antonio Tacconi di Paolo, Domenico Tacconi di Francesco e Antonio Tacconi di Giovanni, escludendo gli amministratori della chiesa, i fabbricieri, poco amati dal popolo.

Fu disegnata dal capomastro Carlo Sandrini di S. Pietro di Legnago, piacque e il 7 aprile 1813 ebbero inizio i lavori. Per primi furono levati due altarini laterali all’altar maggiore, lavoro che durò un mese con quattro operai. Poi vennero sospesi i lavori per ventun giorni “per via della campagna dei cavaleri”. Si riprese l’opera con sei “cazzuole”, così usava chiamare i muratori don Isalberti e si portò a copertura il coro.

Si procedette con lo scoperchiare tutta la chiesa, venendosi a creare così dei grandi disagi per le celebrazioni e a seguito del malcontento del parroco, i capifamiglia si accordarono per coprire almeno la crociera, cioè il presbiterio e i due transetti laterali. A questo punto dei lavori si rimise le mani in tasca il sig. Giovanni Orlandi per le spese del cornicione 898 lire, oltre ad aver donato precedentemente un campo di terra e aver pagato il cornicione del coro. Altri parrocchiani seguirono il suo esempio e offersero denaro a sufficienza per alzare la cappella della Madonna fino a metà. Fu coperta provvisoriamente in modo da poter officiare.

Nel frattempo si procedette ad alzare la cappella di S. Luigi e si recuperò e ripristinò l’altare fatto erigere dalla Compagnia del Santissimo Sacramento, nel 1716. I lavori proseguirono nella cappella di S. Costanza e, per il giorno della festività della Santa, il 14 settembre, si celebrò la S. Messa solenne sull’altare a Lei dedicato, con l’esposizione della reliquia del teschio, pervenuta a Palazzolo nel 1643. L’altare datato 1718, apparteneva alla precedente chiesa. “Otto cazzuole” lavorarono nelle cappelle maggiori per metterle al coperto.

Nonostante un autunno piovoso e ventoso ostacolasse i lavori, per la festa di Tutti i Santi fu montato l’altare maggiore, donato dal prof. Antonio Maggi, che lo comprò dal demanio, proveniente dalla parrocchiale di S. Donato alla Colomba in Verona, chiesa fatta demolire da Napoleone nel 1806.

Il 15 dicembre 1813, primo giorno della novena del Santo Natale, don Andrea Quintarelli di Colà celebrò su di esso la prima S. Messa solenne. La porticina del tabernacolo fu ancora offerta da Orlandi, come pure i dipinti che sovrastano il coro che rappresentano i simboli dei quattro Evangelisti. Poi i lavori presero la fiacca, un po’ per la continua pioggia, per il passaggio di corpi militari, ma in primo luogo per la miseria nella quale gli abitanti di Palazzolo vivevano.

Fu allora che il fervore di don Bernardino fece battere il cuore anche dei disperati. Parlò più forte che poté, con il coraggio che gli venne da Dio e fu così che il primo di luglio del 1814 ripresero i lavori e il 10 luglio un gran numero di bambini e uomini coprirono tutto il resto della chiesa, tra lo stupore anche degli abitanti dei paesi vicini accorsi per ammirare. Il 14 settembre 1814 il tetto fu completato e la chiesa, da considerarsi come nuova, fu benedetta. Prima dell’inverno fu riparata dalle intemperie con telai e cristalli, che costarono 180 crocioni.

Nel 1815, durante la Quaresima, furono poste in opera le balaustra dell’altare maggiore. Agli inizi, al campanile non fu messa mano e perciò si vide chiaro in seguito che la costruzione risultò troppo alta e un po’ troppo stretta, ma ciò fu perché il capomastro non parlò chiaramente da principio. Se avesse detto che bisognava demolirlo, per iniziare l’opera con una superficie più grande, forse neanche la chiesa sarebbe stata costruita e don Isalberti concluse la nota scrivendo: “Il meno male, anzi il meglio sì è, averla così fabbricata dal non averla eretta”.

Don Corsini, nativo di Palazzolo, arciprete della Basilica di S. Zeno in Verona, alla sua morte donò alla chiesa del suo paese un pulpito sorretto da quattro statue dorate, comprato a Venezia, che fu collocato nella parrocchiale in onore di Dio Signore, di S. Giustina e S. Giacomo il 30 giugno 1815. Le quattro statue dorate furono poste lateralmente ai due altari della Madonna e di S. Antonio. Pulpito e statue, veri gioielli che purtroppo non appartengono più alla parrocchiale.

Nel 1816 fu rifatto il pavimento del presbiterio e della sacrestia e nel 1818, dopo due anni di tremenda carestia, durante i quali i lavori furono sospesi, fu fatto dipingere il volto di tutta la chiesa dal Perbellini e Giovanni Orlandi offerse 610 Napoleoni, “e con soddisfazione fu pagato come era convenuto”.

Nel 1819 fu eseguito l’intonaco dal volto a terra e ornate le mura perimetrali di lesene sovrastate da capitelli in stile corinzio, che sempre Orlandi pagò 240 Napoleoni. Nel 1920 fu completato il pavimento per un numero di 1860 quadroni di marmo, che costarono una lira l’uno. Nel 1822 fu fatto dipingere il quadro della Deposizione dalla Croce di Gesù con Maria e S. Giovanni da Chiarelli Giovan Battista, per un costo di 22 Napoleoni, pure in questo anno fu restaurata la tela rappresentante la Vergine con Bambino, S. Giustina e S. Vittore Papa, del Brusasorzi, della seconda metà del 1500.

Nel 1823 si stabilì “a malta fina” l’esterno di tutta la chiesa, con un costo di mille e duecento lire, pagate “industriosamente, ma con stento e fatica”.

Nel 1824 il sig. Lodovico Schizzi donò due quadri raffiguranti l’Adorazione della Nascita di Gesù e la Circoncisione. Il conte Fulchino Schizzi, figlio, donò a questa chiesa la reliquia della Santa Croce, in teca e reliquiario d’argento. Del quadro dell’altare di S. Costanza, del Chiarelli, dipinto nel 1824 e pagato 160 lire, non si ha notizia, quello che attualmente è collocato sopra detto altare e che raffigura Gesù con i Santi Costanza e Rocco, è del Pontedera, del 1898. La pala di S. Luigi, di Giovanni Caliari, discendente di quel Paolo Caliari, detto il Veronese, fu pagata dal maestro di casa Maggi, prezzo che fu “per grazia napoleoni 12, senza cornice”.

Il quadro che rappresenta Gesù che prende per mano Pietro affinché non affondi, è del Chiarelli, del 1824. Il 14 gennaio 1826, il sig. Lodovico Schizzi donò alla nostra chiesa la pala che fu collocata in coro, che rappresenta la Madonna con il Bambino e i Santi Giuseppe, Gioacchino, Anna e Filippo Neri, proveniente da Cremona. Sempre in questo anno, il sabato dopo la Pasqua, cinque carri portarono a Palazzolo altrettante campane provenienti dalla fonderia Cavadini e poste sulla Torre. Formare un concerto si rese necessario dopo la rottura di una delle due campane poste sul campanile della chiesa, rottura che si verificò nel 1823 in novembre, per aver suonato smodatamente per l’elezione al pontificato di Leone XI.

Una piacevole parentesi sul perdurare della rottura della campana. Era da tempo rotta e nessuno decideva di ripararla e con fare ironico don Isalberti scrisse dei versi per esortare i parrocchiani. Li chiamò “Palassolani dalla scarsela sbusa e dal coraio svampì…, nel paese dei Tacconi ghe vol roba taconà…, andè dal paroloto che ‘l le tacarà…, ma se proprio no ve importa de sto disonor lassè pur quela ciapa sula Tor. Che sentendo batezar con quel parol, i dirà: la so campana dà la baja a Palassol”.

Il 25 maggio 1828 fu collocato sopra la porta dell’ingresso principale un antico quadro proveniente dalla pieve, restaurato dal Chiarelli, raffigurante la Madonna col Bambino Gesù per mano, S. Elisabetta con il figlio Giovanni e S. Zaccaria.

Questo quadro ora non è più nella collocazione originale e purtroppo non si sa che fine abbia fatto. Sempre nel 1828 fu completato l’altare della Madonna con nuovo parapetto e nuovo paliotto africano e l’alzata di marmo rosso di S. Ambrogio, mentre l’altare di S. Antonio, datato 1743, fu stato rimontato come era in origine nella precedente costruzione. La pala che sovrasta questo ultimo altare rappresenta la Madonna con il Bambino, Angeli, Santo Vescovo, S. Antonio e Profeta. E’ riferibile alla fine del 1500 e attribuibile al Creara. Nello stesso anno fu completato l’arredo con banchi in noce.

Nel 1833 furono donati alla nostra chiesa due preziosi quadri. Paolo Segattini donò il quadro di Abramo e i tre Angeli, dipinto dal Balestra nel 1717 e il cavalier Fulchino Schizzi donò la pregevole opera che rappresenta Agar e l’Angelo, di Marco Antonio Franceschini, pittore bolognese, datata fine 1600.

Nel 1835 fu collocato l’organo di fra Damiano Damiani, professore non sacerdote, cappuccino bergamasco. Il 7 ottobre dello stesso anno, giorno della festività della Beata Vergine del Rosario, la musica solenne di questo strumento accompagnò le celebrazioni per la prima volta. Per l’organo contribuirono al pagamento il marchese Francesco Palavicini con cento zecchini, il cavalier Fulchino Schizzi con cento talleri e il resto fu pagato da devoti. Contemporaneamente fu costruita la cantoria e la bussola da Carlo Molesini, falegname in Sona.

Nel 1836 scoppiò a Palazzolo il colera e nel mese di luglio morirono molte persone. Fu allora che alcune donne, spaventate ma forti nella fede in Dio, fecero voto di esternare la loro gratitudine per il cessato morbo, che si ottenne per intercessione di Maria Santissima Vergine Immacolata e di S. Giacomo apostolo presso Dio. Fu dipinto un quadro, che collocarono nella cappella della Madonna a perpetua memoria di questo fatto, nel quale fu raffigurato Dio su di una nuvola attorniato da Angeli, più in basso la Vergine Immacolata e S. Giacomo e in primo piano persone morenti e dietro ad esse l’oratorio di S. Giacomo, unica raffigurazione esistente.

Sulla destra della navata, sopra la porta laterale, fu posta una targa in marmo con la scritta in latino: “AERE PLEBIS ALIORUMQUE OBLATO POSSIDENTIUM HAEC ECCLESIA ANNI VIX OCTO BERNARDINO ISALBERTI PLEBANO ET V F FAMIS TEMPORIBUS ET BELLI QUASI A FUNDAMENTIS COMPLETA INTIUS ADMIRATUR. KADIS APIS ANNO MDCCXXI” (Con le piccole offerte del popolo e con i sacrifici di alcuni possidenti, questa chiesa fu eretta pressoché dalle fondamenta e fu portata a termine internamente, così come si può ammirare, in appena otto anni, in tempi di fame e di guerra mentre era pievano (arciprete) e vicario foraneo Bernardino Isalberti. I° aprile 1821).

Giorno dell’inaugurazione. La facciata, in perfetto stile Corinzio, fu disegnata dall’ing. Luigi Castelli nel 1844 e in tale anno fu montata l’armatura per la realizzazione, ma a causa di questioni insorte sulla spesa, l’armatura fu smontata costando la vita ad una persona e così tutti i lavori vennero sospesi. Solamente nel 1899, mentre era parroco don Giuseppe Dalla Riva, si concretizzò il desiderio dei parrocchiani di veder completata la chiesa ed essendo pervenute nel frattempo delle non indifferenti offerte, si procedette alla realizzazione della facciata, eseguita ad opera d’arte dai signori Angelo Ambrosi, nativo di Palazzolo ma domiciliato a Bussolengo e Alberto Ambrosi, che eseguirono il manufatto perfettamente e in soli sei mesi, ricevendo numerosi encomi.

Però i buoni terrieri di Palazzolo non si fermarono alla facciata, ma vollero mettere a nuovo anche tutto l’interno della chiesa e per questo fu incaricato l’ing. Alessandro marchese Da Lisca, che diresse due bravi artisti. Il Trentini, che eseguì gli ornati nella cupola del presbiterio raffigurando la Colomba dello Spirito Santo e nei quattro angoli l’Agnello immacolato ed il Calice, simboli del Sacrificio, il Pellicano e l’Ostensorio emblemi del Sacramento. Mentre il Pontedera rinfrescò i quadri esistenti e ne fece due di nuovi. Uno fu quello posto sull’altare dedicato a S. Costanza e dell’altro non ci sono attualmente notizie. Facciata e restauro interno costarono diecimila e cinquecento lire, cifra alta per il tempo, ma che nessun abitante di Palazzolo rimpianse mai.

L’inaugurazione avvenne il 12 novembre 1899, anticipando la data 1900 scritta sul cornicione della facciata, presumendo, al momento dell’ordine della scritta, che i lavori si protrassero fino a tale data.

Questo è un riassunto di due dettagliati memoriali stilati da don Bernardino Isalberti, per quanto riguarda l’ampliamento della chiesa parrocchiale e da don Giuseppe Dalla Riva, per il completamento della facciata. Tale documentazione è conservata nell’archivio storico della parrocchia e ne hanno curato la traduzione Graziella Lorenzini e Domizio Bagnara.